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La montagna incantata, oggi

Una conversazione con Curtis Yarvin, il guru trumpiano cultore delle dittature

Lo Schloss Elmau, hotel di lusso e monumento nazionale, è circondato da foreste nelle Alpi bavaresi, nei Monti Wetterstein, a Krün, Klais, Garmisch-Partenkirchen, Alta Baviera, Germania, il 13 luglio 2025. La storica struttura è membro di The Leading Hotels of the World e ha ospitato per due volte il vertice del G7 Summit. (Foto di Michael Nguyen/NurPhoto via Getty Images)

Sono appena passate le tre di notte quando Curtis Yarvin (52 anni) scoppia improvvisamente a piangere. Siamo seduti nel bar dello Schloss Elmau, un albergo a cinque stelle nelle Alpi bavaresi. L’ultima bottiglia di riesling è vuota da più di un’ora. Il personale è andato a letto. Resto solo con Yarvin e un’assistente di ventiquattro anni di un giornalista del New Yorker.

“Mia moglie è così buona con me”, dice Yarvin. Le lacrime gli scorrono sulle guance.

E’ a casa da sola con il nostro bambino di tre mesi. Le sono così grato”.

Yarvin è considerato uno dei pensatori più influenti in questo secondo mandato di Donald Trump. Propugna l’instaurazione di una dittatura guidata da un amministratore delegato onnipotente, è antiegalitario e definisce la democrazia “un esperimento fallito”. Il vicepresidente J. D. Vance si ispira alle sue idee e a una festa organizzata l’anno scorso dal grande finanziatore repubblicano Peter Thiel – lo ha chiamato scherzosamente “reazionario fascista”. Yarvin gode dell’ascolto di non pochi collaboratori della Casa Bianca.

Ed eccolo ora seduto di fronte a me. Capelli neri arruffati, giacca di tweed marrone, occhiali sobri, camicia grigia spiegazzata, jeans e stivaletti Chelsea scuri – mentre pronuncia monologhi sull’importanza della dittatura con le lacrime agli occhi per la moglie costretta a badare al neonato da sola.

Stai davvero piangendo o fingi?, gli chiedo. Mi guarda sorpreso e si asciuga le lacrime. “Certo che piango davvero. Le devo molto”.

 

Compagnia insolita

Siamo allo Schloss Elmau su invito del filosofo politico bulgaro Ivan Krastev, autore di libri importanti come “After Europe” e “Failed Light”. Il bizzarro proprietario dell’hotel, Dietmar Müller-Elmau, ha dato a Krastev carta bianca sugli inviti per riunire una ventina di pensatori, che passeranno la settimana a dibattere di America, Europa, Russia e futuro.

Krastev è apprezzato tanto negli ambienti di sinistra quanto in quelli di destra. E’ riuscito a portare qui alcuni dei più celebri liberali del mondo. C’è Alexander Soros, figlio del noto filantropo George Soros e direttore dell’Open Society Foundations, e Avril Haines, ex direttrice della Cia che ogni mattina informava Joe Biden sui segreti del mondo. Condividono il palco con un folto gruppo di accademici di fama, tra cui il professor Yuri Slezkine di Berkeley, che offre rare finestre sul pensiero russo, e Timothy Garton Ash di Oxford. Il commentatore conservatore Walter Russell Mead, dal canto suo, non lascia dubbi sul disprezzo americano per l’Europa – un sentimento che risuona ben oltre i circoli trumpiani.

Ma è Curtis Yarvin a catturare tutta l’attenzione. In un messaggio poi rimosso, l’hotel aveva annunciato l’arrivo di Yarvin come quello del “filosofo più di destra d’America”.

 

Hitler “geniale”

La domenica sera vengo prelevato alla stazione del villaggio alpino bavarese di Klais da un giovane autista dello Schloss Elmau. Sul sedile posteriore siede una famiglia numerosa che chiacchiera in un misto di francese e tedesco. Il furgoncino percorre una curva e, tra foreste di pini, fili di nebbia e vette montuose, l’imponente castello appare all’improvviso, solitario nella valle candida di neve.

