La trappola micidiale di Viktor Orbán
Le elezioni ungheresi, che si terranno il 12 aprile, confermano una regola delle relazioni sentimentali: gli ex, se vogliono, possono essere pericolosi, conoscono il lessico familiare, conoscono i punti deboli, riconoscono il panico, sanno dove colpire per fare male. Péter Magyar, quarantaquattro anni, è il leader del partito Tisza, il Partito del rispetto e della libertà che è dato molto avanti nei sondaggi, ed è un ex: dal 2002 al 2024 ha fatto parte di Fidesz, il partito di governo, il partito del premier Viktor Orbán, che dopo sedici anni al potere rischia di perdere, e di molto, proprio per via di questo ex che ha un vantaggio competitivo micidiale. Magyar non è un leader di sinistra, non è uno di quei “liberal” che, secondo Orbán, vogliono snaturare, impoverire, svilire l’Ungheria – assieme all’Europa, assieme a George Soros – non è establishment né élite né tutto quel che il governo ungherese ha fatto passare per nemico, in quel carpiato sovranista e populista e revisionista per cui l’Unione europea è equiparata all’Unione sovietica: no, Magyar è semplicemente un ex. E per votare per lui gli ungheresi non devono passare da destra a sinistra, riposizionarsi, rimettersi in discussione: basta che siano stanchi, e dopo sedici anni è una cosa fisiologica; basta che siano frustrati dalle promesse non mantenute, e ce ne sono parecchie; basta che siano un po’ arrabbiati di vedere il loro paese in cima alla classifica europea dei più corrotti, mentre Orbán ha le zebre in giardino e i pensionati, se la salute lo consente (ed è spesso un grande se perché pure il sistema sanitario ungherese è diventato un disastro), devono continuare a lavorare, altrimenti i soldi non sono sufficienti. Non serve una rivoluzione, insomma, anche se la sconfitta di Orbán sarebbe una rivoluzione, altroché, almeno per gli europei, perché la grande differenza tra i due riguarda proprio il rapporto con l’Unione europea, che Orbán ha distrutto e che Magyar vuole ricostruire. E come è facile immaginare, il premier ungherese non ha intenzione di lasciare campo libero a questo ex infido: è disposto a tutto e poiché il manuale di istruzioni arriva direttamente dalla Russia, tutto vuol dire tutto, compreso inventarsi una guerra che non esiste per introdurre uno stato d’emergenza che non serve a nessuno se non a stravolgere un’elezione che da mesi sembra già scritta.
Perché si diventa ex rancorosi
Oltre ad aver militato per vent’anni e più in Fidesz, Péter Magyar è l’ex marito dell’ex ministra della Giustizia, Judith Varga, a lungo coppia simbolo dell’orbánismo: formazione conservatrice, giovani studenti confluiti in Fidesz, matrimonio, tre figli. La famiglia tradizionale ungherese perfetta, pure se con un tocco eccessivamente europeista – molti anni passati insieme a Bruxelles – ma facilmente nascondibile, all’occorrenza. E l’occorrenza è arrivata nel 2018, quando Orbán richiamò a Budapest Varga per nominarla ministra e Magyar si mise addosso l’abito del marito e del padre che si sacrifica per la carriera della moglie, della donna: un’altra operazione perfetta. Solo che poi l’amore è finito, il matrimonio anche, ma pure se Varga aveva già un altro compagno Orbán decise che la sua coppia-testimonial non si potesse separare, non nel mezzo di una campagna elettorale e impedì ai due coniugi di divorziare fino alla sua vittoria del 2022. Per un paio d’anni Magyar ha continuato a stare in disparte poi all’inizio del 2024 uno scandalo travolge il governo di Orbán, il quale immola – naturalmente – la sua ministra donna e Magyar esplode, inizia a parlare, a denunciare, a raccontare il sistema di corruttela dentro all’orbánismo, all’inizio risparmiando la moglie, ma poi no, poi è diventato un tutti contro tutti in cui Magyar era il nemico di stato. Orbán ha creato un ex vendicativo e, come dicono molti esperti, forse non se n’è nemmeno accorto, se non quando era troppo tardi, perché uno dei problemi della cosiddetta democrazia illiberale ungherese (più illiberale che democrazia evidentemente) ad alto