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Le acrobazie del premier spagnolo

L’equilibrio sopra la follia di Pedro Sánchez

©Getty

Sul governo spagnolo guidato dal socialista Pedro Sánchez sembrano allungarsi, sempre più scure, le ombre della sera. Assisteremo a un tramonto repentino o il crepuscolo si protrarrà fino al 2027? Non lo sappiamo. Le indagini sulla presunta (ma quasi sicura) corruzione di alcuni importanti dirigenti socialisti e i capricci dei partiti che hanno sostenuto fin qui la maggioranza disegnano il ritratto di un esecutivo il cui stato permanente di crisi sembra ormai irreversibile. Ma Sánchez ha trasformato la gestione dell’emergenza in un’arte nella quale eccelle a tal punto che sarebbe imprudente scartare del tutto un’infrazione alle leggi dell’astronomia e quindi un rialzarsi del sole dalla linea dell’orizzonte.

Quel che è certo è che l’economia spagnola è ancora in piena luce – o quantomeno lo sono i parametri che ne misurano la performance. L’anno scorso il pil spagnolo è cresciuto del 3,2 per cento, a fronte del +1,1 della Francia e del Regno Unito, del +0,7 dell’Italia e del -0,2 della Germania, mentre la media dell’Eurozona è stata del +0,9 per cento e neppure gli Stati Uniti (+2,8) hanno fatto di meglio. Il dato è ancor più impressionante se si aggiunge che è da attribuire a Madrid il 40 per cento dell’aumento complessivo del 2024 del pil dell’Eurozona. Per la Spagna sono molto positive anche le previsioni per il 2025: +2,5 per cento, rispetto al +1,1 del Regno Unito, al +0,6 della Francia, al +0,4 dell’Italia e allo 0,0 tondo tondo della Germania. Lo stesso vale per la disoccupazione che non è mai stata così contenuta da diciassette anni a questa parte: certo, è ancora alta (intorno al 10 per cento), ma è comunque un dato corroborante, se si pensa che dal 2010 al 2015 è sempre stata stabilmente (e abbondantemente) sopra il 20 per cento.

Dopo sette anni di governo, questa bonanza può senz’altro essere attribuita, almeno in parte, all’azione di governo di Sánchez che, in un paese fino ad allora pervicacemente bipartitico, si è inventato tutto un equilibrio sopra la follia, ovvero una spericolata economia del baratto con vari partiti della izquierda radical spagnola e con una raggiera di movimenti regionalisti e/o indipendentisti baschi, catalani e galiziani che vanno dalla sinistra più estrema al conservatorismo.

Grazie alla acrobatica spregiudicatezza del premier che i suoi avversari politici definiscono “sanchismo” è scaturita, nel 2022, la riforma del mercato occupazionale voluta dalla ministra del Lavoro e vicepremier Yolanda Díaz, che è anche alla guida della piattaforma della sinistra radicale Sumar. E da quelle stesse acrobazie, che usano come trampolino i più azzardati do ut des, avrebbe potuto scaturire, sempre patrocinata da Yolanda Díaz, anche una legge per ridurre la settimana lavorativa a 37,5 ore, che al momento si è incagliata nel veto degli indipendentisti catalani (ma non è ancora detta l’ultima parola).

Se Sánchez riuscirà ad attraversare indenne la crisi che sta affrontando, il governo potrebbe poi ambire a un appoggio più ampio, esteso (magari via astensione) anche al Partito popolare, per trasformare in una misura concreta l’iniziativa legislativa popolare che auspica la regolarizzazione di centinaia di migliaia di immigrati. Si tratta di un’operazione politica in totale controtendenza rispetto ai sentimenti di chiusura diffusi in tutta Europa. Tanto più se si considera che pochi mesi fa (è entrato in vigore nel maggio scorso) il governo spagnolo ha già varato un nuovo regolamento sulla concessione dei permessi di soggiorno che consente a molti migranti di sanare con una certa facilità la propria posizione. Ma Sánchez è convinto che siano ancora troppi i potenziali lavoratori senza documenti. Su un’ulteriore regolarizzazione di massa, su cui l’estrema destra di Vox manifesta la sua contrarietà, non è da escludersi una posizione più dialogante da parte del centrodestra, dal momento che la Chiesa, che ancora sussurra nelle orecchie del Pp, è favorevole all’iniziativa popolare e che anche gli imprenditori vedono di buon occhio una norma che allarghi la platea dei lavoratori.

Questa inclinazione a scommettere spericolatamente sul futuro è un tratto distintivo di Sánchez. E per lui scommettere sul futuro significa anche puntare sui sempre meno numerosi giovani spagnoli e sui sempre più numerosi giovani migranti. “La Spagna deve decidere se essere un paese aperto e prospero o un paese chiuso e povero”, ha detto il premier, legando lo sviluppo di politiche che aiutino l’inserimento lavorativo dei giovani – indigeni e allogeni – alla possibilità di mantenere il welfare mediterraneo spagnolo ora che un esercito di boomer si avvicina all’età della pensione.

La Spagna, grazie a un’onda lunga che da L’appartamento spagnolo arriva fino a Dieci capodanni, appare ancora molto attraente ai venti-quarantenni di tutta Europa. Ma i numeri del miracolo economico di Madrid possono essere letti anche in un’altra maniera. A mettere il turbo al pil è stato soprattutto il turismo che in molte località, da Barcellona in giù, si declina come un overturismo horror che aggrava sempre più quella crisi degli alloggi che colpisce proprio le giovani generazioni urbane. Il re dei nuovi rapporti di lavoro che hanno ridotto la disoccupazione è, specie tra i giovani, quel “contratto fisso discontinuo” che, se lo si guarda da un lato, sembra una cosa ma se lo si guarda dall’altro sembra tutto l’opposto. E il prepotente diffondersi in Spagna della produzione di energia rinnovabile, un’altra delle strategie “giovani” e volte al futuro di Sánchez, non è estraneo al clamoroso blackout che ad aprile ha paralizzato il paese per un giorno intero.

Non bastasse, anche se il governo sta valutando l’opportunità di abbassare a sedici anni l’età del primo voto, i giovani non sembrano così desiderosi di premiarlo. Già in occasione delle elezioni europee, per quanto riguarda gli elettori della fascia 18-24 anni, il Psoe ha dovuto vedersela con Vox e con Se acabó la fiesta, un movimento prodotto dal più abominevole dei populismi social. E nei sondaggi i socialisti continuano ancora a disputarsi con l’estrema destra il voto dei ragazzi spagnoli.