In qualità di commissario europeo responsabile della strategia industriale e della prosperità, la mia priorità per i prossimi quattro anni è rimettere in cima all’agenda il dossier del mercato interno.
In questo lavoro, devo riconoscere che l’Italia è stata una fonte d’ispirazione unica.
Tutte le più belle dichiarazioni d’amore recenti che sono state rivolte al mercato interno europeo provengono dall’Italia. La prima, poetica, è quella di Roberto Benigni nella trasmissione televisiva “Il Sogno” nel marzo del 2025, in cui fa un’ode all’Europa e in particolare al suo mercato, la cui evocazione si è presa un applauso. Gli piace anche descrivere l’assurdità comica che rappresenterebbe oggi un controllo doganale tra il Lazio e la Toscana, e al contempo quanto poco caso faremmo all’immaginare una simile situazione tra l’Italia e l’Austria. La seconda, urgente, è quella di Mario Draghi che descrive il mercato interno come un “tesoro non sfruttato”. La terza, programmatica, è quella di Enrico Letta, che nel suo rapporto propone un vero e proprio piano d’azione per rivitalizzarlo. Tre stili, lo stesso messaggio: abbiamo tra le mani un atout immenso, ma non lo utilizziamo all’altezza del suo potenziale.
E bisogna dirlo chiaramente: il mercato unico resta largamente sottovalutato nel dibattito pubblico europeo. Si celebrano Schengen, l’Erasmus, l’euro, ma il mercato interno – questa costruzione che sostiene il nostro sviluppo economico, che ha permesso a milioni di imprese di prosperare, che ha fatto dell’Europa il primo spazio economico integrato al mondo – resta spesso percepito come un quadro tecnocratico piuttosto che come un bene comune strategico. Questa mancanza di interesse non è un dettaglio: ha un costo politico. Perché un mercato interno incompiuto è oggi la nostra principale debolezza in un’economia mondiale che si frammenta.
Il mondo cambia velocemente. Gli Stati Uniti e la Cina costruiscono blocchi economici coesi attorno a catene del valore controllate e politiche industriali sostenute. La geopolitica ridisegna il commercio. Le tensioni tecnologiche diventano sistemiche. In questo contesto, un’Europa divisa da ostacoli interni perde competitività, velocità e sovranità. Non possiamo più dipendere da un mercato mondiale distorto: ciò che perdiamo all’esterno dobbiamo riguadagnarlo all’interno.
Il bisogno di un nuovo slancio
L’Atto Unico, le quattro libertà, le grandi direttive trasversali – tutto questo ha prodotto una trasformazione considerevole. Ma da quand’è che non ci proiettiamo più verso riforme di vasta portata come avrebbe fatto Delors? Sulle telecomunicazioni, sui mercati dei capitali, sul digitale, il nostro mercato è ancora troppo frammentato. Bisogna avere il coraggio di affrontare questa cosa. Come bisogna avere il coraggio di guardare in modo lucido alla realtà: i blocchi che frenano il mercato interno sono di natura molto tecnica, sono spesso minuscoli ma messi tutti insieme sono devastanti. Non si tratta più soltanto di demolire muri, ma di rimuovere migliaia di piccoli ostacoli: una qualifica professionale riconosciuta in un paese ma non in un altro; regole di imballaggio divergenti per uno stesso prodotto; procedure amministrative duplicate che scoraggiano le pmi; norme tecniche non armonizzate che ritardano l’immissione sul mercato di tecnologie essenziali. Questi attriti sono raramente visibili, ma rappresentano l’equivalente di dazi doganali interni, fino al 50 per cento per i beni, e al 110 per cento per i servizi. Questo lavoro di precisione non ha nulla di spettacolare. Ma è diventato indispensabile se vogliamo restituire al mercato interno il suo ruolo di motore economico.
La responsabilità è di tutti
Dire che il ciclo Delors è terminato non vuol dire che la Commissione non abbia più un ruolo. Vuol dire che la responsabilità è ormai collettiva. La Commissione può stimolare, proporre, coordinare. Ma non può, da sola, colmare le lacune create dai governi nazionali. Troppo spesso, regolamentazioni nazionali presentate come miglioramenti tecnici non sono in realtà che forme di protezionismo mascherato. L’esigenza supplementare, la procedura che differisce leggermente, la norma nazionale mantenuta senza giustificazione obiettiva: ogni volta, è una barriera invisibile che si erge. Una barriera che protegge un attore consolidato ma indebolisce l’insieme della catena del valore europea.
Il messaggio è semplice: senza impegno degli stati, non ci sarà un mercato interno veramente funzionale.
Ma la responsabilità incombe anche sulle imprese. Alcune pratiche, come la segmentazione artificiale dei mercati, le esclusività territoriali ingiustificate o le clausole restrittive che impediscono la vendita transfrontaliera, mantengono la frammentazione che peraltro esse denunciano. Non si può reclamare un mercato più integrato tentando al contempo di mantenere prigionieri ventisette mercati. In un mondo in cui la concorrenza esterna si rafforza, queste strategie sono non soltanto inefficaci, ma pericolose. Non possiamo più vivere in un mondo dove l’internazionalizzazione è, per un’impresa, più semplice dell’europeizzazione.
Una strategia per rimettere il mercato interno nel cuore del progetto europeo
Di fronte a queste sfide, la nostra Commissione ha deciso di agire. Abbiamo lanciato una strategia volta a reinserire il mercato interno nel cuore del nostro progetto politico. Essa si basa su misure concrete:
- proteggere il nostro mercato interno condizionando gli investimenti esteri che non sono nell’interesse dell’Unione e finalizzando l’Unione doganale;
- identificare ed eliminare i dieci ostacoli più grandi che penalizzano le imprese;
- accelerare il riconoscimento delle qualifiche professionali per garantire la mobilità;
- armonizzare e semplificare l’informazione ai consumatori, in particolare tramite un’etichettatura digitale comune;
- creare un “ventottesimo regime” volontario per permettere alle imprese innovative di svilupparsi più facilmente su scala europea;
La nostra convinzione è semplice: la migliore semplificazione non è la deregolamentazione, ma l’armonizzazione. Le regole comuni, applicate ovunque, liberano le forze del mercato invece di frenarle.
L’Italia al cuore del mercato interno di domani
Per l’Italia, tutto questo è centrale. Le vostre piccole e medie imprese, i vostri ingegneri, i vostri artigiani, le vostre start-up operano in un sistema in cui la fluidità del mercato interno condiziona direttamente la loro competitività. Le vostre regioni sono tra le più dinamiche d’Europa, ma il loro sviluppo dipende da un accesso senza attriti ai mercati vicini. I vostri giovani talenti hanno bisogno di uno spazio professionale senza barriere amministrative.
I lavori di Letta e di Draghi ci ricordano che il mercato interno è al tempo stesso il nostro più grande atout e la nostra più grande opportunità mancata. Per restare una potenza economica e preservare la nostra sovranità, l’Europa deve fare del mercato interno non soltanto un assunto, ma un’ambizione. Il mercato interno non è un’eredità: è un cantiere. Non è soltanto un successo del passato: è la condizione del nostro successo per il futuro. A noi – istituzioni, stati membri, imprese – il compito di farne finalmente una realtà che sosteniamo pienamente.