“Ha fortuna”, dice l’autista. “C’è ancora un po’ di neve e abbiamo il sole”.

Con i suoi nove ristoranti – tra cui Ikigai (due stelle Michelin) – e tre piscine esterne riscaldate, lo Schloss Elmau è uno dei resort termali più prestigiosi d’Europa. Gli ospiti possono usufruire di trattamenti anti età e concerti da camera di compositori di primo piano come Ludovico Einaudi, il tutto sotto la supervisione di 330 dipendenti. E questa settimana i facoltosi turisti possono mescolarsi con pensatori di fama mondiale.

I dibattiti non sono ancora cominciati che scoppia il primo piccolo scandalo. Diversi accademici di sinistra hanno rinunciato all’ultimo momento dopo che alcuni post su Bluesky avevano definito Yarvin un “fascista dichiarato”, con link a un post su X in cui lui definisce Hitler “un genio”. Anche il filosofo postcoloniale Pankaj Mishra non verrà. Assente pure lo scrittore Giuliano da Empoli, noto per “Il Mago del Cremlino” e “L’ora dei predatori” – ha la febbre, dice, e nessuna voglia di un tête-à-tête con Yarvin per via del suo ruolo nel “colpo di stato americano”.

Yarvin conosce bene gli ambienti intellettuali. E’ stato uno studente eccellente, figlio di un diplomatico e nipote di comunisti ebrei. Ha saltato tre anni scolastici e si è laureato a Brown a diciotto anni. Ha abbandonato un dottorato in informatica ed è diventato un imprenditore tecnologico di discreto successo. Finanziatori repubblicani come Peter Thiel e Marc Andreessen hanno investito nella sua startup. Dice di riuscire a leggere “pagina per pagina” come gli altri leggono frase per frase.

 

Moldbug

Vent’anni fa ha cominciato a fare un blog con lo pseudonimo Mencius Moldbug: disilluso dalla politica americana, scriveva di come gli Stati Uniti potessero essere governati meglio da un amministratore delegato o da un re che da parlamenti e presidenti. Con Mencius si riferiva a un filosofo politico cinese relativamente oscuro del Quarto secolo a.C. Con Moldbug, che è un tipo di insetto simile a un fungo, alludeva alla natura oscura, strisciante e contagiosa delle sue idee. “Se gli americani vogliono cambiare il loro governo, dovranno superare la loro fobia per i dittatori”, scriveva nel 2012. Definisce la democrazia liberale “la Cattedrale”, indicando nell’Università di Harvard e nel New York Times le sue istituzioni di punta. Ha coniato anche il celebre termine internet “red-pilled”, in riferimento al film Matrix. Chi vede il sistema per quello che è – un palazzo di dogmi liberali – ha preso la pillola rossa ed è, a suo avviso, “libero”.

Per molto tempo queste idee hanno vissuto soltanto negli angoli più oscuri di internet. Ma oggi il moldbug sussurra all’orecchio di molti giovani collaboratori alla Casa Bianca – e in quello del vicepresidente J. D. Vance. “Ci scambiamo qualche messaggio, a volte”, ammette riluttante. Sui suoi rapporti con il miliardario reazionario Peter Thiel è ancora più evasivo: “Non lo vedo da un anno e mezzo”.

Durante la prima cena la portavoce dello Schloss Elmau si avvicina a parlare con alcuni giornalisti. Si sente che è nervosa, la infastidiscono le critiche provenienti dalla sinistra. Il nonno del proprietario dell’hotel era un sostenitore del “collettivismo hitleriano”. Sebbene parlasse occasionalmente in difesa dell’ebraismo e il saluto nazista fosse bandito durante la guerra, il fascismo rimane un argomento delicato in questo posto.

