Cerca

Investire in casa

Per innovare davvero, l’Europa deve passare dal fatalismo disfattista al coraggio

di Vittorio Colao, vice presidente di EMEA, General Atlantic, già ministro per l’Innovazione tecnologica e la Transizione digitale
illustrazione di Paolo Beghini

Quando si chiede a qualunque pubblico in Europa se – a condizioni di profittabilità e competenze disponibili identiche – farebbe un investimento negli Stati Uniti o in Europa, oltre il 90 per cento regolarmente alza la mano a favore degli Stati Uniti.

Siamo noi europei i primi a non aver fiducia nel nostro sistema di innovazione. Perché sappiamo bene che in Europa il rischio è maggiore e la probabilità di successo minore.

Nel 2024, il rapporto Draghi ha sottolineato che le imprese tech europee sono poche e piccole, la ricerca universitaria buona ma poco orientata allo sviluppo, i grandi progetti tech europei – semiconduttori, costellazioni satellitari, cloud, sistemi d’arma, soluzioni fintech, modelli di AI e quantum computing – frammentati, sovrapposti e sottocapitalizzati. E i nostri unicorni sono per lo più in settori a medio-basso tasso di innovazione tecnologica.

Siamo al 2026 ed è diventato ancora più evidente che noi europei non possiamo più dipendere da progresso scientifico e tecnologia americani o cinesi senza finire col sottomettere le nostre leggi e i nostri mercati alla volontà politica ed economica di altre potenze.

Cosi si invocano investimenti pubblici, maggiori fondi alla ricerca, mercato unico dei capitali e incentivi fiscali per chi finanzia l’innovazione. Tuttavia nel frattempo continuiamo a finanziare progetti e campioni nazionali piccoli, frammentati e sovrapposti. E a mantenere un approccio arrendista che combina politiche “spray and pray” e “too little, too late” in “distribuire poco, tardi, e sperare”. Una policy di rilancio per l’Europa arrendista, che non vuole riconoscere ciò che realmente serve all’innovazione tech: migliorare le opportunità di successo per i nostri imprenditori; potenziare il finanziamento di piccole, medie e grandi imprese innovative; favorire la crescita della dimensione di quelle di successo.

La prima iniziativa necessaria per far cambiare idea agli europei che non investirebbero in Europa oggi è permettere a chi lancia un progetto innovativo in Europa di aver le stesse probabilità di successo e rischi che avrebbe in America o in Cina. Possiamo esser il blocco economico più attraente per innovazioni se diamo ai giovani imprenditori identiche condizioni di accesso ai 450 milioni di europei e alle 33 milioni di aziende europee. Ma siamo rassegnati a essere 27 mercati diversi e molti pensano che abbiamo perso il treno per sempre.

Sia il rapporto Draghi sulla competitività, sia il rapporto Letta sul mercato unico hanno invece invocato la creazione di un 28° regime – identico in tutta Europa – per le imprese innovative. La Commissione lo sta lanciando, ma limitato a una identità e registrazione digitale europea, e a generiche “aspirazioni” di allineamento delle regole. Imprenditori e investitori chiedono specificamente fiscalità unica, normative sul lavoro che diano agilità di assunzioni, gestione amministrativa semplificata. Nonostante il sostegno a parole della leadership tedesca e francese (e il silenzio del governo italiano…) nessuno stato membro ha finora il coraggio “politico” di abbracciare appieno l’idea di permettere a piccole ma preziose imprese di lavorare in un quadro europeo realmente unico.

Eppure questo ci chiedono i nostri giovani imprenditori. Bastano un singolo contratto di lavoro semplificato, un regime fiscale unico per i primi anni, una forma giuridica societaria semplice e più libera, la prevalenza della normativa amministrativa del paese di fondazione. Anche senza unanimità, i principali governi europei possono coordinare con alcuni stati membri il nuovo regime ristretto a imprese europee sotto una data dimensione, per 10-12 anni dalla fondazione. Il messaggio politico sarebbe di fiducia per i giovani e di ottimismo per risparmiatori/investitori, difficile da contrastare in nome del sovranismo. Quaranta anni fa, le università più lungimiranti cominciarono, tra lo scetticismo e la resistenza dei conservatori accademici, a scambiarsi studenti senza un completo quadro europeo. Oggi Erasmus serve quasi 20 milioni di studenti europei. Un 28° regime, “l’Erasmus dell’innovazione”, sarebbe un potente segnale di coesione di noi europei nel momento in cui siamo attaccati e considerati incapaci di modernizzarci. Dimostriamo il contrario.