tasso di corruzione è che non c’è più nessuno che dica al capo che deve stare attento, che ci sono delle insidie al suo strapotere, e il capo finisce per sottovalutarle, queste insidie. Magyar, che sa tutto del sistema in cui è stato immerso per un ventennio, ha saputo come approfittarsene, utilizzando un’arma che usa ancora oggi: poiché i media sono praticamente tutti controllati dagli orbániani, Magyar, per non rimanere senza voce, ha iniziato a parlare con i pochi media indipendenti, con i media internazionali e direttamente con gli ungheresi. Negli ultimi mesi il leader di Tisza ha tenuto decine di comizi, è andato in gran parte delle roccaforti di Orbán a solleticare le frustrazioni e la stanchezza di un elettorato che per anni si è concesso allo stesso premier, insinuandosi come alternativa tutto sommato tranquilla, perché, appunto, Magyar è un grillo parlante, non un rivoluzionario. Orbán, al contrario, che pecca di supponenza, in questa campagna elettorale ha organizzato per lo più eventi su invito, con un pubblico plaudente e selezionato, che gli ha consentito certamente di sentirsi al sicuro nella sua bolla, ma che lo ha reso cieco. Qui diremmo: non lo ha visto arrivare. E sì che l’onda di Magyar era visibilissima, se ne parla da due anni: ci sono state manifestazioni partecipatissime, discorsi citatissimi, rilevazioni inappellabili. Orbán ha sottovalutato la potenza del suo ex e così si è ritrovato a dover governare quest’onda in ritardo, in affanno, quando ormai solo le misure forti, forse, possono funzionare. E cosa c’è di più forte, di più definitivo di una guerra? E chi potrebbe mai farla una guerra all’Ungheria? Ma certo: Volodymyr Zelensky. Così il presidente ucraino ora è il nuovo Soros, gli orbániani non hanno nemmeno fatto la fatica di cambiare lo slogan: sui cartelloni di Fidesz il volto di Soros è stato sostituito da quello di Zelensky, entrambi sono immortalati mentre ridono, e l’appello è rimasto uguale: non lasciamo a lui l’ultima risata.
La guerra fra amici
In linea d’aria, Budapest dista duemilanovecentosettanta chilometri da Teheran, eppure, improvvisamente, dopo che il 28 febbraio scorso israeliani e americani hanno dato inizio al grande attacco contro il regime iraniano, le strade ungheresi hanno assunto i toni d’allarme di guerra. Forze dell’ordine e militari sono stati mandati per le strade senza alcun obiettivo preciso, se non quello di far pensare che la guerra stia arrivando, anzi sarebbe già arrivata se non fosse stato per il primo ministro Orbán. L’Ungheria vive in emergenza perenne, è un’emergenza creata, mostrata, non vera, ma siccome nel 2022 al premier il trucco di far credere agli ungheresi che soltanto lui avrebbe potuto proteggerli funzionò, allora il copione si sta riproponendo adesso. L’emergenza è iniziata con il Covid, si è trascinata con l’inizio della guerra in Ucraina e il conflitto in medio oriente sta offrendo una nuova opportunità, al punto che, secondo alcuni esperti e osservatori di Ungheria, la possibilità che Orbán scelga di rinviare il voto non è poi così remota. “Potrebbe farlo”, ci ha detto Stefano Bottoni, storico italoungherese che segue con attenzione i cambiamenti e i tremolii dell’Ungheria, in cui vive. “Lo stato di emergenza dà al premier la possibilità di rinviare il voto, non l’ha mai usata, ma esiste”. Finora non aveva mai avuto un vero sfidante, il rinvio gli darebbe tempo e il conflitto in medio oriente potrebbe semplicemente essere l’ultima scusa di cui servirsi. Orbán sembra avere difficoltà a raccontare quello che succede in Iran per una ragione molto semplice: sono tutti suoi amici. Sono suoi amici Donald Trump e Benjamin Netanyahu. Ma sono suoi amici anche gli iraniani, i russi e i cinesi e Bottoni ci ricorda che nel 2024, l’Università di Budapest invitò l’ex presidente dell’Iran Mahmoud Ahmadinejad a tenere una lezione su temi ambientali. Per non dover prendere una parte, Orbán si limita a dire che qualsiasi cosa accada, il mondo è un posto molto pericoloso e per stare al sicuro c’è soltanto una soluzione: votarlo.
