La Brexit è talmente brutta che in dieci anni non l’ha copiata nessuno. Anzi, se mai c’è stato un lato positivo nel voto del 23 giugno del 2016 – in quei giorni faceva caldo e pioveva, a Londra, e si camminava storditi, si cercava di stare tutti insieme – è stato quello di prosciugare il fiume dell’antieuropeismo che scorreva impetuoso nel continente. Ricordate? A ripensarci gli slogan di quei tempi fanno sorridere, facili e netti, “riprendiamoci il controllo”, diamo alla sanità pubblica quello che versiamo all’Ue, come se Bruxelles fosse stata una palestra il cui abbonamento costoso si poteva usare meglio altrove, e via dicendo. Non che nel frattempo siamo diventati più intelligenti, al contrario, il populismo si è messo comodo nelle nostre vite e ha preso la forma insidiosa della polarizzazione. Quel “noi” di “riprendiamoci” non esiste quasi più, ma ora come ora nessuno si sognerebbe di promuovere un’utopia rigida come quella che si è abbattuta sul Regno Unito dieci anni fa esatti. Fa una certa tenerezza ripensare ai prodotti culturali engagés sull’argomento, con Benedict Cumberbatch che faceva Dominic Cummings, e al tono indignato con cui si pensava a un ordine alterato, un ordine al quale, eventualmente, tornare un giorno, come per incanto.
Oggi che si inizia a parare di ribaltamento, di Bre-entry o di Rejoin, le vene ai polsi tremano di nuovo: non si era detto che i referendum erano uno strumento sbagliato per le decisioni così importanti? Meglio procedere per piccoli passi, pensano gli europeisti, e meglio uno scontento continuo, di piccolo cabotaggio, sembrano pensare quelli di Reform Uk, rispetto alla difesa strenua di un’utopia isolazionista che, alla prova dei fatti, ha violato due dei pilastri della psiche nazionale – l’odio per la burocrazia e l’amore per il libero mercato – portando a una instabilità politica ormai da vaudeville, con vette carnevalesche. Senza mantenere la grande promessa di gestire l’immigrazione, tanto che ci si rallegra che sia tornata “quasi” ai livelli di prima del referendum, con appena 171 mila arrivi all’anno, la metà rispetto al 2024 e molto più della famigerata promessa di David Cameron di riportare il dato alle decine di migliaia nel 2010. Arrivano i richiedenti asilo, se ne vanno gli ex giovani talenti europei che tanto hanno dato a Londra, ma tant’è. I danni economici sono evidenti, la crescita ha perso quota e si è allineata a quella, un tempo sberleffata, dei paesi continentali, e la Brexit ha avuto come ulteriore effetto collaterale quello di coprire le spalle a molto lazy thinking, politiche che, se fallivano, era di certo per colpa del referendum e non di chi le aveva pensate. Dopo il 2016, il paese è diventato più europeo che mai, scrive l’acuto Janan Ganesh sul Financial Times: niente stabilità né bipartitismo, statalismo alle stelle, credibilità delle istituzioni ai minimi.
Ma come organizzare il ritorno, l’accostamento con l’Ue dopo questi anni folli? Il tanto vilipeso Keir Starmer, uno che ha fatto quello che poteva con quello che aveva e che forse a un certo punto verrà pure rimpianto, si è immolato sull’altare europeista per amor di patria, tornando a parlare con Bruxelles per un “allineamento” che ha delle linee rosse sempre più mobili e intermittenti: non si rientra, ma si può parlare di standard alimentari, dazi sul carbone ed elettricità e chissà cos’altro. Niente argomenti scomodi come la libera circolazione delle persone, per dire, e questo ha fatto respingere con un certo sdegno il primo tentativo di vedere il Regno Unito tornare nel mercato unico dei beni. Il famoso “cherrypicking”, la scelta delle ciliegie migliori, non si può fare ed è la cosa da tenere presente in vista del prossimo incontro di luglio. Tanto Starmer lo criticano tutti sempre, come se la cautela fosse un peccato capitale, ma anche il contendente Andy Burnham sa che fare i cuor di leone sulla faccenda è azzardato, soprattutto se stai cercando di sedurre un elettorato euroscettico del nord, che vede l’Ue come un regalo a Londra e solo a Londra. La città era il centro del mondo, sembrava quasi che il suo splendore andasse domato, il suo successo contenuto, e chissà chi è contento ora che cresce a un ritmo 20 volte inferiore a quello di 20 anni fa e ha i ristoranti vuoti, forse per via dei bicchieri di Vermentino a 15 euro. Non attira più the best and the brightest, ma le élite globali continuano a uscire dalle università inglesi e questo continua ad alimentare un po’ di mistica, esangue rispetto a quella del passato, ma comunque salda vista anche l’instabilità del resto del mondo. Gli europei, loro, mandano i figli a studiare altrove e si godono un’Ue in cui le decisioni vengono prese senza i costanti sabotaggi britannici. Che ci sia un ripensamento fa piacere, lusinga, anche se per ora è limitato al Labour e ai Libdem, mentre i conservatori si nascondono e Reform incombe minaccioso.
Le porte di Bruxelles non sono spalancate: per adesso nei corridoi comunitari l’entusiasmo è contenuto. Perché per quanto sia triste l’Ue senza il Regno Unito, perché accogliere di nuovo la volubilità culturale e identitaria di un paese smarrito, in cui ci sono voluti dieci anni perché un primo ministro iniziasse a biascicare qualcosa sulla necessità di un “allineamento” e in cui il promotore della Brexit, Nigel Farage, continua a godersi una crescita politica inarrestabile che, di incubo in incubo, potrebbe portarlo a Downing Street? Possibile che in dieci anni non si sia riusciti a metterlo davanti alle sue responsabilità, ad accompagnarlo fuori scena come è successo con Boris Johnson? Il suo Reform continua a essere trattato con quel misto di timore e sdegno che gli ha permesso di crescere magnificamente fino a qui: si scopre che Farage non sarà né verrà invitato a “Desert Island Discs” della Bbc per evitare il boicottaggio da parte di altri ospiti, speriamo sia una diceria per farlo sentire escluso dalla casta, anche perché se c’è una figura a cui bisogna fare sempre tantissime domande è lui. A partire dalla prima: se la Brexit era così bella, perché nessuno l’ha copiata?