Dopo cena gli ospiti si spostano nella sala da concerto per l’esibizione del pianista belga-russo Denis Kozhukhin. Esegue un complesso set di variazioni sulla canzone di protesta cilena “El pueblo unido”, un brano che solo una manciata di pianisti riesce tecnicamente a padroneggiare. Yarvin si addormenta dopo dieci minuti. Un ospite tedesco appoggia le gambe sul davanzale e comincia presto a russare rumorosamente. Quando alla fine esplode l’applauso, l’americano trasale svegliandosi e si unisce con entusiasmo al battimani, pestando furiosamente i piedi.

“Fantastico, che roba!”, grida ai vicini.

 

La montagna incantata

E’ difficile, in questo raduno allo Schloss Elmau, non pensare alla “Montagna incantata” di Thomas Mann. In quel romanzo, il protagonista Hans Castorp, un ingegnere borghese di Amburgo, sale in un sanatorio sulle Alpi svizzere per far visita al cugino malato. Il piano è di restare tre settimane, che diventano sette anni. Castorp incontra l’umanista italiano Lodovico Settembrini e l’ebreo convertito al cattolicesimo Leo Naphta, attratto da un comunismo totalitario. Assieme all’uomo d’affari olandese Mynheer Peeperkorn, che rappresenta il vuoto apolitico del capitalismo coloniale, gli ospiti formano un microcosmo dell’Europa alla vigilia della Prima guerra mondiale.

Poco più di cento anni dopo la pubblicazione della “Montagna incantata”, Krastev sembra puntare a una ripresa moderna del libro. Come i personaggi del romanzo di Mann, i suoi invitati formano un microcosmo dei tempi turbolenti che l’Europa sta attraversando. L’assenza degli amici di sinistra di Krastev è quasi altrettanto significativa quanto il predominio del blogger di estrema destra che percorre disinvolto i corridoi del castello.

I dibattiti sono di un livello eccezionalmente alto. Il primo riguarda l’America. Krastev dichiara in apertura che la società di sondaggi Gallup smetterà di rilevare il gradimento degli americani nei confronti del proprio presidente dopo ottantotto anni. Gli intervistati ora rispondono esclusivamente in base al partito a cui appartengono. “La polarizzazione politica non è più una polarizzazione di opinioni, ma di appartenenze”, dice Krastev.

L’ex direttrice della Cia Avril Haines annuisce. “Ogni mattina dovevo esaminare i quaranta elementi di intelligence globale più importanti e poi informare il presidente Biden – dice – Era chiaro che il mondo stava cambiando prima dell’arrivo di Trump. A mio avviso, l’attuale presidente è più un sintomo che una causa. Le democrazie sono meno attrezzate delle dittature per un mondo in cui le menzogne vengono usate come armi”. Anche per questo, dice Haines, moltissimi americani ne hanno abbastanza di una politica estera attenta al resto del mondo. Vogliono che vengano prima soltanto gli interessi domestici e nazionali: “Non credo che Trump vorrebbe soldati sul campo se scoppiasse una guerra in Iran”.

Ciò che segue è una conversazione vivace che porta a due conclusioni: l’America cambierà, con o senza Trump. Ma forse l’Europa cambierà ancora di più sotto Trump di quanto non cambierà l’America stessa, perché per la prima volta l’Unione europea è costretta a relazionarsi da sola con il nuovo mondo.

 

Senza freni

Più tardi, a cena, vedo Alexander Soros conversare con Curtis Yarvin all’altra estremità del lungo tavolo. Yarvin parla continuamente e Soros ride alle sue battute. E’ uno spettacolo disorientante. Nel mondo di Yarvin, Soros – il finanziatore progressista – è il diavolo in persona. A novembre la Casa Bianca aveva ordinato al dipartimento di Giustizia di perseguire Soros per “incendio doloso, terrorismo e altri reati”. Non è seguita un’azione giudiziaria, ma dal manuale di altri leader antiliberali come Viktor Orbán, a cui i collaboratori di Trump si ispirano, sappiamo che la minaccia a Soros è reale.

