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Dentro la Nato

La difesa della Turchia è in espansione, e non tutti sono tranquilli

Il Presidente della Turchia, Recep Tayyip Erdoğan, rilascia dichiarazioni al termine di una riunione del Consiglio dei Ministri presidenziale presso il Complesso Presidenziale di Ankara, in Turchia, il 1° giugno 2026. (Foto di Mehmet Ali Ozcan/Anadolu via Getty Images)

Dopo decenni in cui l’Europa ha immaginato la propria sicurezza dentro un ordine postbellico ormai dato per acquisito, il ritorno della guerra sul continente ha riportato la difesa al centro della politica. Non si tratta di una parentesi legata all’Ucraina o al conflitto in medio oriente: la domanda di sicurezza europea si misura su un orizzonte lungo, destinato a durare ben oltre l’esito dei conflitti in corso.

L’atteggiamento che gli Stati Uniti hanno assunto con Donald Trump ha reso ancora più urgente la definizione di un nuovo paradigma per la difesa continentale. Come indicato dalla nuova National Security Strategy, Washington non chiede più all’Europa di rafforzarsi per diventare un alleato più solido. Al contrario, l’Amministrazione Trump tratta gli alleati europei sempre meno come partner e sempre più come strumenti subordinati ai propri interessi. Più recentemente, gli Stati Uniti hanno inoltre avvertito gli alleati della Nato dell’arrivo di consistenti tagli alla presenza militare in Europa.

Tutto questo avviene a breve distanza dal prossimo vertice dell’Alleanza, in programma ad Ankara il 7 e 8 luglio. Un appuntamento che assume ancora più rilevanza alla luce delle tensioni transatlantiche. Da tempo molti in Europa guardano alla Turchia come a un interlocutore naturale per far fronte al ritardo accumulato nel campo della difesa. Gli Stati Uniti, dal canto loro, hanno scelto Ankara come uno dei pilastri della propria strategia di stabilizzazione in medio oriente.

Il peso turco si è consolidato su più livelli. Ankara controlla gli Stretti del Bosforo e dei Dardanelli, che danno accesso al Mar Nero, mantiene canali aperti con la Russia e opera con efficacia in teatri come Libia, Siria, Caucaso e Corno d’Africa. Si tratta di quadranti che coinvolgono direttamente la sicurezza europea e incidono su temi cruciali come i flussi migratori, gli approvvigionamenti energetici e di materie prime, le connettività strategiche e i commerci.

A questo si aggiunge il pilastro industriale. “La base industriale della difesa turca è diventata una delle più capaci all’interno della Nato. Le esportazioni sono passate da poche centinaia di milioni di dollari di vent’anni fa a oltre sette miliardi lo scorso anno, e gran parte di queste capacità prima esisteva solo negli Stati Uniti e in pochi paesi europei”, dicono Seren Korkmaz e Riccardo Gasco, del think tank turco IstanPol. Negli ultimi anni, le aziende turche della difesa hanno moltiplicato accordi di produzione congiunta e trasferimento tecnologico, con l’obiettivo di espandere l’export e costruire partnership industriali di lungo periodo. La Turchia si è così affermata come uno degli attori più avanzati nel settore dei droni e della produzione di munizioni, offrendo piattaforme già testate sul campo, tempi di consegna più rapidi e formule di procurement più flessibili rispetto a molti concorrenti europei. E’ una tendenza visibile anche in Italia, dove nel 2025 Leonardo ha firmato con la turca Baykar un accordo per creare una joint venture dedicata alla coproduzione di velivoli senza pilota destinati al mercato europeo, con siti produttivi previsti sia in Italia sia in Turchia.

Alla fiera militare SAHA 2026 di Istanbul, la Turchia ha poi presentato un modello del missile balistico Yildirimhan, ancora in via di sviluppo, con una gittata dichiarata di circa seimila chilometri. Il messaggio politico è chiaro: Ankara non vuole limitarsi alla deterrenza regionale o al modello di export trainato dai droni, ma punta a entrare nel terreno più ristretto delle potenze dotate di capacità a lungo raggio. Se il peso di Ankara è ormai riconosciuto, manca però una cornice politica condivisa a livello europeo entro cui integrarlo. Una vera integrazione della Turchia nella difesa comunitaria resta complicata.

Il primo ostacolo è politico. Accanto a paesi come Italia, Spagna, Polonia e Portogallo, che vedono in Ankara un partner utile per rafforzare capacità industriali e militari, altri attori come Grecia, Cipro e Francia continuano a guardarla con forte diffidenza, alla luce delle tensioni sulle acque territoriali e sui confini marittimi contesi nel Mediterraneo orientale.

A questo si aggiunge la crisi della democrazia turca, resa evidente dalla scelta del governo turco di colpire l’opposizione per via giudiziaria. Se è vero che, a livello europeo, pochissime voci si sono alzate contro questa deriva, l’erosione della fiducia nell’indipendenza delle istituzioni ha un impatto profondo. Pesa sulla fiducia, sulla prevedibilità delle decisioni e sulla tenuta degli accordi, rendendo più difficile collocare gli impegni assunti da Ankara dentro una cornice stabile.

Come osserva Selim Koru, tra le voci più acute del dibattito turco e autore della newsletter “Kulturkampf”, il riarmo europeo nasce dall’esigenza di riportare la difesa al centro del progetto politico dell’Unione. Nasce anche dalla consapevolezza che l’Europa non può più affidare la propria sicurezza ad attori esterni al proprio perimetro politico e valoriale. In questa logica, integrare la Turchia apre una contraddizione evidente: Ankara è oggi politicamente più distante dall’Ue di quanto non lo siano gli stessi Stati Uniti. Che tipo di allineamento può esistere con un paese che è allo stesso tempo partner, concorrente, rivale e, per alcuni stati membri, persino una minaccia?

Il risultato di questa divergenza è che Bruxelles non è stata ancora in grado di produrre una strategia comune. Si procede piuttosto in ordine sparso. Come osservano Korkmaz e Gasco, la Commissione ha i suoi dossier, gli stati membri hanno interessi bilaterali che spesso spingono in direzioni opposte e le istituzioni intermedie gestiscono fascicoli separati. Ad aprile, la presidente della Commissione Ursula von der Leyen ha dichiarato che è necessario “riuscire a completare il continente europeo, affinché non sia plasmato dall’influenza russa, turca o cinese”. La Commissione ha poi corretto il tiro per evitare una crisi diplomatica, ma l’episodio restituisce bene l’ambiguità della questione. Una linea incerta che ha contribuito, in concreto, all’esclusione della Turchia dalla prima tranche dei prestiti Safe, lo strumento europeo pensato per rafforzare l’industria della difesa, e che continua a pesare anche su altri dossier comunitari. La Commissione sicurezza e difesa del Parlamento europeo (Sede) ha infatti escluso Ankara dalle componenti di difesa del nuovo programma Horizon Europe per il periodo 2028-2034. Non il migliore modo di impostare una partnership.