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La campana europea suona forte (e spesso prima) nei Paesi Bassi

©Getty

La mattina del 17 luglio del 2014, il Boeing 777-200ER era quasi al completo. A bordo, alle 10.40, si erano sistemati 283 passeggeri, l’equipaggio predisposto per il volo era di quindici persone. L’aereo avrebbe percorso una tratta di circa dodici ore: da Amsterdam, nei Paesi Bassi, a Kuala Lumpur, in Malaysia. Il volo non arrivò neppure a metà del suo viaggio, si fermò nei cieli dell’Ucraina, alle 13.15 precipitò nel punto che congiunge tre villaggi dell’oblast di Donetsk: Hrabove, Rozsypne e Petropavlivka. La rotta, fino a quel giorno, era considerata sicura, si trattava di una valutazione sbagliata, di una sottovalutazione perché in quel punto era già iniziata l’invasione della Russia contro l’Ucraina e il volo MH17 fu abbattuto da un missile. Le duecentonovantotto persone a bordo morirono tutte, il missile che aveva colpito l’aereo era un Buk lanciato da soldati che combattevano per la Russia. Iniziarono le ricerche, si movimentarono i governi, si misero a indagare centri di ricerca indipendenti. Da quel momento smise di esistere la sigla MH17, venne ritirata come accade dopo gli incidenti aerei. Ma “MH17” dovrebbe essere il suono di una sveglia collettiva, che purtroppo non è mai suonata. Soltanto i Paesi Bassi iniziarono un profondo processo di ricerca e di coscienza che li portò a capire che avevano sottovalutato le minacce che una potenza straniera poteva esercitare contro di loro. L’MH17 era stato un richiamo che non suonò abbastanza, ma per gli olandesi fu il segnale che ci si sarebbe dovuti mettere a lavorare per la propria sicurezza. Certo, il volo era stato abbattuto lontano, ma era un segnale di guerra.

Cieli di guerra

Nel 2014 l’Ucraina era stata attaccata in tre punti: Mosca aveva occupato l’intera penisola di Crimea, mandando soldati senza insegne militari a occupare i posti del potere, presero le istituzioni con la forza e organizzarono un referendum illegittimo per la comunità internazionale. Milizie che si dicevano separatiste e filorusse avevano iniziato la guerra per conto della Russia contro l’esercito regolare ucraino, creando le Repubbliche separatiste di Donetsk e di Luhansk. Il conflitto aveva tutte le caratteristiche di un’invasione: all’interno del territorio ucraino c’erano i soldati russi, uomini dei servizi di Mosca lavoravano con le milizie separatiste, i separatisti ricevevano ordini e armi dall’esercito russo, il missile terra-aria Buk era tra queste armi. Gli avvenimenti in Ucraina presero il nome di “guerra a bassa intensità”, un’etichetta che spesso condanna all’oblio e alla sottovalutazione: nonostante le morti, gli eserciti, le occupazioni, la maggior parte dei paesi occidentali ha continuato a considerare la Russia un partner, mentre l’Ucraina non era vista come un paese aggredito. Questa valutazione coltivò in Vladimir Putin l’idea che qualsiasi cosa avesse fatto, sarebbe rimasto impunito. Molti dei paesi europei videro la minaccia, ma la sminuirono. I Paesi Bassi invece erano tra la minoranza che, avendo perso centonovantatré connazionali, pensarono e ripensarono alla minaccia di Mosca, ma senza cambiare i rapporti con il Cremlino.

Le condanne

Ci vollero otto anni per arrivare alla chiusura del processo. I Paesi Bassi vollero occuparsi di ogni aspetto, partecipando alla creazione di una squadra investigativa tenuta inizialmente segreta assieme all’Agenzia europea per la cooperazione giudiziaria, all’Australia, al Belgio e all’Ucraina. Il 17 novembre del 2022, quando ormai l’invasione totale dell’Ucraina era iniziata da nove mesi, un tribunale olandese ha condannato in contumacia all’ergastolo Igor Girkin, Sergei Dubinski e Leonid Kharchenko. Kharchenko è ucraino e nel 2014 guidava un’unità militare sostenuta da Mosca. Girkin e Dubinski sono russi, all’epoca dell’abbattimento lavoravano per i servizi segreti di Mosca. Dopo la condanna il presidente ucraino Volodymyr Zelensky commentò: “Il sentimento di impunità porta a nuovi crimini”. Difficile non vedere la guerra in Ucraina come un’escalation di impunità.