Quando voglio chiedere a Soros perché si mostri così cordiale con Yarvin, interviene un collaboratore. “E’ un malinteso pensare che l’Open Society Foundation (la fondazione di Soros che promuove la democrazia liberale nel mondo, ndr) rifugga dal dibattito libero. Il dissenso è un valore fondante della nostra organizzazione”.

Accanto a me siede Walter Russell Mead, settantatré anni, che armeggia con la sua trota al burro alle erbe. Sul palco il columnist del Wall Street Journal era sembrato costruttivo; ora toglie i freni. “L’Europa è un cadavere”, dice. Il continente è perduto – una tigre di carta – distrutto dalla propria ossessione regolatoria e dalla propria decadenza pacifista. “Continueremo a girarvi attorno per un po’, perché altrimenti sarebbero i cinesi a fare a pezzi voi invece di noi”.

Gli chiedo perché ritenga che l’Europa diventerebbe competitiva allentando la regolamentazione su tecnologia e privacy: non saremmo semplicemente inondati ancora di più dalla tecnologia cinese e americana?. “Per voi è troppo tardi – dice – L’Europa è a terra”.

 

I blogger di Babele

A fine giornata Soros dibatte con Peter Sloterdijk, il giocoso decano della filosofia tedesca del dopoguerra. Soros inciampa nelle parole. “Si dice che non si dovrebbe mai incontrare i propri eroi”, dice con un’espressione che urla: portatemi via da qui. Sloterdijk cita Nietzsche, Marx e i grandi filosofi del canone tedesco-europeo, ma sembra una metafora di un’Europa in declino. La sua voce è fioca e a tratti fatica a farsi capire.

“L’Iraq – era già dieci anni fa?”, chiede Sloterdijk. “Venti”, risponde Soros. “Oh, è una brutta notizia – sono molto più vecchio di quanto pensassi. Ma Alex, mi chiedevo: chi spende la propria fortuna per salvare il mondo deve avere una coscienza sporca colossale, no? Quali sono i tuoi peccati? Dai, siamo soli qui – puoi confessare tutto”.

Tutta la sala ride. Anche Soros ride, ma non sa cosa rispondere. “Da dove comincio?”. Il giovane miliardario inizia a improvvisare. “Ci sono i tecno-dei che cercano di venderti cose di cui non hai bisogno con soldi che non hai. Mio padre sentiva di dover fare ‘di più’ che essere semplicemente un hedge fund manager di successo”. Sloterdijk tace. “E’ come quel detto sovietico: mostratemi l’uomo e vi mostrerò il crimine. Non dovremmo scivolare nel risentimento; in questo senso fa bene rileggere Nietzsche”.

Sloterdijk chiude con una critica ai media. “Se tutti smettessero di parlare di Trump per tre giorni, svanirebbe”.  Cita Machiavelli, che nel diciottesimo capitolo del “Principe” dice che alla gente bisogna offrire la verità solo quando è utile – ma ora tutti si scambiano verità e menzogne mescolate insieme. “Vedo davanti a me una torre di Babele con mille finestre, e a ogni finestra un blogger che urla la propria visione del mondo”.

 

“Hans? Würst!”

Il giorno dopo ho un appuntamento con il blogger di destra più influente del momento, ma Yarvin ha preso nello stesso momento un impegno con un giornalista della Frankfurter Allgemeine Zeitung. Non mi chiamo Harald, dico, mi chiamo Kasper. “Oh? Hans? Würst!” (ride fragorosamente). “Scusa, ho confuso i vostri nomi!”.

