C’è un punto, oggi, su cui il sistema dell’arte pare s’avviti su sé stesso: questa idea di pluralità, lo sconfinamento in canoni che non sono quello (l’unico) a cui siamo abituati. Biennali e musei parlano delle nuove geografie, di linguaggi che rompono il canone occidentale. Ci sono riusciti, l’hanno rotto? O l’arte come ci vantiamo di intenderla resta un’invenzione europea?
Vincenzo de Bellis studia Conservazione dei beni culturali a Lecce, poi fonda le basi di un percorso internazionale. Un periodo alla Fondazione Prada, qualche anno e molti studi dopo, il ruolo di direttore artistico globale di Art Basel, la più grande (leggi anche prestigiosa) fiera d’arte al mondo.
La domanda è sempre là da mille anni, ferma: quanto è davvero cambiato lo sguardo? Vincenzo de Bellis mi guarda con una calma da sentenza: “E’ una domanda complessa”.
Anticipo di probabile silenzio, penso, poi risponde: “I canoni dell’arte sono tutt’oggi i canoni europei. La stragrande maggioranza delle opere che vediamo nei grandi musei del mondo e nelle gallerie contemporanee continua a rispecchiare quei codici. Vedi l’Europa ovunque, in ogni opera”.
Torniamo al canone unico, quello europeo. E’ una constatazione storica, mi fa capire, più che un’opinione sicura. “Perché i nostri occhi – spiega – quelli di chi opera nel settore, anche dei più giovani, restano imbevuti di un canone tradizionale”. Si tratta di una forma di inerzia culturale che non si rovescia in una stagione: “Le cose stanno cambiando, ma serviranno secoli”. Novità da aspettarsi ce ne sono? Sì, già si intravedono piccoli fuochi, aggiunge: l’Asia, il Sudamerica, artisti che non hanno interiorizzato quella cultura colonizzatrice. Ma è un processo lento. Anche la parola “qualità” – dice – non ha più il significato che aveva. “Perché si continua a definire la qualità con il raffronto col passato. E questa oggi è un’idea da riconsiderare” (sento sottotraccia: quindi assurda e sbagliata).
Per capire cosa s’intenda per “canone europeo” basta la storia che mi racconta. “Basilea, 1967. Due quadri di Picasso – I due fratelli e Arlecchino seduto – sono esposti al Kunstmuseum Basel come prestiti della collezione d’arte Staechelin. A seguito di una catastrofe aerea, Staechelin, che è l’azionista di maggioranza della compagnia aerea coinvolta, vuole quei due e altri degli importanti dipinti provenienti dalla collezione d’arte della sua famiglia per risarcire i danni causati dal disastro. Per evitare tutto questo i giovani di Basilea organizzano un’enorme protesta, spingendo la popolazione basilese con diritto di voto ad approvare un contributo statale di oltre sei milioni di franchi per l’acquisto dei dipinti. L’iniziativa riesce, le opere restano al Kunstmuseum. Picasso resta talmente commosso da donare subito alla città altre quattro sue opere, anch’esse oggi nello stesso museo. Ecco quell’amore per l’arte e per un museo pubblico mi fa pensare al meglio che l’Europa può rappresentare. Parlo di Europa geografica, ovviamente, non politica”.
Poi c’è il presente, che meno male diventa sempre più rumoroso. Art Basel oggi è una macchina globale, e genera valore ed è capace di orientare i desideri. Ma la domanda resta sempre la stessa: se la dimensione commerciale non abbia preso il sopravvento sul contenuto. “Allora c’è, ma c’è sempre stato, dal mio punto di vista. Un business piccolo nei termini, rispetto a tanti altri mercati, ma resta un mercato del lusso, l’arte. Certo, l’espansione lo ha sicuramente appiattito, ma non ritenere che il mondo dell’arte non sia sempre stato legato al mercato, sarebbe una grande mistificazione. Anche negli anni della grande contestazione l’arte ammiccava al mercato. Anche in quegli anni gli artisti più esposti politicamente erano comunque attenti al mercato. Ma la realtà era che dovevano vendere per vivere. L’arte contemporanea – tutta l’arte è contemporanea – e diciamo l’arte in generale risponde a delle logiche e nasce da delle ragioni che non sono necessariamente mercantili. Ma senza il mercato e il suo commercio non può esistere, perché non può esistere nella sua indipendenza”.
Siamo in un momento, e forse tu volevi alludere un po’ a questo, di apatia critica nei confronti di quello che ci succede intorno, e il commercio ha preso il sopravvento sul mercato? “Probabilmente sì. Da quel punto di vista. Ma considera anche una mancanza di distanza che c’è ogni volta con la produzione contemporanea. Facilità del giudizio perché manca distanza storica”.
Come si riconosce allora un’avanguardia, come si sa che è lei e non i soliti noti? All’ultimo Art Basel che ho visto, Miami un paio d’anni fa, riconoscevi il filone didascalico: scritte al neon, quadro assemblato che veicolasse in modo autostradale il concetto unico e senza variazioni: “guardate come ci ha ridotti l’internet negli ultimi anni”.
“Non esiste un metodo. Ci vuole conoscenza di ciò che è stato e capacità di rifiutarlo. Il confine fra riferimento e derivazione è sottilissimo”. Un nome? Jordan Wolfson: “Americano, classe 1980. E’ diventato famoso negli ultimi anni per aver creato delle animatronics, sculture che si muovono in modo meccanico. Se tu guardi il lavoro di Jordan sei obbligato a metterlo in rapporto ai manichini di De Chirico, a tutta l’avanguardia che ha mescolato il corpo umano con quello umanoide. E però lui attraverso l’intelligenza artificiale li rende autonomi nel loro muoversi. Allora è un diretto punto di riferimento. Ma è anche una cosa che nessun altro ha fatto fino ad oggi”.
Da noi? Sul sistema italiano De Bellis è preciso e scontento: “Manca un po’ tutto. Sistema, collezionisti, sostegno culturale”. E sulle illusioni digitali, Nft e dintorni? Ci si deve credere? Aveva le carte per resistere, quel metodo? Le avrà più avanti? Mai? “Quello che nasce solo per speculazione ha vita breve. Non sono di quelli che negano un futuro all’arte digitale. Ma per diventare rilevante serve il Duchamp del digitale: qualcuno che entri e smonti sicurezza”.
L’ultima domanda è per le nuove generazioni. Che hanno più spazio e però meno voglia di capirlo standoci dentro: “Quello che possiedono è una maggiore consapevolezza. Hanno molti più orizzonti, il mondo dell’arte è infinitamente più grande, quindi posseggono fonti d’ispirazione e come dire, punti di riferimento molto più ampi rispetto a quelli che avevano i loro predecessori. Quello che gli manca?
E un po’ di – è difficile dirlo sempre, senza essere travisati – gli manca un po’ di sofferenza. In generale l’arte ha bisogno di momenti di rottura. Si vedono sempre di piu’ artisti africani, del sud-est asiatico, e non è soltanto una moda. Il mercato vuole loro, ed è un’idiozia non ammettere che ci sono delle urgenze in quei posti, che vengono espresse nelle loro opere. Purtroppo, l’arte contemporanea, per quanto uno voglia fare finta di no, non può stare in uno studio, restare isolata. E’ legata a quello che succede intorno a noi, e quindi dentro di noi, e se non c’è qualcosa da cambiare, da rompere, da ricordare e da superare, è difficile che possa essere veramente dirompente”.