Girkin, anzi Strelkov

Igor Girkin era uno degli uomini di riferimento di Putin per la guerra contro Kyiv. Nel 2014 lavorava come colonnello dell’Fsb, il Servizio di sicurezza federale russo, e si vantava di aver fatto partire il primo colpo della guerra. Credeva che il piano di invasione totale andasse portato a termine immediatamente, invece Vladimir Putin decise di aspettare. Girkin rimase in contatto con le milizie in Ucraina, se ne mise a capo, comandava mercenari, sedicenti separatisti, soldati russi. Era contrario a una guerra silenziosa, voleva che sin dall’inizio l’attacco all’Ucraina fosse una guerra totale, e quando nel 2022 parve chiaro che l’esercito di Mosca avrebbe dovuto rivedere i suoi piani dopo non essere riuscito a conquistare Kyiv, per Girkin era scontato che il fallimento era l’effetto della mancanza di prontezza di otto anni prima. Nel 2023, Girkin fondò il Club dei Patrioti arrabbiati – arrabbiati con Putin per il fallimento. Poco dopo, Girkin, conosciuto da tutti come Strelkov (che vuol dire  cecchino), fu arrestato per estremismo in Russia: l’MH17 ovviamente non c’entrava nulla, c’entrava la paura del Cremlino di sedizioni.

Il risveglio dei Paesi Bassi

Non è stato soltanto il volo abbattuto a cambiare il principio di sicurezza del paese. Sono state anche le inchieste che hanno evidenziato una forte presenza dei servizi russi sul territorio olandese, è stato il mare, sui cui fondali si dipanano le infrastrutture più importanti per i Paesi Bassi. E’ proprio nel mare che il paese ha investito, mettendo in piedi un’industria per il monitoraggio e la difesa dei fondali molto all’avanguardia. Pur essendo stati colpiti in cieli che non erano i loro, gli olandesi hanno stabilito che poteva essere il Mare del Nord il loro punto di forza e debolezza insieme. Alla domanda quanto fosse cambiata l’attenzione per la difesa dopo il 24 febbraio del 2024, da alcune industrie che collaborano con la Difesa abbiamo ottenuto come risposta: non molto, avevamo iniziato a cambiare prima, avevamo già avuto il nostro choc. “L’85 per cento degli olandesi considera la Russia un aggressore: siamo stati ingannati come paese e come Europa sin dall’annessione della Crimea e dalla tragedia del volo MH17, che ricordiamo bene, e che Mark Rutte ha pure ribadito durante il summit Nato”, ci ha detto Hero Brinkmann, deputato dal 2006 al 2012, ex parlamentare del Pvv, il partito di estrema destra guidato da Geert Wilders. Brinkmann lasciò il Pvv perché capì che aveva pochi punti in comune con Wilders, la Russia era uno di questi. “Il nostro sostegno all’Ucraina deve essere rafforzato: finora, abbiamo lasciato che Kyiv facesse il lavoro più duro al posto nostro. Ma la situazione nel Parlamento olandese è più confusa: non mi fido di Wilders nemmeno sotto questo aspetto, si è impegnato a favore della Russia e fatico a capire il perché”. Mosca entra ed esce dalle politiche nazionali, i Paesi Bassi, che vanno al voto, non fanno eccezione.

La crisi di governo

Wilders ha deciso di far cadere il governo guidato dal suo stesso partito, sperando così, nel voto anticipato che si terrà a ottobre, di ottenere un consenso maggiore e di poter formare una coalizione meno variegata di quella attuale. Non l’ha messa così, ovviamente, ha detto che lui ha fatto delle promesse ai suoi elettori e che vuole mantenerle, ma gli altri non glielo permettono. Brinkmann ci racconta che “i sondaggi mostravano il Pvv in calo, mentre il PvdA-Groenlinks, la sinistra con gli ecologisti, era in costante ascesa. Queste sono le principali ragioni del ritiro di Wilders dal governo: vuole nuove elezioni per spingere forte sul tema dei richiedenti asilo, confidando così di riconquistare il consenso elettorale”. Ma la destra tradizionale, il Vvd guidato da Dilan Yesilgöz-Zegerius, ora dice che le promesse non contano, conta il fatto che Wilders e il suo partito non sono affidabili come governanti, e che non ci sarà più un patto di coalizione in futuro. Non è detto che poi questo muro regga, ma per il momento sta compromettendo i calcoli del leader populista che ispira mezza Europa.

Il padrone di casa

Quest’anno il vertice dell’Alleanza atlantica si è tenuto all’Aia, città natale del nuovo segretario generale della Nato Mark Rutte, premier assai longevo, scelto nel suo nuovo ruolo per due ragioni: ha dimestichezza con molti dei capi di stato e di governo ed è uno dei pochi ritenuti capaci di trattare con Donald Trump. Rutte ha esagerato in complimenti con il presidente americano, ha massaggiato il suo ego più di quanto fosse richiesto. Ha un po’ in sé la natura dell’eccesso. Nel 2022 si innamorò della preparazione del vertice della Nato a Madrid e disse a un suo stretto collaboratore: “Quando toccherà a noi, dobbiamo farne uno uguale. Inizia a fare i conti”. Ed eccoci qui, con un pilastro europeo dell’Alleanza che si è inchinato a “daddy” pur di non farlo innervosire, che ha imparato presto la lezione ucraina, ma non la ripassa, e rischia di dimenticarla.