Quella sera Yarvin si siede finalmente con me, insieme a un giornalista dello  Spiegel. “Prendo un Macallan 18, quello invecchiato in botti di sherry”, dice. Un bicchiere costa quarantotto euro. Ne ordina due, più qualche bicchiere di vino, facendo abilmente pagare il tutto ai giornalisti. “Perché sono qui? Nessuno rifiuterebbe una visita alla Montagna incantata, no? Prima ero a Vienna, a un ballo accademico (invitato da Martin Sellner, l’attivista austriaco di estrema destra e amico di Dries Van Langenhove, ndr). E’ stata un’esperienza selvaggia anche quella”.

Yarvin aggira abilmente gli angoli più taglienti delle proprie idee, schivando le domande difficili con rimandi a libri dimenticati e figure storiche che nessun altro conosce. Non è venuto qui per litigare, dice. Vuole essere un “diplomatico costruttivo”. Trova piacevole scoprire che all’interno di questa élite liberale non esiste “nessuna Cabala segreta” “che tira i fili”. “Certo, ho sempre saputo che Alexander Soros non è Goebbels, ma fa sempre bene avere conferme”.

La nostra conversazione dura oltre le tre ore e mezza. Yarvin mi racconta che, lungo la strada verso il castello del teorico francese della “grande sostituzione” Renaud Camus, è finito in un fosso con l’auto a noleggio. “Sono stato imprudente e avrei potuto morire – per fortuna nessuno si è fatto male, gli airbag non si sono nemmeno aperti. Non tutti gli errori sono fatali”.

Ride – e l’aneddoto avrebbe potuto essere divertente – ma Yarvin riferisce questo episodio in risposta a una domanda su Alex Pretti, l’attivista ucciso a Minneapolis dagli agenti dell’Ice. “Chiunque porti un’arma a uno scontro con la polizia commette un errore. Per me, i manifestanti si sono comportati come una milizia paramilitare, resistenza organizzata contro un’azione di polizia legittima”.

L’assalto al Campidoglio del 6 gennaio 2021, al contrario, lo liquida come “una rissa da bar finita male”.

Sono monologhi provocatori – expert trolling lo definirebbe Yarvin stesso — pieni di digressioni e contraddizioni. Scivola nella biografia del fascista vallone Léon Degrelle – “un ottimo scrittore” — che sembra aver letto davvero. Più di una volta tiene banco su Charles Maurice de Talleyrand, che aiutò Napoleone a rapire il Duca d’Enghien. Dopo un monologo di quarantacinque minuti su scienziati che avrebbero fabbricato i coronavirus nei loro laboratori, decido di andare a letto.

“Fammi solo finire il ragionamento”, dice.

 

Un’altra Europa

La mattina dopo, dalla mia finestra, vedo Peter Sloterdijk avviarsi nella nebbia con la moglie. Verso mezzogiorno, quando esce il sole, un gruppo di signore pratica il curling nel cortile interno ghiacciato. La sera, vicino alla piscina esterna, incontro un uomo tedesco nudo che si tuffa rapidamente dopo una sessione di sauna.

Per gli invitati di sinistra, riunirsi amichevolmente in un contesto tanto lussuoso sarebbe stato difficile da giustificare comunque – anche senza la presenza di un pensatore di estrema destra come Yarvin. Gli ospiti dell’hotel con cui parlo sono imprenditori tech di successo, amanti della cultura facoltosi e aristocratici. Un aspirante giornalista diciottenne, appena uscito dal liceo, mi dice che i suoi genitori gli hanno regalato la partecipazione alla conferenza “come regalo di compleanno”.

Il castello – dove i migliori musicisti del mondo tengono concerti – incarna la ricchezza materiale e culturale dell’Europa del dopoguerra. “Se questi fossero i miei ultimi momenti sulla terra, come nel film ‘Melancholia’, li passerei volentieri qui allo Schloss Elmau”, scherza il professor Timothy Garton Ash di Oxford durante la sessione sull’Europa. “Mi siederei sul balcone, guarderei le montagne, ordinerei un bicchiere di vino bianco, e non dovrei nemmeno preoccuparmi di pagare il conto”.