L’Ucraina ci ha dichiarato guerra
Con l’Ucraina per il premier ungherese è più semplice: da una parte c’è un suo amico, Vladimir Putin. Dall’altra invece ci sono Volodymyr Zelensky e gli europei. Quindi mostrare le ragioni e i torti secondo Orbán non era per nulla complicato, anzi. Bottoni ci racconta che le strade ungheresi sono piene di cartelloni della campagna elettorale di Fidesz. In parte per Magyar è stata una scelta: inutile esporsi all’inquinamento visivo e spendere tanti soldi. Dall’altra, invece, la ragione è che Orbán vuole questo inquinamento visivo. La particolarità è che nelle pubblicità non c’è traccia di lui, delle sue proposte, ma ogni cartellone serve a ricordare quali sono i nemici dell’Ungheria: Zelensky e gli europei. “Sembra una campagna elettorale su Zelensky o contro Zelensky. Gli ungheresi vivono in uno stato di coma indotto, da cui rischiano di non svegliarsi”, avverte lo storico. Zelensky è il nemico, è l’uomo che sta privando gli ungheresi delle loro fonti di energia, è il dittatore che vuole trascinare il paese in guerra, che mette a rischio la vita della minoranza magiara nella regione della Transcarpazia. “E anche con l’Iran, la colpa è di Zelensky. Se i prezzi della benzina aumentano non è per il medio oriente, ma per i sabotaggi degli ucraini”. Fidesz ha spostato l’attenzione su una campagna elettorale che gioca tutto sulle paure, con video che mostrano vite stracciate dalla guerra, per mostrare ai cittadini il futuro che li attende se non sceglieranno di nuovo l’eterno Orbán. Gli ungheresi, come la maggior parte degli europei, non sono interessati alla politica estera, ma ormai Orbán ha spostato il dibattito sull’Ucraina, sulla pericolosità del mondo. Lo fa per nascondere lo stato di consunzione a cui ha portato il paese. Magyar invece di temi esteri preferisce non parlare, vuole discutere di cosa è accaduto all’economia, alle pensioni, alla sanità. La campagna elettorale quindi è tutto un parlare senza attendere le risposte dell’avversario. Orbán cerca di attrarre Magyar nel campo minato della politica internazionale, accusandolo di essere dalla parte di chi vuole versare il sangue degli ungheresi. Magyar su questo tace, invece cerca di chiedere conto di dove finiscono i soldi dei cittadini.
Csapada
Direkt36 è un sito di giornalismo investigativo imprescindibile per comprendere l’orbánismo. Di recente ha pubblicato un documentario dal titolo “Csapada”, la trappola, che racconta come Orbán abbia sprecato la più grande occasione politica ed economica dell’Ungheria degli ultimi cent’anni. Nel 2010 Orbán vinse con una maggioranza di due terzi in Parlamento, mentre il mondo cercava di riprendersi dallo choc finanziario dell’anno precedente e l’Ue riversava sul suo paese una quantità di denaro senza precedenti. Le stelle erano allineate per quel premier determinato, dall’oratoria suadente, con un passato di combattente contro l’Unione sovietica: esperto, furbo, con un governo socialista alle spalle che era finito male, schiacciato nelle urne e annichilito nella sua immagine. Era tutto perfetto, e invece. Orbán ha accentrato il sistema, ha imposto la lealtà come prerequisito per l’accesso al potere, ha sottomesso una visione riformatrice al consolidamento del suo potere, utilizzando i fondi dell’Ue come motore finanziario di uno stato clientelare: nel documentario ci sono esempi su esempi, i soldi che servivano per costruire ospedali o scuole sono finiti in progetti finalizzati ad arricchire i portafogli e ad alimentare la vanità dei fedelissimi. La celebratissima crescita ungherese degli anni 2015 e 2016 era il frutto dei trasferimenti dell’Ue e del credito a basso costo, ma divenne l’alibi per ignorare – su questo gli europei hanno responsabilità immense – il progressivo deterioramento dello stato di diritto, l’aumento della corruzione, la caccia all’immigrato (quando il problema dell’Ungheria da anni non è l’immigrazione ma l’emigrazione), l’illiberalismo su tutti i fronti. Tutto – l’istruzione, la sanità, le autostrade, le ferrovie – è andato allo sfascio, portandosi con sé il capitale umano dell’Ungheria. L’occasione è stata sprecata, il governo di Budapest ha mortificato i tentativi di unità dell’Europa, ispirando al contrario i movimenti estremisti in Europa e, ahinoi, in America: i trumpiani da anni prendono appunti da Orbán. E l’occasione straordinaria di sedici anni fa oggi è un buco nero che risucchia riforme, valori, sicurezza, alleanze – una trappola.