Il 5 luglio del 2015, i greci votarono “no” alle richieste di riforme e austerità dell’Unione europea, della Banca centrale europea e del Fondo monetario internazionale, la troika. La sera prima del voto, l’allora ministro delle Finanze greco, Yanis Varoufakis, era a cena in un ristorante di Atene con sua moglie Danae Stratou, artista e fotografa, e con l’economista James Galbraith, che allora insegnava all’Università del Texas dove fino a qualche mese prima insegnava anche Varoufakis: erano convinti che i greci avrebbero votato “sì” al referendum indetto soltanto due settimane prima, il ministro era sicuro che si sarebbe dimesso, aveva qualche dubbio sugli altri del governo, in particolare su Alexis Tsipras, il primo ministro. Il loro sodalizio, fatto di motociclette, allergia alle cravatte e resistenza alle imposizioni europee, in particolare tedesche, era iniziato nel gennaio di quell’anno, quando Tsipras e il suo partito Syriza avevano vinto le elezioni, ghiacciando il sangue nelle vene di parecchi leader europei e di tutto l’establishment greco, in particolare quello di sinistra. Le ultime settimane, con le banche chiuse, gli investitori stranieri impietosi di fronte all’imminente default greco, le lettere brutali della troika, quella parola, Grexit, che rimbalzava nei titoli dei giornali, nei paper dei centri studi, nell’ironia dei commentatori, erano state tremende, anche per il rapporto tra Varoufakis e Tsipras: la sconfitta al referendum sarebbe stata la fine: ritrovarsi, dopo una tempesta del genere, sarebbe stato impossibile. A quella cena, Galbraith disse a Varoufakis: stai sottostimando i greci, che non hanno più niente da perdere e salveranno la loro fierezza votando “no”. Danae disse: forse James ha ragione, guarda qui: gli mostrò sul cellulare un sondaggio che dava in vantaggio il “no”. Il giorno successivo, il 62 per cento dei greci votò “no”, una vittoria inimmaginabile, una festa bianca e azzurra, i colori della Grecia, mentre a Bruxelles – e a Berlino – si preparava la risposta. Il 6 luglio, dopo la sorpresa, dopo la vittoria, dopo la festa, Varoufakis si dimise. Il mio lavoro è finito, scrisse in un post sul suo blog intitolato “Minister no more!”, i creditori vogliono la mia testa, “indosserò con orgoglio il loro disprezzo”, ma me ne vado: non c’entravano solo l’ira funesta della troika, i titoli di stato nello sprofondo, le minacce di Grexit, c’entrava il fatto che Varoufakis sapeva che Tsipras, il suo capo, non avrebbe retto quella pressione, non sarebbe stato il pifferaio che portava i greci fuori dall’Euro. Tsipras avrebbe ceduto, lui no. Era finita la storia politica più rocambolesca del secolo, un po’ tamarra, sfrontata e ingenua, che aveva messo a repentaglio non soltanto la Grecia ma la tenuta dell’intero progetto europeo. Iniziava, grazie alla kolotoumba di Tsipras, la capriola, una nuova storia, quella della salvezza: oggi, dieci anni dopo, il mondo legge questa seconda parte della storia e la trova bella, edificante, promettente, come solo le rinascite sanno essere.
Tsipras con la cravatta
Nel febbraio del 2015, l’allora premier italiano Matteo Renzi regalò al neoeletto Tsipras una cravatta. Il premier greco sorridendo gli rispose: quando i nostri problemi con i debiti si saranno risolti, mi metterò la cravatta. Questo quarantenne sfacciato e informale stava terremotando la politica europea e la cravatta divenne il termometro della sua trasformazione. Per questo, quando il 21 giugno del 2018, tre anni dopo il regalo, il referendum, la capriola, la vittoria alle elezioni anticipate del settembre del 2015, Tsipras si presentò ad Atene ad annunciare l’accordo raggiunto con i debitori europei, l’unica cosa di cui si parlò fu la sua cravatta rossa (che dopo mezz’ora si tolse). I ministri delle Finanze della zona euro avevano offerto alla Grecia un differimento di dieci anni e un’estensione delle scadenze su una grossa fetta di prestiti passati, nonché 15 miliardi di euro di nuovo credito per garantire che Atene potesse reggersi in piedi da sola dopo l’uscita dal piano di salvataggio. La Grecia si sarebbe salvata, in mezzo a tante rinunce, e il merito era di Tsipras che aveva conquistato i greci dicendo loro che non si sarebbe mai piegato ai dettami europei e che li avrebbe difesi dai tedeschi che volevano far affondare il sud spendaccione dell’Ue, e che aveva fatto l’esatto contrario. Nel giro di un anno, il premier avrebbe pagato tutto insieme il debito di fiducia che aveva contratto in quegli anni: perse le elezioni del 2019, oggi non è più il leader di Syriza.