Ma c’è anche un’altra Europa, dice Garton Ash. “Quella di Kharkiv (sul fronte orientale dell’Ucraina, ndr), dove i cittadini non hanno abbastanza tempo per mettersi al riparo quando suona la sirena perché i missili li raggiungono in trenta secondi”. La casa editrice che pubblica i suoi libri in Ucraina è stata bombardata, con diversi morti e feriti.

“Perché l’Ucraina dovrebbe essere Europa?”, risponde il professor russo di Berkeley Yuri Slezkine: “Europa e Unione europea vengono usati qui quasi come sinonimi. Dove comincia e dove finisce l’Europa? Agli Urali? E chi lo decide?”.Slezkine dà voce a una critica russa che raramente si sente in occidente. E’ un russo-americano liberale che non riesce a nascondere la propria delusione per il corso della storia: è difficile non cogliere la tragedia nel suo ragionamento. “Tutti i miei amici in Russia amano l’occidente nel modo in cui possono amarlo soltanto i russi che non vengono mai in occidente – o che certamente non hanno mai dovuto sopportare una riunione di dipartimento a Berkeley”. Slezkine dice che nessuno in Russia può accettare uno scenario finale in cui l’Ucraina entra nella Nato e nell’Ue. Mark Leonard dell’European Council on Foreign Relations suggerisce che forse l’occidente non riesce più a immaginare che finisca altrimenti. “E’ di questo che parla la guerra”, risponde subito Slezkine. Chiude con una visione cupa del futuro: “Vedo un muro fisico di confine, tra dieci anni, che attraversa l’Ucraina come attraversava Berlino. Un muro tra il bene e il male”.

 

“Sto scherzando”

Dopo il dibattito sulla Russia ceno con Slezkine, Yarvin e la giornalista del New York Times Katrin Bennhold, la cui newsletter The World arriva ogni giorno nelle caselle di quattro milioni di lettori. Slezkine si rivela un narratore magistrale – per un momento Yarvin non è più al centro della conversazione. Si parla della storia dei rivoluzionari ebrei, della caduta di Anversa. Slezkine dice che ogni russo colto prima del 1910 aveva letto la leggenda di Till Eulenspiegel, e aveva quindi una certa affinità con le Fiandre. “La tragedia, naturalmente, è che fosse scritto in francese”.

Yarvin dice che il figlio di Slezkine una volta gli ha detto che suo padre “somiglia a Bill Gates dopo l’Ozempic”. Il paragone è in effetti calzante. Yarvin racconta di assumere lui stesso una versione cinese a basso costo dell’Ozempic. Nel frattempo il vino bianco scorre abbondante, e Yarvin sembra non preoccuparsi affatto di dover salire sul palco con Krastev di lì a poco. Racconta che all’inizio della pandemia ha scommesso denaro sulla diffusione del virus – e quindi tifava contro l’umanità. Definisce Jeffrey Epstein “un tipo simpatico” che avrebbe voluto conoscere. “Aspetto ancora la prova che Epstein abbia fatto qualcosa di fondamentalmente sbagliato. Solo ragazze che mentivano sulla propria età – niente di più”.

Sul palco, Yarvin delude. Apre con la battuta di essere venuto qui solo per sfuggire al neonato – “sto scherzando”.

Krastev fa diversi tentativi genuini e infruttuosi di trascinare Yarvin in un dibattito vero. Perché la democrazia dovrebbe appassire? Quale sistema potrebbe seguire, e come? E perché sarebbe migliore? Non ha paura che le libertà di cui gode qui sparirebbero sotto una dittatura? Yarvin risponde con lunghe divagazioni che non portano da nessuna parte. Quando è finalmente tutto finito, l’eterno sorridente Krastev scende dal palco visibilmente irritato. “E’ incapace di rispondere anche a una semplice domanda”, sibila mentre si rimette la giacca, “semplicemente non ci riesce”.

