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Una truffa fatta ad arte

La storia di un Kandinsky falso che ha ingannato tutti

di Ezra Chowaiki, mercante d’arte

Il mercato dell’arte blue chip, quello degli artisti affermati, è così meravigliosamente cosmopolita che perfino i falsi vantano illustri provenienze internazionali. Ma il motivo per cui questa industria ridicolmente corrotta e misteriosa non può essere regolamentata è che non ha una sede fissa. Vendiamo un’opera che parte da Tokyo, passando per un intermediario a Los Angeles, fino a un acquirente a Bruxelles. Quindi, se un governo decidesse di imporre ostacoli o regolamenti a New York, per esempio, il commercio si sposterebbe altrove e si troverebbe comunque il modo di concludere gli affari.

A esser sincero, io sono un mercante d’arte blue chip con base a New York, specializzato in Picasso, Monet, Warhol e altre opere costose. E per essere ancora più onesto, alcuni anni fa ho scontato una pena in un carcere federale degli Stati Uniti per frode telematica, perché ho mentito su del denaro. Questo passo falso, sorprendentemente, mi ha liberato dalla necessità di tacere, permettendomi di parlare apertamente di questo settore, di cui faccio ancora parte.

Negli ultimi 27 anni (prima e dopo la mia disavventura), ho lavorato attivamente come mercante, e come tale mi sono stati proposti falsi almeno una volta a settimana. Si tratta di circa 1.300 settimane passate a esaminare falsi – che coincidono con il tempo durante il quale mi sono occupato di vendere opere autentiche. Tutta questa esperienza mi ha reso un esperto di entrambe le categorie. Ormai riesco a riconoscere un falso in due o tre secondi. E’ un talento fortunato nel mio mestiere, ma in realtà anche la maggior parte delle persone potrebbe svilupparlo, perché il 99 per cento dei falsi è facile da individuare: la grande maggioranza è fatta di tentativi goffi, dilettanteschi e spesso ridicoli di ingannare chi non ha esperienza.

Tuttavia, ogni mercante d’arte vi dirà che, per quanto esperto tu sia, esistono quei pochi esempi così ben fatti da mettere in crisi tutto il tuo sistema di certezze. E’ quando vieni ingannato da uno di questi falsi, a un certo punto della tua carriera, che ti ritrovi a dire: “E pensare che credevo di essere bravo”.

Nel 2006 fui contattato da Marco Saturni (cambierò tutti i nomi in questa storia, per proteggere gli innocenti, e proteggere me stesso dai colpevoli), un losco mercante d’arte italiano che viveva ad Atene, con la proposta di un magnifico disegno su carta attribuito a Kandinsky. Si trattava di un acquerello di belle dimensioni del periodo Bauhaus, con sovrapposizioni geometriche eleganti e una giusta dose di colore. Per quanto fosse stupendo, non avevo un acquirente diretto, ma uno dei miei ottimi amici a New York, il venerato mercante d’arte Gerard Erdos (anche questo è un nome fittizio), me ne aveva chiesto uno. Così feci una cosa che si rivelò, con il senno di poi, fortunatamente saggia: siccome mi fidavo molto di Gerard, gli parlai dell’opera e poi mi feci da parte lasciandolo comunicare direttamente con Marco. Gerard aveva fatto molto per me agli inizi della mia carriera, quindi gli dissi semplicemente: “Offrimi una buona cena quando concludi l’affare”.

Dal momento che questa è una storia di falsi, probabilmente immaginerete dove stia andando a parare. Ma la vera sorpresa è il modo in cui le cose si sono svelate. Vedete, quel Kandinsky era uno di quei rari falsi che sembrano veri in tutto e per tutto. Ingannò quasi tutti, almeno per un po’, e a essere sincero, c’è ancora una vocina nella mia testa che ogni tanto sussurra che potrebbe essere autentico.

