
Le rivoluzioni sono macchine strane: per non schiantarsi, devono accelerare.
Nel 2026, il nuovo trumpismo entra nel suo secondo anno. E’ un momento delicato. L’energia si consuma. Molto è stato fatto in dodici mesi, ma è questo il punto: troppo e troppo poco allo stesso tempo. Le elezioni di metà mandato, in America, si avvicinano, i sondaggi sono negativi e, quando si vota, i risultati sono ancora peggiori. I giudici sono sempre lì, le prove si accumulano. In meno di un anno, la fortuna del presidente e della sua famiglia è aumentata di svariati miliardi di dollari, proprio mentre il potere d’acquisto resta una questione estremamente sensibile per tutti coloro che non fanno parte dell’oligarchia.
Le élite trumpiste lo sanno, ed è per questo che, da una settimana, stiamo vivendo un momento inedito.
Dalla Seconda guerra mondiale, gli Stati Uniti non avevano mai, nell’arco di poche ore, minacciato di intervenire in cinque paesi stranieri dopo averne colpito un sesto. Mai avevano catturato e rapito un presidente in carica per processarlo. Mai avevano fatto dell’annessione territoriale un obiettivo esplicito della loro politica estera.
Questa dimostrazione spettacolare di forza e brutalità non ci sta facendo concentrare sull’essenziale. Se, in Venezuela, abbiamo assistito a un colpo contro un dittatore – ma non contro una dittatura – è perché, in realtà, l’unico vero cambio di regime in corso oggi non avviene a Caracas, ma a Washington.
La dottrina globale del trumpismo è ormai esplicita, radicale, reazionaria.
Può essere riassunta in un solo concetto: la ricolonizzazione.
Rimettere il cappello imperiale – Bring back colonialism, Make colonialism great again – è diventato il nuovo slogan della principale potenza occidentale.
Un nuovo impero clanico sta prendendo forma a Washington. Profondamente influenzato dai metodi della Silicon Valley, fonde pubblico e privato, cercando di trasformare gli Stati Uniti in un’azienda nelle mani di un ceo e del suo clan – i territori conquistati in spazi da gestire o proteggere in funzione della loro redditività.
E’ un mondo senza confini né limiti, strutturato dalla rivoluzione digitale e dalla disarticolazione della geografia e della politica, attraversato dagli spazi digitali il cui controllo dei parametri essenziali è oggi nelle mani dei signori della tech insediati alla Casa Bianca, al di fuori di ogni reale controllo democratico.
Il presidente americano dispone della forza del primo esercito del mondo. Dispone anche dell’iperpotenza del suo apparato digitale.
A questo punto, chi può resistergli?
Se vogliamo essere realistici, si pongono due domande.
La prima è puramente analitica: chi ha oggi la capacità di resistere a questa consolidazione imperiale, alla vassallizzazione dell’Europa e dell’occidente, alla cancellazione della sovranità popolare e alla disgregazione delle istituzioni pubbliche che essa provoca?
Chi siamo noi per opporci alla trasformazione della Nato in un nuovo Patto di Varsavia, che dissolve ogni sovranità sostanziale in un grande spazio algoritmico?
La seconda domanda – indissociabile dalla prima – è di tutt’altra natura: che cosa diventeremo se non proviamo a resistere a questo progetto?
La forza dell’avventurismo emisferico della Casa Bianca risiede nell’impressione di inevitabilità che riesce a produrre. E’ lo stato di choc, l’interiorizzazione della sconfitta, a nutrirlo. Il vassallaggio felice dei nostri dirigenti ha imposto una cappa di piombo sull’energia e sulla capacità d’azione delle nostre società.
Eppure nulla è scritto. Ispiratore del nuovo trumpismo, il padrone del Cremlino non è riuscito, dopo quattro anni di guerra, a sottomettere un popolo in armi.
Contrariamente a ciò che i nuovi signori vorrebbero farci credere, non siamo spettatori passivi di una partita a scacchi tra grandi potenze. Le repubbliche sono forze insormontabili quando sanno che occorre combattere.
Ogni confronto geopolitico è anche un confronto politico. E le istituzioni di Washington non sono – non ancora – quelle di Mosca.
Si afferma oggi che non esisterebbe alcuna possibilità militare di resistere a una presa di controllo della Groenlandia con la forza da parte americana. E’ ignorare il fatto che qualsiasi attacco, a maggior ragione letale, contro soldati europei in posizione difensiva in Groenlandia porrebbe un problema politico insormontabile alla Casa Bianca: nei confronti dei contropoteri che cercano ancora di esistere, della componente suprematista della sua base, così come dei suoi alleati sovranisti. Il guinzaglio dell’Impero non è sufficiente a domare tutti i popoli del mondo.
Nulla garantisce che sia possibile resistere a questo impero e alla sconfitta che ci promette. Ma tutto indica che dobbiamo lavorare per accelerarne la caduta. Ciò richiede una diagnosi lucida di ciò che sta accadendo. Senza disfattismo, senza irenismo: uscire dall’incrementalismo e dalla negoziazione permanente.
Tutti hanno ormai compreso quale futuro ci attende se non agiamo. E se restasse a qualcuno ancora qualche dubbio, basterebbe osservare ciò che produce già oggi l’intelligenza artificiale di Elon Musk: contenuti apertamente antisemiti e negazionisti, o la generazione di immagini pornografiche di bambine reali, spogliate dall’algoritmo.
E tutti hanno compreso anche un’altra cosa: in questo momento storico, saremo giudicati in base a ciò che avremo fatto – o scelto di non fare.