Scordatevi i manager italiani di Francia, i fichetti del lusso, o le superstar dell’auto (ma passate al lusso) come Luca de Meo. Andrea Falleni, 56 anni, nome sconosciuto ai più, è il numero due del colosso della consulenza Capgemini, un gruppo con sede a Parigi e 350 mila dipendenti nel mondo. Il suo titolo ufficiale è “Ceo of Southern Europe Strategic Business Unit” e siede nel board della conglomerata fondata a Grenoble nel 1967.
E’ una specie di marziano nel mondo della grande impresa parigina tra gli ex studenti delle grandes écoles; lui viene da Bologna, e l’accento si sente ancora molto; “con le lingue, ok l’inglese ma sul francese ci sto ancora lavorando”, dice il manager, che più che da una copertina di Forbes sembra uscito da una canzone di Cesare Cremonini. Nato “in una famiglia normale, papà imprenditore del settore del packaging, che è uno dei grandi distretti dell’Emilia”. Anche in Francia, sa, Macron sta cercando di applicare la ricetta tutta italiana dei distretti. Che è una delle nostre forze. Apre un’impresa, i dipendenti ne aprono altre, ci sono i fornitori…”. Ma che distretti vuole fare il presidente francese? “A Tolosa con l’aerospazio, dove ci sono Thales e Leonardo. O nel nord vuole fare il centro del siderurgico, con alluminio e acciaio”.
Falleni studia Economia a Bologna non perché animato da sacro fuoco, ma “perché io in realtà sono sempre stato appassionato di informatica e avrei voluto iscrivermi a informatica, ma per quella c’era il numero chiuso, e non avevo voglia di passare la vacanza della maturità di nuovo a studiare”. Di nuovo, ci si immaginano scorribande in vespa sui colli bolognesi o al bar di Capraia, isola d’Elba, dove serve ai tavoli d’estate per arrotondare.
Ma il destino lo insegue. Ecco il posto fisso in banca, sogno di tutti gli italiani da sempre, solo che lui si annoia, e dunque a trentadue anni mette su una piccola startup (all’epoca non si chiamavano ancora così), una società che fa software per le banche. “Come gestire i conti correnti, i bonifici, i saldi, cose del genere”. Arrivano i primi clienti come Bper, Intesa Sanpaolo, Popolare di Milano, che ancora oggi usano i suoi prodotti. Ma all’inizio, come un tipico racconto siliconvallico, era tutto un po’ avventuroso. “Andavamo dalle banche e piazzavamo i nostri prodotti, che però all’inizio non esistevano davvero, erano molto nella mia testa, avevano infatti bisogno di un investitore per essere realizzati, e quando le banche poi ci prendevano li potevamo finalmente sviluppare”. Fake it until you make it alla bolognese.
L’aziendina va bene, arriva a ottanta dipendenti, sede a Piacenza. A un certo punto però l’aziendina va in crisi: “Uno dei soci anziani muore in un incidente in moto e i figli non capivano bene cosa facessimo e non vogliono andare avanti, quindi ecco una classica crisi da pmi italiana. Ci compra un fondo di investimento, poi ci fondono con un’altra azienda, di cui divento direttore generale, poi arriva questo colosso francese, Capgemini, che era incerto se abbandonare l’Italia o no”. Però i francesi non abbandonano e comprano l’aziendina con lui dentro, che dopo poco diventa direttore generale per l’Italia. “Con sede a Roma, ma io a Roma non ci volevo stare, e rimango a Milano”. Non le piace la capitale? “Sì, ma all’epoca il centro di tutto era Milano. Oggi è più Roma”.
Lei comunque passa dall’aziendina al colosso megagalattico, non ha paura? “Certo, ma mi convincono a restare. Viene addirittura promosso, a Parigi. alla grande corporation, “sono tutti vicepresident e hanno tutti un’assistente, due cose a cui non ero abituato”. I francesi la guardavano dall’alto in basso? “Sì ma anche i colleghi italiani. Io non venivo dalle grandi università, ero il bolognese dall’accento buffo. Mi metto a studiare francese e inglese, perché prima parlavo principalmente italiano, e qualche volta, coi miei clienti, per essere più efficace, si parlava più valtellinese o padovano”. Poi l’inglese l’ha imparato bene abbastanza da potersi confrontare con Mario Draghi qualche mese fa, nell’intervista che l’ex presidente del Consiglio ha tenuto sulla competitività europea a un evento internazionale tenutosi a Parigi.
Differenze tra italiani e francesi? “Forse il difetto delle imprese italiane è che non riescono a immaginarsi fuori dall’Italia, ragionano solo sui confini nazionali. I francesi invece non hanno paura a sfidarsi in contesti internazionali, è più nel loro Dna, come gli americani gli inglesi gli olandesi. Non capiscono che per diventare campione nazionale devi diventare mondiale”.
Come vede la situazione politica in Francia? “Sono stato un grande fan della volontà di riforma di Macron ma adesso la scena politica è difficile da leggere. La situazione in Francia è molto più complicata di quanto immaginiamo”. E l’America di Trump? “Penalizza soprattutto l’incertezza, se sei un manifatturiero ci vogliono anni per spostare le produzioni, e nell’incertezza non decidi, quindi dappertutto c’è un grande rallentamento”.
Tocca farle la fatidica domanda sulla intelligenza artificiale. “La stiamo inserendo in ogni prodotto, ma ci vorranno un po’ di anni per vedere i cambiamenti veri. Ci vorrà uno scatto, un qualcosa, per vedere l’accelerazione dell’AI. Se pensiamo a Internet, era già una realtà importante, ma il boom vero si è avuto con l’iPhone nel 2007, dieci anni dopo Internet Explorer. Qualcuno farà qualcosa che le farà fare il boom. Non sappiamo ancora chi o cosa sarà”.
C’è qualche manager o imprenditore che la ispira in giro per il mondo? “Musk, al netto del suo carattere. E Satya Nadella: quando è entrato a Microsoft era come la Ibm, era un’azienda completamente diversa e vecchia, adesso sono ‘nuovi’”. E in Europa? “Il mio amico De Meo prima alla Renault e ora a Kering”.
Non si starà francesizzando un po’ troppo: cucina italiana o francese? “Italiana senza nessun dubbio, spesso cucino per gli altri consiglieri di amministrazione”. Sport? Paris St. Germain? “Virtus Bologna”. Cinema? Chabrol? Lelouch? “Ma no, Sergio Leone”.