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Conversazione con l'architetta Agata Kurzela

L’europea errante che ridisegna il Golfo

©Getty

Si sa che gli Emirati sono ormai l’eldorado del costruire, un mondo dorato che a noi sembra un miraggio (nel deserto). Le costruzioni, e non più il petrolio, sono la prima voce del pil per esempio di Dubai, la Milano degli Emirati Arabi Uniti, proprio dove abita e lavora Agata Kurzela, architetta polacca tra le più lanciate nello stato federale sul Golfo arabo. Nel 2020 ha aperto il suo studio proprio nella città del Burj Khalifa, il grattacielone più alto del mondo, e da allora ha inanellato una serie di edifici “igonici” ripresi su molti giornali internazionali, da Monocle ad Ad. Laureata in architettura e urbanistica a Danzica, specializzata tra Francia e Regno Unito, questa europea errante è impegnatissima in quel grande Meccano che è la città sorta nel deserto.

Il logo di Emaar, l’immobiliare di stato, è ovunque qui:  ha registrato l’anno scorso un fatturato record di 65,4 miliardi di dirham emiratini (circa 18 miliardi di euro), con utili di 10 miliardi di dirham.  Da ora al 2029 verranno costruite trecentomila nuove abitazioni, ma sembra non bastare mai. Che pacchia rispetto all’Europa (qui tirano su palazzi nottetempo, mentre da noi se devi ampliare una finestrella devi fare come minimo ricorso al Tar del Lazio).

Insomma, parola alla fortunata architetta. “Il mio primo progetto è stato il masterplan per Mina Zayed, la zona portuale di Abu Dhabi, la capitale degli Emirati e anche la grande vetrina architettonica dello stato”, dice lei tutta contenta. Ad Abu Dhabi infatti sorgono le più eleganti costruzioni, compresa l’isola di Sa’diyyat che ospita i nuovi musei, compresi il Louvre Abu Dhabi di Jean Nouvel e il Guggenheim di prossima apertura by Frank Gehry.

Cominciamo con la più ferale e banale delle domande: ma ha mai avuto problemi, come progettista, in quanto donna? “Sì, una volta sola, con un capo britannico”, dice lei al telefono dai mille gradi di Dubai (ma ormai siamo tutti in una ubiqua Dubai, solo che a Milano all’aperto manca ancora l’aria condizionata, e i grattacieli vacillano). “Mai avuto problemi coi committenti locali”.

Al momento è al lavoro per una nuova sede governativa ad Abu Dhabi, che era un ex circolo Ufficiali. “Un edificio con una pianta irregolare, difficilissima”. Dovrebbe essere abituata, avendo lavorato con Zaha Hadid. “Infatti. Ma è una sfida comunque”. Nel progetto, che va avanti da anni, ed è stato già premiato col Dezeen Award 2023, tra lussuose pareti traslucide e sexy superfici opache si vedono anche trovate tecniche interessanti. Che sono per esempio quelle colonne bucherellate che sembrano alveari? “Sono condizionatori. C’era un problema di aria condizionata insufficiente per climatizzare un ambiente di 300 metri di diametro e non potevamo certo mettere degli split”. Ecco, di nuovo l’aria condizionata, nell’anno di disgrazia 2025 in cui tutto il mondo è termicamente un Emirato. Ma com’è lavorare lì? “Ora è abbastanza simile all’Europa, ma all’inizio fu abbastanza uno choc culturale. Molti arrivavano con almeno un paio d’ore di ritardo. Adesso sono puntualissimi”, dice Kurzela. Li ha educati lei? “No, no, è un mercato che si evolve molto velocemente”. “Un’altra differenza è che qui i progetti hanno tutti una scala enorme. Come questo edificio di cui parliamo. Duemilacinquecento metri quadri. E poi  nessuno ti dice non si può fare, che in Europa è il mantra. Qui si può sempre fare, salvo che il committente cambia idea spesso e tu devi essere flessibile. Per esempio per questo edificio ex Forze armate la richiesta iniziale è triplicata come spazi nel tempo”.

Ecco, il tempo sembra essere una variabile diversa rispetto all’Europa. “Per questo complesso infatti parliamo di riuso, quasi di archeologia industriale, ma risale non all’800 o al 900 come potrebbe essere da noi. E’ degli anni Novanta del Ventesimo secolo. Fa impressione no? Ma il paese è giovane. Ha quasi gli stessi anni miei”. Un’equivalenza tra architetto e paese, e quando ricapita? Unità di tempo, di luogo e d’azione. E di gusto pure? Gironzolando per gli Emirati si trovano le più diverse architetture, anche non proprio elegantissime.  Garage fumé con pinnacoli per berline da mille mila miliardi. Com’è la richiesta classica dei suoi clienti-tipo? “Difficile definire un mio cliente-tipo perché sono abbastanza eccezionali, pubblici o privati che siano, è gente che viaggia costantemente e ormai è abituata, conosce il design internazionale, non ha quella volontà di stupire che c’era in passato”. Si sono raffinati. “Sì, molto”. Quiet luxury emiratino le piace come definizione? “Io direi più minimalismo vernacolare. Questo complesso per esempio di cui parliamo in origine era tutto rivestito in marmo, sembrava un enorme bagno turco. Oggi è levigato a stucco e pietra. Noi studiamo i materiali, le origini, volumi, colori, ispirandoci per esempio al deserto”. E di tutto quel marmo che ne avete fatto? “Lo teniamo da parte perché è tutelato dalla legge, e in caso il committente cambi idea”. Insomma l’indecisione, oltre al traffico, modalità Johnny Stecchino, sono i grandi problemi degli Emirati (gli ingorghi sono infatti micidiali).  Ma esiste una filiera di artigiani locali? O importate tutto dall’estero? “Dipende. Guardi questo lavandino bellissimo di acciaio satinato. E’ fatto da maestranze di Dubai. Questo rubinetto invece è di una azienda italiana. Questa poltrona è di Moroso, sempre italiana. Ormai ci sono artigiani bravi pure qui. Ho la mia rete di fornitori. E anche in Europa del resto devi sempre stare attento, non è tutto sempre di primissima qualità”. In un altro progetto recente, la vip lounge della Formula 1 all’interno della Shams Tower, altra opera della Nostra, ecco materiali che starebbero bene a Londra o Parigi, magari tra dieci anni, in una tropicalizzazione che al clima segue il gusto: colori chiari, materiali neutri, “papiro, legno, stoffa. Anche qui non c’è più la volontà di stupire ma piuttosto di mostrare, spiegare cosa sono gli Emirati oggi”. E che sono queste poltrone tondeggianti? “Sono sette sfere legate tra loro da una corda, a simboleggiare i sette emirati, composte di sabbia colata; sono delle sedute ma anche delle sculture; di nuovo un rimando al luogo in cui ci troviamo”. Insomma la Sacco fantozziana aggiornata al deserto. Anzi, un ex deserto ora pieno di idee e opportunità (e di aria condizionata, che invidia, vabbè).