Cerca

Alleati in crisi

Così le forze centriste dell’Europa possono contrastare la Nuova Destra

di Mark Leonard, direttore dell’European Council on Foreign Relations
Donald Trump fa uno show durante una manifestazione al Rocky Mount Event a Rocky Mount, Carolina del Nord, lo scorso 19 dicembre. (Foto di Tasos Katopodis/Getty Images)

Stiamo vivendo una seconda rivoluzione americana”, dice Kevin Roberts, presidente della Heritage Foundation, un think tank molto vicino e allineato a Donald Trump. A un anno dal ritorno del presidente alla Casa Bianca, quello sconvolgimento non è più confinato agli Stati Uniti.

Si sta ora irradiando verso l’Europa, assumendo forme istituzionali attraverso partiti come Reform Uk nel Regno Unito, l’Alternative für Deutschland in Germania, il Rassemblement national in Francia, Fidesz in Ungheria e Vox in Spagna. Come per i movimenti comunisti durante la Guerra fredda, questi partiti vanno intesi non come fenomeni nazionali isolati, ma come espressioni di un progetto intellettuale condiviso – che è, in misura variabile, incoraggiato e rafforzato da una potenza straniera. I governi europei si trovano intrappolati in un paradosso scomodo.

Sono bersagli frequenti dell’ostilità di Trump e dei suoi alleati ideologici, eppure la loro dipendenza dal sostegno militare statunitense per l’Ucraina lascia loro poca scelta se non quella di procedere con cautela. Questa dipendenza limita la loro capacità di rispondere a quella che potrebbe essere la sfida politica più seria che affrontano in ambito interno. Il rischio più profondo, tuttavia, sta nel fraintendere la natura di questa sfida. La Nuova Destra viene spesso descritta come nostalgica o reazionaria, intenta a restaurare un passato immaginato. In realtà, la sua forza risiede nell’essere radicalmente contemporanea – accuratamente sintonizzata sulle condizioni politiche, sociali e intellettuali del XXI secolo.

Centrale nell’autocomprensione del movimento è l’affermazione che il liberalismo abbia fallito, assieme all’ordine globalizzato che ha promosso dopo la Guerra fredda. Secondo la narrazione di questi partiti, i cittadini sono stati colpiti da una sequenza ininterrotta di choc: il crollo finanziario globale del 2008, la crisi dell’Eurozona due anni dopo, la crisi dei rifugiati del 2015, la pandemia di Covid nel 2020 e il forte aumento del costo della vita seguito all’invasione russa dell’Ucraina nel 2022. Ogni episodio, sostengono, ha esposto i limiti della governance liberale, ha sopraffatto la capacità di reazione degli stati e ha alimentato sospetti su quali interessi i governi stessero realmente servendo. Da questo ambiente sono emersi gli “imprenditori delle crisi” della Nuova Destra che sostengono che le persone comuni abbiano pagato il prezzo – attraverso posti di lavoro persi, servizi sotto pressione o bollette in aumento – mentre le élite rimanevano protette dalle conseguenze. Il movimento si è quindi dedicato a costruire una nuova coalizione elettorale, rivolgendosi soprattutto a coloro che sentivano di aver costantemente perso – spesso elettori della working class che vivevano un declino relativo in termini di reddito, sicurezza e posizione sociale. Questo appello è stato distillato in un programma coerente che abbraccia immigrazione, commercio, politica estera e riforma dello stato, legati insieme dalla promessa di restaurare un’identità nazionale condivisa. I confini sono diventati uno strumento per distinguere i membri “veri” della nazione dagli estranei. I dazi sono stati reinterpretati come un modo per ricostruire la produzione interna ed elevare la dignità del lavoro. La politica estera è stata ridotta a un interesse nazionale definito in modo restrittivo. E la resistenza istituzionale è stata superata attaccando il deep state e screditando gli esperti come guardiani di un ordine liberale screditato.

Il successo della Nuova Destra si è basato anche sulla sua padronanza di un ambiente mediatico frammentato. Mentre la sfera pubblica si spezzettava in sottoculture online, questi movimenti hanno imparato ad aggirare il giornalismo tradizionale e a dominare le piattaforme digitali. Promuovendo un’interpretazione permissiva della “libertà di parola”, hanno forgiato alleanze con magnati della tecnologia come Elon Musk e saturato lo spazio online con le loro narrazioni, slogan e meme. Forse la loro manovra più efficace è stata quella di costringere i partiti tradizionali in una posizione perdente – presentandoli come difensori delle élite più che dei lavoratori, della continuità più che del cambiamento. I partiti consolidati hanno minimizzato la portata della minaccia. Quando hanno risposto, hanno spesso fatto ricorso all’imitazione della retorica della Nuova Destra, in particolare sull’immigrazione. Eppure l’imitazione ha finito per rafforzare gli sfidanti invece che neutralizzarli.

Qualsiasi risposta efficace deve iniziare riconoscendo la forza della critica della Nuova Destra al liberalismo, senza cadere in una difesa compiaciuta dell’ordine esistente. Questo deve essere accompagnato da un progetto politico credibile che parli direttamente alle preoccupazioni della working class. Infine, richiede nuovi metodi per coinvolgere gli elettori in un’epoca in cui i canali tradizionali non sono più sufficienti. Alcuni leader hanno già dimostrato come questo possa funzionare nella pratica. La premier danese, Mette Frederiksen, ha ritagliato un terreno peculiare sull’immigrazione reinterpretandola come una questione di protezione dello stato sociale piuttosto che di razza o identità. Politiche di confine ferme sono state combinate con investimenti sostanziali nel sostegno ai rifugiati all’estero e robusti sforzi di integrazione in patria. Negli Stati Uniti, il governatore del Kentucky Andy Beshear ha mostrato come coinvolgere gli elettori favorevoli a Trump attraverso risposte pragmatiche su occupazione, sicurezza pubblica, sanità e infrastrutture. Nei Paesi Bassi, Rob Jetten ha spinto il centrosinistra del D66 dal quinto posto alla vetta dei sondaggi mobilitando gruppi emarginati con un messaggio ottimista – Het kan wel, si può fare. E a New York, Zohran Mamdani ha illustrato come questa agenda possa essere tradotta in proposte politiche virali attraverso una campagna elettorale innovativa.

Eppure la lezione più chiara potrebbe venire da leader come Mark Carney in Canada e Anthony Albanese in Australia, che hanno rapidamente compreso che il ritorno di Trump ha trasformato il carattere della politica antiestablishment in tutto l’occidente. I leader populisti non possono più presentarsi in modo convincente come sfidanti nazionali quando sono inseriti in una rete rivoluzionaria transfrontaliera. L’associazione con la figura politica più potente del mondo porta responsabilità oltre che vantaggi, costringendoli a chiarire il loro allineamento con l’agenda di Trump. L’estrema destra europea ha inizialmente guadagnato dalla Brexit, per poi vederla diventare un fardello politico. I sondaggi dell’European Council on Foreign Relations suggeriscono che il trumpismo potrebbe seguire una traiettoria simile: ampie maggioranze in Europa considerano la rielezione di Trump dannosa per i loro stessi paesi.

Se le forze centriste riusciranno a trovare la determinazione per coalizzarsi attorno a una strategia che trasformi i punti di forza della Nuova Destra in vulnerabilità, c’è ancora la possibilità che il centro politico possa resistere.