La cura Mitsotakis
Giacca, cravatta, Bibbia, meritocrazia, riforme, mercato libero, Europa, tantissima Europa, il poliglotta Kyriakos Mitsotakis ha vinto le elezioni del 2019, ha portato al potere una destra moderata (tipologia che nel frattempo è mezzo scomparsa nel resto del continente), ha fatto fruttare l’accordo trovato da Tsipras con gli europei e ha determinato la storia del successo greco. Tagliata fuori dai mercati dopo la crisi finanziaria del 2010, con un deficit pubblico cinque volte superiore al limite del 3 per cento del pil previsto dall’Ue, la Grecia, che aveva anche manomesso i conti, non era stata da allora in grado di fare ordine: il primo bailout del 2010, modellato dal Fmi sui default dell’America del sud, non considerava il fatto che la Grecia fosse parte di un’unione valutaria, quindi senza margine di manovra in quel senso. L’economia si contrasse del 26 per cento dal 2008 al 2013, il tasso di disoccupazione s’alzò al 28 per cento. Quando Tsipras arrivò al potere, la crescita si era un pochino ripresa, ma c’era un secondo bailout da negoziare, cosa che il nuovo primo ministro rifiutò di fare e poi, come sappiamo, invece fece – con sette mesi di ritardo sulla già disastrata tabella di marcia prevista. Il terzo bailout infine negoziato era un pochino diverso da quello inizialmente imposto o almeno così disse il governo greco per far digerire una pillola amarissima a un popolo stremato, e in fuga: migliaia di giovani e di lavoratori lasciarono il paese. Tsipras fece funzionare l’accordo, cercò anzi di fare meglio del previsto per ricostruire la fiducia con il resto dell’Europa, ma la svolta fiscale, anche per questioni di tempo non soltanto di determinazione politica, è arrivata con il governo Mitsotakis. Intervistato dal Financial Times per il decennale dalla crisi del 2015, il premier ha detto che “stiamo parlando di un’economia completamente diversa da quella del 2009 in termini di salute fiscale e competitività”: il sistema bancario è stato ristrutturato, gli sprechi della pubblica amministrazione sono stati tagliati, l’evasione fiscale è stata ridotta, gli investimenti sono andati nel settore tecnologico (anche se la banca dati di Microsoft di cui Mitsotakis si vanta da almeno cinque anni ancora non è stata completata), le riforme della giustizia, delle pensioni e dell’istruzione sono iniziate, la crescita è tornata. “C’è ancora molto da fare”, dice il premier, perché se è vero che rispetto al 2015 la Grecia è un paese trasformato, è anche vero che la Grecia dovrebbe crescere dell’1 per cento in più rispetto agli altri paesi europei per i prossimi 15 anni per tornare ai livelli di prosperità del 2007.
Non siamo più quel che eravamo
I greci, così come gli europei, non amano darsi come obiettivo qualcosa che ha a che fare con il passato, ancor più se nel frattempo il mondo è cambiato alla velocità supersonica di quest’ultimo decennio. La Grecia è uscita cambiata dalla sua grande crisi, è uscita con una storia che anche gli europei amano raccontare, perché pure loro – le regole, i controlli, i patti di fiducia – non sono più quelli che erano. Mentre Atene diventa uno dei baluardi della fortezza che l’Europa sta costruendo per tenere fuori i migranti, la ministra del Lavoro, Niki Kerameus, si è messa a girare le capitali europee (compresa Londra, e in autunno sarà a New York) assieme a una delegazione di imprenditori per convincere chi era fuggito durante il periodo nero a tornare a “ricostruire” la Grecia. Dal 2010 al 2021, secondo le statistiche, sono andate via 600 mila persone, soprattutto studenti con un’istruzione alta. Nel 2023, per la prima volta, c’è stata un’inversione: sono arrivate più persone di quelle che sono andate via, cosa che non accadeva dal 2009. E per il 60 per cento, questi rientrati hanno dai 20 ai 44 anni, una forza lavoro che forse si è fatta corteggiare dal 50 per cento di riduzione delle tasse sul reddito per sette anni per chi ha lavorato all’estero per almeno cinque anni. E anche dal fatto che i salari sono cresciuti, in alcuni settori fino al 25 per cento. Ci sono molti giovani che restano scettici, dicono che più che sull’emotività del ritorno a casa, il governo di Mitsotakis dovrebbe investire sui cambiamenti strutturali, ma in altre parti dell’Europa è da qualche anno che si dice senza più battutine: magari farcela come la Grecia.