Quando Donald Trump e Benjamin Netanyahu hanno dato il via all’attacco all’Iran, il 28 febbraio, non si sono preoccupati di consultare il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. A differenza di quanto accadde con l’invasione dell’Iraq da parte di George W. Bush nel 2003, non c’è stato alcun tentativo di mettere insieme una coalizione dei volenterosi, il presidente americano non ha nemmeno cercato l’autorizzazione del Congresso per dichiarare guerra, come invece prevede la Costituzione americana. Se qualcuno si è posto qualche domanda sul diritto internazionale, è evidente che la riflessione non si è tradotta in una strategia sul campo. Naturalmente, un attacco non provocato al territorio sovrano di un altro paese è considerato un crimine di aggressione ai sensi del diritto internazionale, vietato dalla Carta dell’Onu e definito nello Statuto di Roma della Corte penale internazionale. Questa guerra contro l’Iran, assieme alla Guerra dei 12 giorni dell’anno scorso, è molto probabilmente illegale secondo il sistema internazionale di regole e norme stabilito dalle potenze occidentali dopo la fine della Seconda guerra mondiale. Molti giuristi internazionali, molti funzionari dell’Onu e molti altri esperti, commentatori si sono scagliati, su queste basi, contro la guerra di Trump e non hanno mai menzionato la lunga serie di violazioni del diritto internazionale – ben documentate – da parte del regime iraniano. Il segretario generale dell’Onu António Guterres ha rilasciato una dichiarazione fiacca condannando “l’uso della forza da parte degli Stati Uniti e di Israele contro l’Iran”, e “la successiva ritorsione dell’Iran nella regione” in quanto “minaccia la pace e la sicurezza internazionale” e vìola la Carta dell’Onu.La risposta europea è stata sullo stesso tono. La responsabile della politica estera Kaja Kallas ha rilasciato una dichiarazione chiedendo “la massima moderazione, la protezione dei civili e il pieno rispetto del diritto internazionale, inclusi i princìpi della Carta delle Nazioni Unite e il diritto internazionale umanitario”. In questi comunicati non c’era una sola parola sulle decennali violazioni della Carta dell’Onu da parte del regime iraniano, tra cui il finanziamento del terrorismo e l’alimentazione di conflitti nei paesi vicini come Iraq, Siria, Libano, Palestina e Yemen, né sulle gravi violazioni dei diritti umani commesse dal regime contro il popolo iraniano, che gli esperti hanno descritto come crimini contro l’umanità. Sembra che sia già stato dimenticato che il detonatore di questo conflitto sono state le proteste interne all’Iran, iniziate nel dicembre 2025 e brutalmente represse in modo devastante e crudele l’8 e il 9 gennaio dalle Guardie della rivoluzione, dalla milizia bassiji e da altre forze.
Per ordine della Guida suprema, Ali Khamenei, si stima che circa 30 mila manifestanti civili disarmati siano stati massacrati nelle strade delle città iraniane, innescando una serie di eventi che hanno spinto Trump – il quale aveva promesso sui social media di aiutare i manifestanti – a decidere di colpire. Dov’era Guterres, e dov’era il diritto internazionale, mentre si consumava questo massacro?
Nella guerra di Trump e Netanyahu contro l’Iran assistiamo alla disintegrazione degli ultimi residui dell’ordine internazionale fondato su regole, e il precario sorgere di una nuova epoca in cui conta soltanto la forza nei rapporti internazionali. Si potrebbe iniziare a contare dalla guerra di conquista della Russia in Ucraina, o anche prima dall’invasione americana dell’Iraq, ma non cambia il dato più deplorevole: l’Onu è diventata irrilevante. Molti paesi rendono omaggio a parole al sistema internazionale, seguendo in ultima analisi il proprio ristretto interesse nazionale – che si tratti dell’Australia che trattiene a tempo indeterminato i richiedenti asilo in strutture di detenzione offshore in violazione del diritto internazionale, o della Cina che reinterpreta la Convenzione sul diritto del mare per impadronirsi di isole strategiche nel Mar Cinese meridionale.
L’invasione russa dell’Ucraina nel 2022, sulla scia dell’annessione della Crimea nel 2014, ha dimostrato che quando una potenza mondiale ha sete di espansione territoriale, il sistema internazionale fondato su regole può fare ben poco per ostacolarlo. L’assenza di qualsiasi meccanismo di applicazione, e il fatto che la Russia possa usare il proprio veto per bloccare i tentativi di imporre misure restrittive attraverso il Consiglio di sicurezza, ha ridotto le Nazioni Unite, l’Unione europea e gli altri paesi e istituzioni che ancora credono nel sistema internazionale a rilasciare blande dichiarazioni di condanna e appelli alla moderazione. Negli ultimi anni è sembrato che il diritto internazionale agisse come un freno per quei paesi – principalmente in Europa – che continuano a credere fermamente nello stato di diritto, ma non per i regimi repressivi come Russia e Iran, che si sono sentiti incoraggiati a violare sfacciatamente i princìpi internazionali senza subirne le conseguenze. Si è venuto a creare un campo di gioco asimmetrico in cui i paesi repressivi fanno quello che vogliono, mentre le nazioni ben intenzionate limitano la propria capacità di rispondere in modo analogo. E’ attraverso questa lente che dobbiamo leggere le condanne ipocrite di Guterres e altri agli attacchi americani e israeliani all’Iran. Certo, preferiremmo tutti un mondo in cui ogni paese rispettasse le regole e in cui il diritto internazionale fosse applicato in modo giusto ed equilibrato, indipendentemente dalla nazione responsabile delle sue violazioni. E’ importante tuttavia non scambiare questa visione utopica per la realtà degli affari internazionali odierni.
Quindi, gentile signor Guterres, se è disposto a fare un passo indietro e a denunciare la guerra illegale contro l’Iran – condotta molto probabilmente per raggiungere l’obiettivo illegale del cambio di regime – ma non ha nulla da dire sul massacro di decine di migliaia di cittadini compiuto da questo stesso regime solo poche settimane prima, sta contribuendo all’erosione del sistema internazionale che afferma di sostenere. Le Nazioni Unite e l’ordine internazionale fondato sulle regole hanno ingannato gli iraniani, così come hanno ingannato gli uiguri in Cina, i rohingya in Myanmar e intere popolazioni civili del Sudan e dell’Ucraina, tra tanti altri. Se nel denunciare gli Stati Uniti non si riesce a chiamare la Repubblica islamica a rispondere dei propri crimini contro il proprio popolo, nel migliore dei casi si sta diagnosticando male il problema. Nel peggiore dei casi se ne è complici.
Kylie Moore-Gilbert è ricercatrice in Studi sulla sicurezzapresso la Macquarie University in Australia ed è autrice di “The Uncaged Sky: My 804 Days in an Iranian Prison”.