In secondo luogo si parla spesso di capitali necessari per l’innovazione, invocando esenzioni fiscali per i privati e contributi pubblici. E come caldeggiato da molti, una “piattaforma” europea per mobilizzare il risparmio privato. Molti stati membri hanno già adottato facilitazioni fiscali, ottime per sostenere le start up e incoraggiare il “seed capital”. Occorre tuttavia pensare maggiormente a sostenere la crescita delle aziende europee da alcune decine a miliardi di ricavi. E accettare che le grandi challenge tecnologiche richiedono miliardi con profili di rischio molto elevati, sostenibili solo da aziende giganti (una sola europea tra le prime venti al mondo…) o direttamente dagli stati (il più grande europeo è meno di un quarto degli Stati Uniti e il 6-7 per cento della Cina).

La Commissione europea sta effettivamente varando uno Scale-up Fund, che a esser ottimisti investirà solo 5 o 6 miliardi in 6 o 7 anni. L’intero Fondo coprirebbe quindi a malapena un singolo finanziamento nell’AI, spazio o High performance computing. Dobbiamo avere più coraggio.

L’Unione europea deve dotarsi di più potenti strumenti di investimento comune sulle iniziative strategiche per la nostra autonomia e difesa, a orizzonte lunghissimo come quantum computing, costellazioni spaziali e capacità di super calcolo.

Cosa fare dunque? Occorre agire in tre direzioni.

Per rafforzare la capacità di investimento privata europea è necessario avviare uno strumento di investimento europeo che possa potenziare fondi dedicati alle crescita delle imprese tech. Oggi solo 2 dei primi 20 grandi fondi mondiali sono basati nell’Ue, 4 nell’Europa allargata. Per gli investimenti di media dimensione gli istituti nazionali di promozione europei – quali Cdp, Kfw e Bpi in Italia, Germania e Francia – debbono allargare la loro missione al coinvestimento nelle “scale-up” europee con potenziale internazionale e globale anche fuori dai loro paesi. Infine, per investimenti sostanziali e a maggior rischio si deve dotare la Bei di una divisione per investimento in equity per progetti di interesse strategico europeo indicati nella strategia della competitività della Commissione e approvata dal Consiglio, anche questa una raccomandazione del rapporto Draghi solo semi-avviata nel 2025.

Certo, questi cambiamenti richiederebbero nuovo personale e competenze tecniche e manageriali fresche ma proprio questi rafforzerebbero il nostro sistema pubblico e privato di investimenti per il lungo termine. Si esita però ad abbracciarle e tradurrle in proposte coraggiose, forse per le implicazioni sulla governance e la titolarità dei fondi, forse anche per il fatalismo disfattista di chi dice “è comunque tardi”.

Infine, occorre incoraggiare attivamente la crescita dimensionale della taglia delle imprese europee, sia private sia pubbliche. Nel pubblico il “modello Airbus” è sempre citato ma i governi paiono timorosi e vittime di resistenze a fusioni tra le loro aziende nazionali nella difesa, nello spazio, nell’elettronica. Il mondo privato sarebbe invece più incline a provarci, ma la gestione della politica della concorrenza di Bruxelles ha dissuaso per vent’anni chi voleva consolidare in Europa, per proteggere “ex ante” consumatori e aziende clienti. Proprio quando la tecnologia cambiava e rendeva la scala e la concentrazione essenziale per sostenere innovazione e investimenti. Sebbene nel 2025 la presidente von der Leyen abbia dichiarato di voler adottare un approccio diverso, più aperto alla concentrazione nei settori strategici, a oggi le politiche della concorrenza non hanno subìto revisioni significative, chiare e rapidamente attuabili, che possano accelerare i consolidamenti. Non possiamo metterci anni, occorre una nuova policy della concorrenza entro il 2026.

In conclusione, l’Europa può e deve essere ottimista, avere più coraggio.

Dimostrare un continente più unito – guardando innanzitutto ai giovani innovatori – e disposto a estendere il modello andando avanti. Destinare ingenti capitali a favore del sistema di innovazione europeo, confidando che sapremo tutelare i fondi pubblici e il risparmio privato mobilitato. E spingere l’unione delle forze industriali e le eccellenze dei singoli paesi europei, per meglio fronteggiare la concorrenza dei due poli americano e cinese. E occorrono coraggio e ottimismo soprattutto per alimentare la fiducia dei cittadini europei. Per mostrare loro che le capacità di innovazione continentali non implicano solo maggiore competitività ma soprattutto maggiori opportunità di lavoro per i nostri giovani.