9 luglio, il giorno del giudizio sui dazi di Trump
Il presidente americano, Donald Trump, ha fissato al 9 luglio la scadenza entro la quale concludere un accordo commerciale con l’Unione europea, altrimenti i dazi americani sui prodotti europei potrebbero salire al 50 per cento. Accettare un accordo sfavorevole oppure rischiare un’escalation? Questo è il dilemma della Commissione di Ursula von der Leyen, mentre proseguono i negoziati con l’Amministrazione Trump. Ma i capi di stato e di governo, al Consiglio europeo del 26 giugno, hanno dato alcune indicazioni: concludere rapidamente un accordo per mettere fine all’incertezza che pesa sull’economia del Vecchio continente. La Germania e l’Italia, i due principali partner commerciali degli Stati Uniti, sono pronte ad accettare un accordo “asimmetrico”. Cioè vedersi imporre il “dazio di base” del 10 per cento di Trump. Vorrebbero ottenere delle concessioni su settori come le automobili, l’alluminio e l’acciaio, su cui pesano dazi del 25 e del 50 per cento, o la farmaceutica e i microprocessori, sui cui potrebbero abbattersi altri dazi in futuro. Una quota a dazio zero come quella che Trump ha concesso al Regno Unito? Oppure il dazio di base al 10 per cento per tutti i prodotti europei? L’Amministrazione Trump ha anche chiesto all’Ue di piegarsi alle sue esigenze sulle barriere non relative ai dazi, come l’attuazione delle regole sul digitale o gli standard di sicurezza. La Francia è meno entusiasta di un accordo “asimmetrico”. Chiede misure di “riequilibrio”, cioè dazi europei sui prodotti americani per evitare delocalizzazioni verso gli Stati Uniti. Ma saranno molto più limitati rispetto a quelli di Trump contro l’Europa. Entro il 9 luglio i negoziatori di Bruxelles e Washington dovrebbero trovare un accordo di principio, dandosi alcuni mesi per formalizzare i dettagli. Se avranno successo, Ursula von der Leyen sarà accolta con tutti gli onori alla Casa Bianca. Altrimenti Trump potrebbe scatenare la sua ira commerciale, spingendo l’Ue a una ritorsione su prodotti americani per un valore di quasi 100 miliardi di euro.
15 luglio, i ministri degli Esteri alla prova di Gaza
L’Alto rappresentante, Kaja Kallas, ha ricevuto un doppio mandato dal Consiglio europeo del 26 giugno su Gaza: convincere Israele ad aprire la Striscia agli aiuti umanitari per porre fine alla crisi che opprime la popolazione civile, oppure presentare una serie di opzioni per punire il governo di Benjamin Netanyahu al Consiglio Affari esteri del 15 luglio. A giugno i ministri degli Esteri dei ventisette stati membri hanno constatato che Israele vìola l’articolo 2 dell’accordo di associazione Ue-Israele sia a Gaza sia in Cisgiordania, dopo che 17 stati membri avevano chiesto una revisione. I capi di stato e di governo ne hanno preso atto. Tre di loro – lo spagnolo Pedro Sánchez, lo sloveno Robert Golob e l’irlandese Micheál Martin – insistono per sospendere in toto o in parte l’accordo di associazione. Tuttavia tra i Ventisette non c’è l’unanimità, né la maggioranza qualificata richiesta. L’Ungheria mette il veto a misure simboliche, come le sanzioni contro i coloni violenti in Cisgiordania. La Svezia ha proposto di vietare il commercio di beni e servizi con i territori occupati sulla base di un’opinione della Corte internazionale di giustizia. Ma ha ottenuto il sostegno solo di nove stati membri. Serve la maggioranza qualificata: 15 paesi che rappresentano il 65 per cento della popolazione europea. I ministri degli Esteri probabilmente si limiteranno a prendere atto della mancanza di progressi su Gaza e a rinviare tutto a dopo l’estate.