 

Può essere una cosa seria?

Nel 2008 Yarvin ha scritto che il liberalismo non si può sconfiggere con il dibattito razionale, ma solo “disinstallandolo” completamente. Nei suoi testi e nelle sue risposte interminabili fa spesso riferimento al termine LARPing – gioco di ruolo dal vivo. Vede il sistema democratico come un enorme gioco di ruolo messo in scena davanti ai nostri occhi, i cui partecipanti si rendono appena conto di farne parte.

Yarvin stesso interpreta continuamente ruoli che si contraddicono l’uno con l’altro, ai quali sembra ancora credere. Un momento è un liberale culturale travestito da reazionario. Quello dopo è il reazionario che allo Schloss Elmau si presenta come “diplomatico costruttivo”. E’ l’uomo che una volta ha definito pubblicamente la moglie una “art ho” – una “puttana dell’arte” – e ha scherzato sul fatto che lei sia rimasta sola a prendersi cura del bambino, per poi scoppiare improvvisamente a piangere pensando ai suoi sacrifici.

Accade nell’ultima sera, dopo un concerto di Einaudi. Centinaia di fan sono arrivati da tutta la Baviera per ascoltarlo. Yarvin si presenta nel bar alle due di notte, dopodiché gli altri ospiti si eclissano uno a uno.

Le cose si fanno per un attimo interessanti quando Yarvin affronta il tema dell’antisemitismo nel movimento Maga. Dopo un evento di destra, un piccolo gruppo di groyper ha lanciato monete addosso a Yarvin, che ha padre ebreo. I groyper sono seguaci del popolare neonazista Nick Fuentes. Yarvin liquida l’episodio con una battuta antisemita: “Ho pensato di raccogliere le monete”, dice, “ma il tassametro stava già girando, quindi mi sarebbe costato di più” (ride fragorosamente). “Sono ritardati”, dice Yarvin.

E’ un segnale in codice, sottile, ma indispensabile nei circoli dell’estrema destra. I groyper si autodefiniscono “ritardati”, dico, è un titolo onorifico, non un’accusa. “Vero”, ammette Yarvin, “questi ragazzi si sentono profondamente delusi dal sistema. Non ha senso reagire con sdegno morale”.

 

Crashiamo internet

Dopo l’evento scrivo un’email a Krastev per chiedergli come ha vissuto la sua ripresa moderna della “Montagna incantata”. Per un liberale, è difficile relazionarsi con la mancanza di serietà nel gioco di ruolo dal vivo di Yarvin, ma questo non lo rende meno influente – o pericoloso – per chi tiene alla democrazia. Sembra voler distruggere il mondo per salvare sé stesso, scrivo.

“Ciò che mi ha colpito di più è la banalità dei pensatori di destra della Silicon Valley”, risponde Krastev. “Non ho mai amato la fantascienza, e ascoltare Curtis mi ha ricordato perché”.

Sulla strada di ritorno dallo Schloss Elmau all’aeroporto di Monaco passo davanti a un’uscita per il campo di concentramento di Dachau. Il telefono si illumina. E’ Yarvin, ora in attesa ad Heathrow con “un grande bicchiere di birra tiepida” del volo di ritorno che lo porta da sua moglie e da suo figlio.

Manda una foto di sé con Alexander Soros. I due avversari ideologici sembrano amici intimi. Si abbracciano, ridendo, con il maestoso massiccio del Wetterstein sullo sfondo. Sembra tutto un gioco. “Se pubblico questa foto online, crashiamo internet”, dice Yarvin.

Kasper Goethals è un giornalista investigativo dello Standaard, attualmente di base a Istanbul. La versione originale di questo saggio è stata pubblicata sul magazine del quotidiano fiammingo.