Ditzingen si trova quindici chilometri a nord-ovest dal centro di Stoccarda, nel cuore della Svevia industriale che da decenni traina l’industria tedesca. Qua ci sono anche gli stabilimenti di Trumpf, leader mondiale nella tecnologia laser. Edifici squadrati, grandi vetrate, lunghi e ampi corridoi in béton brut: tutto vuole esprimere solida laboriosità, imprenditorialità illuminata, senza fronzoli, in linea con quel pietismo luterano da cui è germogliato il grande benessere del Württemberg. I proprietari di Trumpf sono da tre generazioni i Leibinger. Recentemente, dopo una lunga consultazione interna, la famiglia ha rotto un tabù che un tempo era considerato infrangibile: un progetto nel campo della difesa, per contribuire alla Zeitenwende tedesca. Lo scorso 22 ottobre, Trumpf ha annunciato una collaborazione con Rohde & Schwarz per lo sviluppo di un sistema laser antidroni. Con 4,3 miliardi di fatturato nel 2025, cioè -16 per cento rispetto all’anno precedente, anche Trumpf ha bisogno di qualcosa di nuovo. “Ci viene ripetutamente chiesto se questa sia una specie di àncora di salvezza”, ma non è così, “ci sentiamo in dovere di farlo, perché l’Europa deve rafforzarsi. E soprattutto la Germania ha molto da recuperare”, dice la ceo di Trumpf, Nicola Leibinger-Kammüller, parlando con un gruppo di giornalisti a Ditzingen. Leibinger-Kammüller è la sorella di Peter Leibinger, presidente dal 2025 della Federazione delle industrie tedesche, che alla scorsa Conferenza sulla sicurezza di Monaco, a febbraio, aveva detto: “L’industria civile e quella della difesa devono stare strategicamente insieme”.
“Abbiamo l’ambizione di rispondere a tutte le richieste che vengono dall’Europa”, spiega Hagen Zimer, ceo del settore laser di Trumpf. Si tratta di un progetto “puramente difensivo. Con un’arma laser antidroni non potremo uccidere persone”, tiene a sottolineare Zimer, secondo cui il potenziale sarà nel ritorno sull’investimento: “Un’arma laser ha costi di acquisizione nell’ordine di grandezza anche di dieci milioni, per il veicolo o altro. Ma il colpo costerà forse 50 centesimi, quindi meno di un dollaro”. La strada è ancora lunga: ci vorranno tre anni per mettere il laser sul mercato e non c’è ancora un contratto con la Bundeswehr (che, almeno per i laser navali, lavora già con Rheinmetall-Mbda). E poi c’è la questione della filiera. Se la produzione dei laser antidroni dell’azienda è “interamente ancorata” in Germania, anche Zimer ammette che a un “certo punto si finisce sempre in Cina”.
“In Germania c’è un trend riconoscibile: aziende che finora non erano attive nell’industria della difesa vogliono entrare in questo settore. Questo dipende soprattutto dal fatto che nel paese, grazie all’allentamento del freno al debito e al fondo speciale per la difesa, c’è molto denaro da ottenere. La Bundeswehr si riarma in tutte le sue forze armate, e naturalmente molte aziende premono sul mercato”, dice Max Becker, Fellow del Centro Difesa della Dgapdi Berlino: “Da un lato, ci sono aziende che hanno dovuto affrontare difficoltà economiche e che per questo motivo sono state acquisite da imprese del settore della difesa. Ma ci sono anche aziende che decidono attivamente di entrare nel mercato”.
La spesa tedesca per la difesa conta ormai su centinaia di miliardi e Rheinmetall ha superato Volkswagen in capitalizzazione di Borsa. Per un’industria civile in crisi che si vuole reinventare, guardare alla difesa diventa automaticamente attraente. Lo storico produttore di motori Deutz ha in pochi anni deciso l’acquisizione di Sobek (droni), investimenti in Arx Robotics (veicoli autonomi) e Tytan Technologies (antidrone con AI). Il ceo di Deutz, Sebastian C. Schulte, ha spiegato durante un evento che, un tempo, di simili mosse ci si vergognava un po’, ma poi è arrivata la Zeitenwende. Nel frattempo, crescono ancora startup di innovazione militare come Helsing e Quantum Systems. Il gruppo Schaeffler si muove dalla componentistica auto all’industria militare. Lo stabilimento Alstom, che produceva treni nella Germania orientale, è passato a Knds per la produzione di panzer. A febbraio Sap ha aperto il Defense Innovation Hub a Monaco e vede nel settore della difesa la sua crescita più decisa, mentre lo scorso agosto Porsche Se ha annunciato una piattaforma di investimento nel comparto militare. Proprio a marzo Volkswagen ha presentato alla fiera di Norimberga Enforce Tac i due nuovi prototipi di veicoli militari MV.1 e MV.2. E così via, annuncio dopo annuncio. Ma le cose non sono così semplici. Perché non c’è posto per tutti. La grande industria non può tutta riciclarsi nella difesa, tanto meno l’automotive. “Non può accadere, perché l’industria della difesa tedesca ha un mercato molto, molto più piccolo rispetto a quello dell’industria automobilistica”, conferma Becker, ricordando un punto pratico altrettanto importante: “Il passaggio da un’azienda civile a un’azienda del settore della difesa e degli armamenti è complesso. E’ necessario sottoporre i propri dipendenti a controlli di sicurezza, assumere personale di sorveglianza, rafforzare le infrastrutture e proteggere e schermare gli impianti di produzione”. Insomma, significa saper cambiare pelle, e, ancora prima della pelle, c’è il cambiamento dei muscoli e dell’anima. Andrea Rotter, responsabile della divisione sicurezza della Fondazione Hanns-Seidel di Monaco, spiega che “a causa della guerra in Ucraina e della minaccia russa, si sta delineando un cambiamento nella mentalità della politica e della società, per cui una base industriale della difesa innovativa e competitiva viene vista come presupposto per la deterrenza e la capacità di difesa”. Questa mutazione però “deve ancora essere messa in pratica dalle persone che operano concretamente negli uffici e nelle autorità competenti”. Solo allora, con condizioni politiche e burocratiche giuste, la capacità di difesa tedesca ed europea potrà trarre beneficio “dall’esperienza, dalla forza lavoro qualificata e dalle possibilità di scalare la produzione offerte dalle aziende civili”.
Trumpf e le altre fanno i primi passi in un mutamento ben più eterogeneo di quanto possa sembrare. La vulgata di un piano tedesco per sostituire facilmente l’industria dell’auto costruendo panzer non è solo superficiale, è anche sbagliata. La metamorfosi produttiva sarà molto più frastagliata, inclusa una crescente implementazione di progetti dual-use civili e militari. In Germania, come nel resto dell’Europa.