Ecco un piccolo trucco per capire se il prossimo capolavoro che vi viene proposto è autentico o una patacca: confrontate il dipinto che avete davanti con una sua riproduzione in un libro, preferibilmente nel catalogo ragionato dell’artista (un catalogo ragionato è un compendio che raccoglie e pubblica tutte le opere conosciute di un artista). Fate il confronto esaminando ogni dettaglio, passando avanti e indietro tra l’originale e la riproduzione. Vi sembra una tecnica semplice e banale? Avete perfettamente ragione! Se da bambini eravate bravi nei giochi tipo “trova le differenze”, potete farlo anche voi. Molte cose che nel mercato dell’arte presentiamo come “segreti” in realtà sono pratiche semplici e banali, che fingiamo siano così complesse da richiedere una competenza esclusiva. Ma vi prego: non dite ai miei colleghi che ho appena svelato un segreto di stato. Potrebbero cercare di condannarmi di nuovo.

Confrontando le immagini, io e Gerard trovammo che l’elemento più convincente del disegno era una forma irregolare color magenta nell’angolo in alto a sinistra dell’opera, evidentemente realizzata tamponando l’acquerello sulla carta, lasciando che il pigmento diluito si espandesse e creasse almeno in parte una forma casuale. Questi effetti organici possono nascere per caso, mentre l’acqua si diffonde nella trama della carta. Questa forma, pensammo, non poteva essere facilmente falsificata, e in più corrispondeva perfettamente all’immagine del libro.

Oltre alla somiglianza visiva, anche le informazioni storiche sull’opera sembravano coerenti. Sul retro del disegno di Marco c’era l’etichetta di una mostra del 1965 all’Ateneum di Helsinki, e nel catalogo ragionato l’opera era elencata come appartenente a una collezione privata in Finlandia e presente proprio in quella stessa mostra del 1965. Il catalogo ragionato di Kandinsky è stato meticolosamente curato da Vivian Barnett, che a mio avviso è la migliore esperta del settore (sto usando il suo vero nome ora). Le sue informazioni sono praticamente impeccabili. Tutti gli indizi puntavano verso un “sì”!

L’aspetto meno convincente dell’affare era da chi proveniva il Kandinsky. Dissi a Gerard che Marco mi metteva a disagio, così Gerard insistette per essere messo in contatto diretto con la fonte. Marco lo mise in contatto con un certo Alberto Capaldi di una società chiamata Bankarte (anche questo nome è stato cambiato).

Quel Kandinsky era così convincente che Gerard lo acquistò dalla società di Capaldi per 750 mila euro, sicuro che avrebbe guadagnato abbastanza da una futura rivendita da giustificare l’acquisto. Tutti quelli a cui Gerard mostrò il Kandinsky ne rimasero affascinati. E aveva già ottimi potenziali compratori. Gerard portò persino l’opera da Sotheby’s con l’idea di metterla all’asta.

Questo fu il culmine della storia. Come su una montagna russa, si raggiunge un punto massimo prima della caduta.

L’affare avrebbe funzionato per Gerard, se non fosse stato per un esperto di Sotheby’s dal grande occhio, che notò una minuscola discrepanza tra l’oggetto reale e quello riprodotto nel catalogo ragionato. Un minuscolo triangolo, non più grande di mezzo centimetro nel disegno, sembrava essere di colore diverso rispetto alla riproduzione nel libro. Nella riproduzione a colori, questo triangolo misurava appena 2 millimetri. La differenza era che nel libro il triangolo era giallo, mentre nella realtà era bianco. E questa minuscola differenza bastò a far scattare l’allarme e a far saltare la vendita.

Ma, qualunque cosa avesse detto quell’esperto, sia io sia Gerard (che ovviamente mi teneva aggiornato in tempo reale) pensavamo che si sbagliasse. C’erano diversi problemi con la sua osservazione. Prima di tutto, tutto il resto dell’opera combaciava – dal fatto di essere presente nel libro all’etichetta dell’Ateneum. Come poteva un falsario con un occhio così attento ai dettagli sbagliare proprio quella piccolezza? Inoltre, il triangolo nel libro era accanto a un’altra forma gialla, quindi ipotizzammo che una piccola parte di una stampa a colori degli anni Ottanta potesse facilmente avere un errore di registro che aveva fatto “sbordare” il giallo sull’area accanto. La stampa allora non era precisa come oggi.