16 luglio, la proposta del bilancio 2028-34 dell’Ue
È l’inizio di un lungo negoziato, che potrebbe protrarsi per quasi due anni e concludersi con una lunga maratona tra i capi di stato e di governo nella primavera del 2027: mercoledì 16 luglio la Commissione di Ursula von der Leyen presenterà la sua proposta per il prossimo Quadro finanziario pluriennale (Qfp), cioè il bilancio 2028-34 dell’Ue. “Dobbiamo ammettere che abbiamo raggiunto i limiti di ciò che è possibile. Il nostro attuale bilancio era stato disegnato per un mondo che non esiste più: il mondo del 2020”, ha detto von der Leyen in un discorso alla conferenza annuale sul bilancio organizzata dalla Commissione a maggio. Von der Leyen vuole un bilancio dell’Ue più flessibile, con più risorse dedicate alla difesa e alla competitività. Il prezzo da pagare è una ristrutturazione dei fondi per la politica agricola comune e la politica di coesione. Von der Leyen vorrebbe pre allocare le risorse per ciascuno stato membro in questi settori e versarle con un assegno unico nazionale sul modello del Pnrr: quando si fanno riforme e investimenti, la Commissione invia il bonifico. Le sue proposte stanno tuttavia incontrando forti resistenze. La Pac è un totem intoccabile per molti stati membri. I paesi del sud e dell’est sono contrari a rimettere in discussione i fondi per la coesione. Inoltre, con un tetto all’1 per cento del reddito nazionale lordo per il bilancio dell’Ue, esiste un problema di risorse aggravato dalla necessità di iniziare a ripagare il debito comune di NextGenerationEu. Nel 2030, se non prima, l’Ue potrebbe allargarsi. Dalle risorse del Qfp dipendono poi tutte le politiche dell’Ue, dall’azione esterna all’immigrazione, passando per il rafforzamento dell’industria militare. Nel suo rapporto sulla competitività, Mario Draghi aveva proposto un nuovo strumento di debito comune. Diversi paesi frugali sono favorevoli per farlo nella difesa. Ma Germania e Paesi Bassi restano contrari. E von der Leyen continua a ignorare il suggerimento di Draghi. Molti scommettono che la sua proposta di Qfp sarà profondamente modificata prima di un accordo all’unanimità tra gli stati membri.
24-25 luglio, un summit con la Cina carico di incognite
L’occasione è data dai 50 anni trascorsi dall’avvio delle relazioni diplomatiche tra l’Ue e la Repubblica popolare cinese. Il contesto è la guerra commerciale globale lanciata da Donald Trump, ma anche i contenziosi commerciali bilaterali che si accumulano con Pechino. Il presidente del Consiglio europeo, António Costa, e quella della Commissione, Ursula von der Leyen, a fine luglio saranno in Cina per un summit con il presidente, Xi Jinping. La data non è ancora ufficiale, ma probabilmente sarà fissata per il 24 e il 25 luglio. L’obiettivo dell’Ue è riequilibrare la relazione, vedersi aprire il mercato cinese e ottenere l’eliminazione delle restrizioni alle esportazioni di terre rare e magneti. Bruxelles vuole anche che la Cina rimuova i dazi sul brandy imposti da Pechino come rappresaglia per i dazi europei sui veicoli elettrici cinesi, nonché garanzie sui prodotti lattiero-caseari e la carne suina. Ma Pechino non intende muoversi se non avrà concessioni sui veicoli elettrici e su altre misure che l’Ue ha adottato per proteggere il suo mercato dai comportamenti predatori cinesi. Nel 2023 von der Leyen aveva presentato la strategia del de-risking. Con il ritorno di Trump alla Casa Bianca, a inizio anno, la presidente della Commissione, si era fatta tentare da un riavvicinamento a Pechino, annunciando la possibilità di approfondire i legami commerciali e di firmare accordi sugli investimenti. Al G7 in Canada in giugno, von der Leyen è tornata a fare il falco sulla Cina. “Siamo tutti testimoni dei costi e delle conseguenze della coercizione cinese attraverso le restrizioni alle esportazioni”, ha detto von der Leyen. Pechino ha subito reagito accusando gli europei di comportarsi in modo scorretto con le accuse della Repubblica ceca per i suoi cyberattacchi o l’inchiesta di corruzione del Belgio contro Huawei. La speranza di von der Leyen che Trump spinga la Cina a cambiare le sue pratiche con l’Ue rischia di rimanere delusa al summit con Xi Jinping.