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Un vertice jumbo mette alla prova i leader dell’Ue
Il 19 e 20 marzo, i capi di stato e di governo dell’Unione europea si incontreranno a Bruxelles per un Consiglio europeo jumbo. L’agenda prevede sei punti all’ordine del giorno, alcuni altamente divisivi, ma tutti di importanza vitale per l’Unione europea: Ucraina, medio oriente, competitività e mercato interno, bilancio pluriennale, difesa e sicurezza europea, e migrazione. Il presidente del Consiglio europeo, António Costa, dovrà faticare per evitare che la riunione si concluda in un fallimento. Sull’Ucraina pesa il veto del premier ungherese, Viktor Orbán, sul prestito da 90 miliardi di euro che era stato concordato dai leader a dicembre. La guerra di Donald Trump contro la Repubblica islamica d’Iran non solo rischia di distrarre l’Ue dalla priorità ucraina, ma ha mostrato nuovamente le divisioni dei ventisette sulla politica da seguire in medio oriente. Sulla competitività e il mercato unico si scontrano due visioni: una minimalista che punta alla deregulation, promossa dal nuovo asse tra Germania e Italia, e l’altra più ambiziosa che vuole mettere in atto le raccomandazioni di Mario Draghi, sostenuta da Francia e Spagna. I negoziati sul quadro finanziario pluriennale – il bilancio 2028-34 dell’Ue – stanno avanzando a fatica e la proposta ambiziosa di Ursula von der Leyen per liberare risorse a favore delle nuove priorità europee rischia di restare vittima del conservatorismo degli stati membri. Almeno su difesa e sicurezza europea e su migrazione, gran parte del lavoro è già stato avviato: il programma di riarmo è partito con i primi prestiti di Safe e il Patto su migrazione e asilo sarà operativo da giugno. Ma le conseguenze della guerra di Trump contro la Repubblica islamica – sia per il coinvolgimento militare dei paesi europei, sia per il rischio di un aumento dei flussi migratori – potrebbero far scoprire ai leader che non esistono soluzioni miracolose e che serve molto di più.
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Alla ricerca di un minimo comune denominatore sull’Iran
A preparare il terreno del Consiglio europeo sarà una riunione dei ministri degli Esteri programmata per il 16 di marzo a Bruxelles. Il tema dominante sarà la guerra lanciata da Stati Uniti e Israele contro l’Iran il 28 febbraio e la risposta della Repubblica islamica contro tutti i paesi della regione. Ancora prima che scoppiasse, l’agenda del Consiglio Affari esteri includeva una discussione sui paesi del vicinato meridionale. Ad aprile, a Cipro, è previsto un grande vertice tra l’Ue e i paesi del Nord Africa, del medio oriente e del Golfo. L’Ue si trova in una posizione imbarazzante, a causa delle divisioni interne ai ventisette stati membri. Se la Germania ha espresso il suo sostegno all’intervento americano, e se la presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, ha appoggiato il cambio di regime, gran parte degli altri stati membri rimane più prudenti. La Spagna di Pedro Sánchez non solo ha condannato l’attacco contro l’Iran come una violazione del diritto internazionale, ma ha anche rifiutato l’uso delle basi per gli aerei da rifornimento americani impegnati nelle operazioni in medio oriente.
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La Slovenia rischia di tornare trumpista
Domenica 22 marzo gli sloveni sono chiamati al voto per decidere se riportare il trumpista Janez Jansa al potere. Quattro anni dopo l’insediamento del liberale Robert Golob, il bilancio del suo governo è positivo. Tuttavia i sondaggi continuano ad attribuire al Partito democratico sloveno di Jansa un netto vantaggio sul Movimento Libertà di Golob. Già primo ministro per tre volte, Jansa è una personalità conosciuta a Bruxelles per il suo populismo e le critiche alla Commissione europea. Non è filorusso. Al contrario. Nel corso degli anni ha continuato a sostenere l’Ucraina, criticando europei e americani per le carenze negli aiuti militari. Non si unirà al club formato dall’ungherese Viktor Orbán, dallo slovacco Robert Fico e dal ceco Andrej Babis, che ostacola il sostegno a Kyiv. Ma Jansa è anche un fedele trumpista. Nel 2020 si congratulò con Donald Trump per la sua vittoria, negando la sua sconfitta di fronte a Joe Biden.
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Mette alle urne in Danimarca
Due giorni dopo la Slovenia sarà la Danimarca ad andare alle urne. La sua premier socialdemocratica, Mette Frederiksen, ha fatto l’annuncio a sorpresa giovedì 26 febbraio: le elezioni anticipate si terranno il 24 di marzo. La sua speranza è di capitalizzare sull’effetto-bandiera provocato dalle mire di Donald Trump sulla Groenlandia per restare al potere altri quattro anni. La mossa è astuta. Dopo aver perso le elezioni locali del novembre del 2025 ed essere precipitata nei sondaggi a dicembre, la popolarità di Frederiksen ha ricominciato a salire in seguito alla sua reazione orgogliosa alle minacce di Trump. Il suo Partito socialdemocratico, che era sceso sotto il 20 per cento, sta riprendendo quota settimana dopo settimana. La Danimarca è anche uno dei più forti sostenitori dell’Ucraina di fronte alla guerra di aggressione condotta dalla Russia. “Questa sarà un’elezione decisiva, perché sarà nei prossimi quattro anni che noi, come danesi e come europei, dovremo stare in piedi da soli”, ha detto Frederiksen: “Dobbiamo ridefinire la nostra relazione con gli Stati Uniti e dobbiamo riarmarci per assicurare la pace sul nostro continente. Dobbiamo restare uniti in Europa e dobbiamo assicurare il futuro del Commonwealth danese”. Ma la scommessa è anche rischiosa. Gli attuali partner di coalizione di Frederiksen – il partito liberale centrista dei Moderati e il partito liberale conservatore Venstre – stanno perdendo terreno. Secondo i sondaggi, l’alleanza inusuale che era stata formata tre anni fa non sarebbe in grado di ottenere la maggioranza assoluta in Parlamento. Frederiksen potrebbe essere costretta a tornare in coalizione con i Verdi, i radicali di sinistra e l’estrema sinistra – la stessa che aveva deciso di abbandonare per adottare una linea più moderata in politica interna.