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La resistenza a Tbilisi

Prometeo incatenato al Caucaso

di Lasha Bugadze, scrittore e sceneggiatore
Manifestanti a Tbilisi durante la protesta ''No to the Russian Regime, Defend Visa-Free Travel’’, lo scorso 13 settembre. La marcia è stata organizzata da partiti che supportano il boicottaggio delle elezioni del 4 ottobre Gli organizzatori della marcia sono partiti che supportano il boicottaggio delle elezioni amministrative del prossimo 4 ottobre, dai familiari dei prigionieri di coscienza, e varie organizzazioni pubbliche che attribuiscono interamente al governo del Sogno Georgiano la responsabilità della minaccia di sospensione del regime di viaggio senza visto per la Georgia. (©Sebastien Canaud/NurPhoto via Getty Images)

Tra poco sarà trascorso un anno da quando il primo ministro del governo marionetta dell’oligarca filorusso Ivanishvili ha proclamato ufficialmente il rifiuto di integrare la Georgia nell’Unione europea. Da allora, nel paese, le proteste non hanno conosciuto tregua. L’oligarca autocrate ha fatto rinchiudere in carcere numerosi cittadini, che oggi vengono chiamati prigionieri di coscienza. Il cuore della rivolta batte nel centro di Tbilisi, lungo viale Rustaveli, dove giorno dopo giorno la folla si riversa e occupa la strada. Talvolta la protesta si veste di forme creative, e questo stesso testo nasce come tentativo di riflessione artistica su quella resistenza.

Dal secolo scorso viale Rustaveli è un luogo di scontro con la Russia: prima sovietica, poi post sovietica, infine putiniana. Qui i manifestanti furono massacrati dall’esercito sovietico; e qui, per ordine dell’oligarca filorusso, i manifestanti filo-europei vengono dispersi, picchiati, torturati e arrestati.

E questo incubo non si è ancora fermato: continua tuttora.

A volte non ho la forza di restare qui, su viale Rustaveli. Eppure non trovo nemmeno la forza di andarmene. Qui mi sento al sicuro, protetto, perché tra me e gli altri non esiste distanza.
Altrove sì. Non mi sento in pace con chi non riesce a stare qui, per chi questa realtà non è l’unica realtà. Con chi non è presente. Con loro non ho nulla in comune. Con loro non riesco a sentirmi sereno. Qui invece trovo la mia pace.

A volte temo di non resistere più; di non sopportare oltre gli stessi volti, le stesse parole, le stesse domande e le stesse risposte. Tutti portano lo stesso segno di inquietudine sul volto: la paura dell’incertezza. Cosa accadrà domani? Fino a quando dovremo rimanere qui? Fino a domani. E fino a quando durerà quel domani? Quando si fermerà davvero tutto?

Il domani mi divora, il domani è una soglia oltre la quale non so come vivere. Vengo qui e trovo quiete. Scelgo il mio posto, mi fermo. Mi pianto. O mi muovo… tra maschere, voci, volti, nomi – e so cosa prova ciascuno, perché io stesso sento le stesse cose. Come gli altri. Ostinato e confuso, immobile e in movimento. Ossessivo. Pieno di rabbia, pieno di rabbia.

Ho la mano stretta al collo dell’assassino… e lui intanto mi divora il fegato. Lo lacera a morsi e mi dissangua, qui incatenato, ammanettato a questa roccia. E io tengo la presa sul collo dell’assassino, lo soffoco, lo strangolo, la mia mano non si stanca… resta tesa. Sono legato… inchiodato… E lui continua a divorarmi il fegato…

Che creatura è mai questa? Un mostro, un mutante – con due teste… un’aquila bicefala, deformata… con becchi insanguinati…

E io soffoco, mi svuota del sangue, soffoco incastrato tra queste pietre, su questa roccia, col volto impastato del colore della pietra, con il fegato strappato e dilaniato, la mano ancora stretta al collo dell’assassino…

E sussurro: Fino alla fine. Fino alla fine. Fino alla fine.