Pascal Lamy, economista classe 1947, è stato per otto anni direttore generale dell’Organizzazione mondiale per il commercio (Wto) e alla guida del Commercio dell’Unione europea durante la commissione di Romano Prodi. Ora è presidente del Paris Peace Forum e coordinatore della rete di think tank dell’istituto Jacques Delors. Lo incontriamo a Venezia, invitato dal Berggruen Institute, dove ha tenuto una conferenza dal titolo: “Un’antropologia per un’Europa unita”. La sua proposta è trovare un immaginario coinvolgente, perché all’Ue non mancano le istituzioni, che sono efficaci, ma un legame tra homo economicus e homo civicus. Ma per farlo è necessario conoscere i nemici dell’Ue e l’esplosione della nuova estrema destra populista che “non ci aspettavamo”. “Questi qui”, dice, “sono andati avanti, hanno pensato, e hanno una dinamica politica che noi non abbiamo. Viktor Orbán è la loro opera d’arte, apice di un cambiamento che hanno avuto in questi anni”, dice Lamy. “Prima volevano uscire dall’Ue, ma da un po’ di tempo hanno cambiato strategia: vogliono cambiare le cose da dentro. Vogliono cambiare quei valori che sono stati fondanti nella creazione dell’Ue negli anni 50: democrazia, prosperità, libertà, tolleranza. E ora loro sono potenti, anche finanziariamente. Orbán sta mettendo su un think tank a Bruxelles con un fondo di 20 milioni, che è tantissimo. C’è l’ideologia ma ci sono anche le risorse”. Ma lei si aspettava questo cambiamento nella destra antieuropeista venti o trent’anni fa? “No. Pensavamo, sbagliando, che allora tutto fosse concentrato solo su una politica antimigranti. E invece più tardi si è capito che l’anti immigrazione era solo quel prodotto che metti all’ingresso del supermercato per attirare il cliente. Pensavamo che quello non bastasse, che non avrebbe funzionato. E poi pensavamo che loro volessero uscire dall’Unione. Ora i benefici di restare nell’Ue sono riconosciuti da almeno due terzi della popolazione. Hanno cambiato postura ideologica, hanno basato tutto sull’idea di ‘riprendere il controllo’, dai burocrati, dalle istituzioni, da Bruxelles”, spiega Lamy, e sorride amaro quando dice: “E’ un po’ come Make America Great Again, come se l’America non fosse già grande. E’ uno spostamento che non abbiamo preso abbastanza seriamente”.
Il paese che più preoccupa Lamy è la sua Francia, con un presidente “che non è un bravo politico”, mentre l’Italia “è riuscita in qualche modo a creare qualcosa, come sempre, di diverso”. Il problema principale, dice l’ex capo della Wto, è che “i valori dell’Ue sono crollati, che il liberalismo filosofico è finito. Questo per la gente come me è terribile. Oggi la visione mainstream è quella della Russia e degli Stati Uniti”. E poi c’è l’invasione dell’Ucraina, ma “di fronte a questa minaccia”, dice Lamy, “dobbiamo spiegare alle persone che una maggiore integrazione ci mette al sicuro, perché se non ci integriamo ancora di più verremo schiacciati tra Russia, America e Cina. Quindi la minaccia possiamo usarla a nostro favore”. C’è chi però dice che a mettere in crisi l’Ue sia anche stata un’integrazione troppo rapida di alcune economie, soprattutto a est. Ma su questo Lamy è categorico: “L’espansione non è mai stata un errore. Non avevamo scelta. E’ scritto sul marmo del Trattato di Roma. Se vuoi unirti e hai tutti i parametri giusti puoi entrare. E’ un sistema aperto fin dall’inizio”.
Lamy è convinto che l’attacco alla globalizzazione delle nuove destre sia “superficiale”. Perché “questi non sono contro la vera globalizzazione, che è l’integrazione economica del sistema produttivo. Dicono globalizzazione ma intendono omogeneizzazione, apertura, tolleranza. Intendono la distruzione delle identità nazionali. E’ un discorso non razionale, ma emotivo. Noi siamo razionali. Continuiamo a dire: l’integrazione economica europea è buona perché aumenta l’efficienza del sistema, e citiamo gli studi degli economisti. Ma questo non arriva a quella che in Francia chiamiamo la trippe”, cioè la pancia delle persone: “Dobbiamo riguadagnare l’elemento emotivo”. Donald Trump non ha una vera strategia per distruggere l’Ue, ma non la capisce, “non capisce come lui possa interfacciarsi con corpi politici non individuali. E’ troppo complesso per lui”. E poi ci sono i dazi, che per Trump sono “il coltellino svizzero dell’economia moderna. Crede che tu possa fare tutto quello che vuoi coi dazi”. Ma Lamy è ottimista. “Noi economisti convenzionali crediamo che si trasformerà in inflazione per gli americani. Per il momento sta avvenendo più lentamente del previsto, ma non vuol dire che non stia avvenendo”. E poi la Wto “deve imparare a vivere senza gli Stati Uniti. Alla fine sono responsabili solo del 13 per cento delle importazioni globali. Se il restante 87 per cento si comporta bene, si potrebbero aprire nuovi mercati. Penso che il capitalismo globale si adatterà”. Se l’America si allontana dal liberalismo, “tornare indietro sarà difficile” e ci saranno problemi anche qui, “ci sarà una forte emulazione. Se già oggi chiedi ai francesi se preferiscono la democrazia o un governo forte, un terzo almeno ti dirà, soprattutto tra i più giovani, che preferisce un governo forte, e non questo casino che c’è adesso. Se questa destra vince non è per gli slogan orecchiabili, ma perché ci sono dei veri problemi che noi nel centrosinistra non siamo stati abbastanza intelligenti da vedere”.
Pascal Lamy è un economista. E’ stato direttore generale dell’Organizzazione mondiale per il commercio (Wto) e alla guida del Commercio dell’Unione europea durante la commissione di Romano Prodi. Ora è presidente del Paris Peace Forum e coordinatore della rete di think tank dell’istituto Jacques Delors.