Il dubbio dell’esperto di Sotheby’s bastò a far sì che Vivian Barnett contattasse il vero collezionista in Finlandia, che possedeva quell’opera da molti anni. E purtroppo, quel proprietario (anonimo nel libro) confermò che il Kandinsky era ancora appeso alla parete di casa sua. L’opera che Gerard aveva pagato centinaia di migliaia di euro si rivelò un falso certificato.

Ed è qui che le cose divennero davvero assurde. Quando la questione assunse contorni legali, emersero sia la verità sia i vari personaggi coinvolti. Si scoprì che Capaldi aveva ottenuto l’opera da un certo signor Viola, che a sua volta l’aveva comprata da un signor Mani, il quale l’aveva acquistata (per circa 450 mila euro) dalla famiglia Filatov, apparentemente residente tra Israele e Berlino (la Finlandia non c’entrava nulla). Questo è ciò che nel settore chiamiamo una “catena a margherita”, ed è esattamente per questo che sono pericolose. Non solo tutti nella catena vogliono la loro parte, ma nessuno sa davvero chi ci sia coinvolto  mentre l’affare si svolge.

Ma vi sorprenderà sapere che la maggior parte delle transazioni d’arte avviene proprio con catene a margherita come questa? E se vi dicessi che anche molti affari che si concludono positivamente seguono questo stesso schema? Ecco perché questo settore non regolamentato è così dannatamente imprevedibile. A volte falliscono i giocatori più legittimi, e quelli più loschi riescono a portare a termine l’affare. Questo significa che noi mercanti siamo incentivati a perseguire ogni opportunità, per quanto rischiosa possa sembrare.

Gerard tentò di recuperare i suoi soldi per vie legali, ma con una rete internazionale e tanto intricata di bugiardi, dovette infine rinunciare. Tutti lungo la catena avevano guadagnato un po’, ma non abbastanza perché qualcuno potesse rimborsarlo completamente o rendere la causa conveniente.

Viola e Capaldi fornirono entrambi dichiarazioni scritte a sostegno della propria onorabilità, affermando di non condividere l’opinione del comitato Kandinsky e sostenendo che, secondo il loro autorevole parere, l’opera era indiscutibilmente autentica. “Per favore, venga in Italia il prima possibile – scrisse Capaldi – così potrà guardarmi negli occhi e capire che sono assolutamente in buona fede, come colui che le ha venduto il dipinto e che presto le dimostrerà che è autentico”.

Entrambi i mercanti ricorsero poi a una tattica molto comune tra i truffatori: cercarono di screditare gli esperti. Ho notato che la maggior parte degli esperti del settore fa un buon lavoro e si sforza davvero di usare il proprio miglior giudizio nell’autenticazione delle opere, quindi quando qualcuno li attacca, per me è un campanello d’allarme. In altre parole, mi fido più degli esperti che dei mercanti. Detto ciò, nessuno è infallibile, e ho visto alcune attribuzioni rare fatte da esperti che erano palesemente sbagliate. Ma in questo caso, mi fido pienamente dell’expertise delle autorità coinvolte nel caso Kandinsky. Sono irreprensibili.

Eppure, mi capita ancora, a volte, di svegliarmi nel cuore della notte, consultare il catalogo ragionato e confrontare di nuovo quelle immagini. Quella macchia di colore, quell’etichetta, la precisione dell’immagine – tutto è così perfetto! Sicuramente era opera di un falsario maestro. Vorrei tanto sapere chi sia. Mi piacerebbe conoscere i suoi altri falsi, e vedere se riuscirebbe a ingannarci di nuovo.