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Famiglie di città

A scuola a Barcellona, tra ambizioni distorte e un sistema interrotto

di Anna Pazos, scrittrice e giornalista
Veduta panoramica di Barcellona (©Jorge Castellanos/SOPA Images/LightRocket via Getty Images)

Ricordo i giorni senza orari, del lavoro di notte, del dormire fino a tardi, dello sgattaiolare fuori casa a ore strane per pranzi improvvisati che si allungavano in cene che diventavano serate con cocktail. Di tanto in tanto scorgevo una visione fugace, come una macchia o una falena nell’angolo: genitori in attesa di prendere i loro figli a scuola. Quella vista mi faceva l’effetto della morte: qualcosa di alieno, incomprensibile, la fine della vita stessa. Due giorni fa, in un afoso pomeriggio di metà settembre, mi sono trovata in mezzo a loro. Non in un ristorante a ordinare un digestivo, ma su un marciapiede, tenendo in mano uno zaino rosa coperto di tigri bianche, con dentro una pesca tagliata a fette in un tupperware.

Immaginavo che diventare genitore portasse molti cambiamenti, ma non avevo previsto quanto questo avrebbe trasformato la città stessa. Anche se vivo ancora a Barcellona, è come se mi fossi trasferita in un posto diverso e lontano, con nuovi ritmi e abitanti, persino nuove lingue. In piedi sul marciapiede, mi sentivo come una selvaggia dei boschi che incontra i membri di una tribù più civilizzata. Chi erano queste persone? Nella mia immaginazione (forse distorta), erano membri produttivi della società con lavori dalle 9 alle 17, istintivamente sintonizzati sulle regole delle chiacchiere da fare durante l’attesa. Dove si erano nascosti? Forse nella stessa caverna delle gentili signore anziane che attaccano discorso senza sforzo con mia figlia sull’autobus, o dei negozianti pachistani che, nel momento in cui la vedono entrare, afferrano i loro telefoni per mostrare orgogliosamente le foto dei loro piccoli.

Proprio mentre iniziavo a conoscere i miei concittadini, intere aree della città che erano state invisibili si sono illuminate, come se puntate dall’occhio di Sauron. I primi ad apparire sono stati i parchi. Nella mia zona erano scarsi, piccoli recinti circondati dal traffico, protetti dai pericoli esterni da una squallida recinzione di mezzo metro. Praticamente gabbie per bambini di città. Come avevo fatto a non notarli prima? I loro scivoli di metallo che raggiungono temperature bollenti d’estate, le altalene solitarie e strazianti. L’infanzia è sempre stata così? Perché tutti i genitori non si ribellavano, assaltando il municipio con le fiaccole? Questo stupore da principiante deriva dal fatto che non sono cresciuta in città. Per gran parte della mia infanzia, credevo che Barcellona non avesse scuole; al massimo era una destinazione per gite scolastiche, giornate ai musei, forse qualche compera natalizia dell’ultimo minuto. Le scuole, proprio come i parchi, appartenevano a un altrove. Per me le scuole erano edifici bassi ai margini di una foresta, con cortili spaziosi, una palestra e una biblioteca separate, persino un auditorium. L’idea di una scuola compressa tra i palazzi alti dell’Eixample, con solo un triste tetto come cortile, era incomprensibile.

Ora ho imparato che le scuole ampie e all’aria aperta della mia infanzia esistono a Barcellona. Si trovano ai piedi della catena del Collserola, oltre la Ronda de Dalt, una delle autostrade dell’èra olimpica. Per la maggior parte sono istituzioni paritarie o private, raggiungibili in auto o con costosi scuolabus. I loro siti promettono corsi in quattro lingue e la padronanza del coding entro i quattro anni. Alcune si ispirano al metodo Montessori e forse insegnano matematica ammucchiando bastoncini nel bosco. Più si scende verso il centro della città, più la realtà fa capolino.

Lo scorso febbraio ho dovuto scegliere, compito ingrato, una scuola per mia figlia, partecipando agli open day di almeno dieci istituti pubblici. Mentre navigavo tra le onde di discorsi pedagogici fatti in una lingua impenetrabile piena di eufemismi, annegavo nell’ansia, ossessionata dal pensiero che una scelta sbagliata avrebbe rovinato il futuro di mia figlia. Poi mi è tornato in mente che i miei genitori non avevano mai attraversato niente di tutto questo. Dai tre ai sedici anni, ho frequentato la stessa scuola paritaria (ai margini di una foresta) che aveva frequentato mia madre. Il mio professore di letteratura spagnola, il Señor Pérez, era stato il professore di letteratura spagnola di mia madre. Allora la premessa era semplice: qualsiasi scuola scelta avrebbe fornito una solida base in una gamma di materie, che avrebbe preparato tuo figlio per l’università e le sfide del mondo.

Desideravo quella semplicità, una fiducia cieca nell’istituzione. Invece, ero in un vortice di presagi oscuri. Ovunque mi girassi, c’erano le prove: qualcosa è andato terribilmente storto nel sistema educativo. Sia le classifiche spagnole sia quelle internazionali collocavano le scuole catalane in fondo. Insegnanti disillusi scrivevano libri e apparivano in tv, lamentandosi di riforme assurde, descrivendo aule dove adolescenti a malapena alfabetizzati disprezzavano i loro insegnanti altrettanto a malapena alfabetizzati, privati di ogni autorità – un collasso del processo di apprendimento. Un’amica che ci è già passata ha cercato di rassicurarmi dicendo (e perdonate il termine): “Non preoccuparti troppo, vengono fuori ritardati ovunque li mandi”. La settimana scorsa, questa stessa amica cercava freneticamente scuole con posti liberi. Quella pubblica che frequentano i suoi due figli, si lamentava, ora è piena di expat. Teme che la costante vicinanza con bambini stranieri benestanti i cui genitori fanno lavori da remoto al laptop – e quindi hanno tempo per partecipare gioiosi a ogni attività scolastica – rivelerà ai suoi figli la dura realtà della loro casa di classe operaia. Nella sua ricerca sta considerando scuole paritarie, “perché preferisco i miei ricchi senza maschere”.

Quanto a me, ho scelto una scuola pubblica a pochi isolati di distanza. Un educatore famoso mi ha poi detto che la vicinanza è il fattore più importante: permette ai bambini di costruire una comunità, di fare amicizia con i ragazzi della porta accanto. E’ una cosa che non ho mai avuto, trasportata in auto e poi in treno verso una scuola in un’altra città. Per segnare l’inizio di questa nuova èra, abbiamo messo in pensione il passeggino. Ogni mattina facciamo la nostra camminata di sette minuti, con una sosta obbligatoria al panificio, dove una giovane donna gentile dà a mia figlia un piccolo panino e le fa l’occhiolino. A volte il panino è gratis: quando il suo capo non c’è, presumo.