“Chi entra qui è attratto dal tabernacolo, che noi cattolici abbiamo e gli altri no”, diceva qualche tempo fa un sacerdote svedese cercando le ragioni per spiegare la crescita impetuosa delle conversioni nella sua terra, fra le prime ad aver incontrato la secolarizzazione che ha reso la fede un elemento più culturale che spirituale. La Svezia, e più in generale tutta la Scandinavia, da almeno un decennio rappresenta la controtendenza in un’Europa disinteressata al fattore religioso. Lo dicono i numeri, soprattutto quelli dei battesimi, che aumentano di anno in anno. Anche in Francia, altro tempio laico nel cuore del continente, si nota lo stesso fenomeno: quest’anno, nella Veglia di Pasqua, i battesimi adulti sono stati diecimila, non di rado si tratta di persone provenienti da contesti atei o agnostici, dove di religione non si parla. In tutti casi, la crescita è dovuta per lo più ai giovani con meno di venticinque anni d’età, che affollano pellegrinaggi e processioni e che, al termine di un percorso di progressivo avvicinamento chiedono di entrare nella Chiesa.
Tra le motivazioni date c’è anche la percezione di vivere in un contesto culturale diverso, dove l’influsso cristiano anche se indebolito, si sente. Tre dei padri fondatori della moderna Europa unita erano cattolici: Konrad Adenauer, Alcide De Gasperi e Robert Schuman. Quest’ultimo, che tra l’altro fu il primo presidente dell’Assemblea parlamentare europea, concepiva l’Europa uscita devastata da due guerre mondiali come una armonia di cattedrali, gli edifici in stile gotico che costellano il cuore del continente e rappresentano l’ideale punto di unità fra la Francia e la Germania, paesi che fin lì s’erano scontrati fra cannoni e trincee. L’Europa cristiana già allora era più che altro un ideale nostalgico: la secolarizzazione avanzava impetuosa, dagli anni Trenta i vescovi olandesi e francesi spedivano note allarmate a Roma in cui sottolineavano la scristianizzazione delle loro terre e una sempre minore aderenza ai valori cristiani come fin lì universalmente riconosciuti. La decolonizzazione prima e la globalizzazione poi avrebbero reso utopico il sogno di Schuman: la cristianità, intesa come ritmo quotidiano scandito dai rintocchi del campanile, era finita e già Pasolini negli anni Cinquanta ne aveva celebrato il funerale, avvertendo che un’epoca s’era definitivamente conclusa. L’immigrazione dalle realtà islamiche, per lo più nell’Europa settentrionale, ha fatto sì che il senso cristiano si diluisse fino a rendersi ininfluente. Resistevano l’Italia perché patria del Papa, la Spagna franchista e la Polonia che aveva nella capillare rete della Chiesa il vero contro-potere a Mosca. Con il passare dei decenni, anche queste isole sono state contagiate dal diffondersi di un laicismo che ha fatto venire meno la domanda religiosa e tutte le indagini sociologiche sulle proprie convinzioni religiose si concludevano con la medesima risposta: l’europeo del Terzo millennio non si definiva ateo o agnostico ma più semplicemente non interessato alla questione religiosa. Sono allora suonate le campane a morto, si sono scritti saggi corposi sul tramonto dell’occidente e sulla fine del cristianesimo europeo, complice anche il rifiuto di inserire nella bozza di Costituzione europea – che poi non ha mai visto la luce a causa del rifiuto espresso via referendum dalla Francia e dai Paesi Bassi – il riferimento alle radici giudaico-cristiane, come aveva implorato fino all’ultimo Giovanni Paolo II. Domanda lasciata cadere nel vuoto dal presidente della Convezione, il pur cattolico Valéry Giscard d’Estaing. Un fatto che alimentò incomprensioni non solo fra Bruxelles e la Santa Sede ma che fu la causa di un irrigidimento dei settori cattolici più conservatori che poi, col passare del tempo, sarebbero scivolati nel terreno del sovranismo, riscoprendo pulsioni nazionaliste che si credevano archiviate.
Il fatto è che si trattò di un enorme malinteso, secondo il cardinale Angelo Scola, che a lungo si è soffermato sulla questione europea: “Quando noi parliamo delle radici cristiane dell’Europa, infatti, non intendiamo conservare un fossile, ma sottolineare come il cristianesimo può continuare a essere una risorsa particolarmente stimolante per identificare il nuovo stile di vita dell’uomo europeo”. Scola, tra l’altro, è stato il grande teorico del “meticciato di civiltà”, cioè di un’Europa che pur conservando una propria anima cristiana è aperta agli altri influssi: “Il ‘meticciato di civiltà è un processo e non un programma prescrittivo; ma gli europei, oserei dire soprattutto i cristiani, hanno tutti gli strumenti culturali per raccogliere la sfida della pluralità”.
In tutto questo processo s’è inserito Papa Francesco, che non hai mancato di esprimere insofferenza verso un’Unione europea a suo giudizio trasformatasi in un puro organismo burocratico che poco considera le aspirazioni dei popoli. Un Papa nato e cresciuto in un contesto lontano da quello caro a Schuman, che non ha vissuto sulla propria pelle – com’era stato per Giovanni Paolo II e Joseph Ratzinger – il dramma della Seconda guerra mondiale. In Viktor Orbán, Francesco ha trovato il rappresentante perfetto della sua Europa ideale, come ebbe modo di dire durante il suo secondo viaggio a Budapest, nel 2023: “Che bello costruire un’Europa centrata sulla persona e sui popoli, dove vi siano politiche effettive per la natalità e la famiglia, perseguite con attenzione in questo paese, dove nazioni diverse siano una famiglia in cui si custodiscono la crescita e la singolarità di ciascuno. Il ponte più celebre di Budapest, quello delle catene, ci aiuta a immaginare un’Europa simile, formata da tanti grandi anelli diversi, che trovano la propria saldezza nel formare insieme solidi legami”. Un’Europa che sia accogliente verso tutti – todos, todos, todos – ma che recuperi la sua anima. Un po’ quello che esprimevano le decine di migliaia di giovani che lo scorso giugno, vigilia di Pentecoste, percorrevano a piedi i campi francesi per raggiungere l’antica cattedrale di Chartres e lì sostare in preghiera.