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Conversazione con Armando Iannucci

Quanto sarebbe bello sapere che cosa dicono gli europei quando Trump esce dalla stanza

©Getty

L’uomo che ha trasformato la morte di Stalin in una delle commedie politiche più brillanti del cinema moderno è arrivato nella terra natale di Stalin per parlare di risate. In un caffè di Tbilisi, Armando Iannucci, il regista di “Morto Stalin, se ne fa un altro”, ha parlato di ciò che i dittatori hanno sempre temuto di più: essere derisi.

La Russia gli ha dato ragione. Nel 2018 le autorità hanno vietato la distribuzione del film nelle sale russe. La pellicola racconta il caos seguito alle ultime ore di vita del tiranno sovietico, mentre la sua cerchia terrorizzata si affanna tra lotte di potere e sopravvivenza.

Nel corso della sua carriera, Iannucci è tornato più volte sullo stesso terreno: l’assurdità comica che si cela dietro il potere. Il suo lavoro ha spogliato i leader della serietà che cercano di proiettare, mettendo a nudo la loro vanità, dagli uffici di Westminster ai corridoi di Washington. Nato a Glasgow nel 1963 da una famiglia di immigrati italiani, Iannucci è figlio di un uomo che, da giovanissimo partigiano, combattè contro il regime di Mussolini prima di stabilirsi a Glasgow e aprire una catena di pizzerie. Ha studiato letteratura inglese a Oxford, e poi ha scelto la comicità. “The Thick of It” ha ritratto il governo britannico in uno stato di emergenza permanente; “In the Loop” ha portato ancora più in là lo stesso panico burocratico, mentre “Veep” ha preso di mira la disfunzione politica americana.

“Sono davvero affascinato da quello che accade dietro le porte chiuse, perché si tratta semplicemente di esseri umani che si comportano da esseri umani”, dice Iannucci, raccontando perché mette in ridicolo il potere: “All’esterno le persone proiettano un atteggiamento, ma in privato è tutta un’altra storia. Più parlo con chi ha vissuto certe situazioni, più la cosa si fa inquietante, perché ti rendi conto che una certa decisione non è stata presa dopo mesi di attenta riflessione. E’ stata presa quella mattina stessa, perché era il solo momento disponibile per prenderla”.

Guardando al presente, Iannucci vede un mondo che sta tornando indietro. I decenni successivi alla Guerra fredda avrebbero dovuto consolidarsi in un periodo di calma, e invece si continua a tornare alla guerra: “Doveva essere la fine della storia, ma non lo è. E’ come se ci chiedessimo: perché stiamo tornando indietro, perché ci sono ancora guerre?”.

A Iannucci, Donald Trump non fa ridere. Per lui il presidente americano appartiene all’epoca dello showbiz. Lo descrive come un “intrattenitore”, un politico con un istinto naturale per l’attenzione e lo spettacolo. Ma separa la sua performance dalla comicità vera e propria: “Pochissime persone ridono davvero alle battute di Trump”, dice Iannucci, definendo grossolano l’umorismo trumpiano, più vicino a “uno spogliatoio degli anni Ottanta”. Ma Trump ha cambiato le condizioni in cui opera la satira: se la commedia politica del passato svelava le assurdità nascoste, il presidente americano porta gran parte di quell’assurdità direttamente sul palco, di sua iniziativa.

In “In the Loop”, Iannucci ha messo in luce come la “relazione speciale” tra Stati Uniti e Regno Unito si svolga realmente dietro le quinte. Con Trump alla Casa Bianca, spesso rapido a far trapelare ciò che in passato sarebbe rimasto privato, quello che a Iannucci piacerebbe più ascoltare oggi è la sincerità che esplode tra i leader europei nel momento esatto in cui il presidente americano esce dalla stanza. “Davanti a lui sono tutti: che accordo magnifico, grazie per il lavoro svolto su questo trattato. Poi lui se ne va, e probabilmente iniziano a pensare: ha rovinato tutto, proprio tutto”. Secondo Iannucci, l’Europa si sta però scontrando con la leadership americana, non con l’America in sé. Non è certo un ammiratore di Trump: “Ormai siamo molto diffidenti nell’affidarci all’America come a un alleato solidale”, dice, ribaltando contro Trump le lamentele che il presidente fa sulla Nato e sugli alleati europei. L’Alleanza è andata in soccorso dell’America una sola volta, dopo gli attacchi dell’11 settembre, l’unica occasione in cui è stato invocato l’articolo 5. Sull’Iran, invece, sono stati gli Stati Uniti a entrare in guerra di propria iniziativa. Dietro tutto questo, Iannucci coglie un’ironia politica: Trump ha vinto le elezioni promettendo di tenersi alla larga da nuove guerre. “Pensavano che fosse tutta una questione di potere: abbiamo più forza, gliela imponiamo, e loro cederanno. Ciò che abbiamo ottenuto, invece, è un Iran consapevole di poter tenere in scacco l’economia mondiale ogni volta che vuole”, dice: “E’ una questione di mancata comprensione di come funzionano davvero i paesi”.

A Iannucci non piace l’etichetta di uno che fa satira. Le sue influenze, racconta, vanno da Billy Connolly, cresciuto nelle stesse strade di Glasgow, a Charles Dickens e George Orwell, fino a Buster Keaton, Charlie Chaplin, Stanley Kubrick, Terry Gilliam, Vittorio De Sica e Federico Fellini. Si sveglia con il desiderio di creare qualcosa di divertente, al meglio delle sue capacità, lasciando poi al pubblico il compito di trovarne il significato. Chi vuole dettare voti o convinzioni, dice, dovrebbe dedicarsi alla politica o al giornalismo. “Non cerco di dire alla gente come votare o cosa pensare. Il mio lavoro è la mia risposta a quello che succede. Trovo una cosa divertente, o folle, e spero che anche il pubblico la trovi tale. Se solleva temi complicati, spero che spinga a iniziare a rifletterci. Ma non voglio imporre la mia politica agli altri, perché non è questo il mio compito”.

Nel contesto britannico, dove i dibattiti su censura, hate speech e libertà d’espressione online hanno coinvolto la polizia in questioni di linguaggio e di intenzioni, Iannucci vede un preoccupante trasferimento di responsabilità dalla società alla legge. Per lui il pericolo comincia quando il governo cerca di risolvere quelle dispute in termini giuridici: “Se sei costretto a legiferare su una cosa – dice – stai di fatto ammettendo che non riesci a vincere quel dibattito, non sai convincere abbastanza persone. Stai dicendo che bisogna rendere una cosa illegale invece che costruire  un accordo condiviso su come comportarsi. E’ un’ammissione di fallimento”.

Iannucci ha scelto un luogo adatto per sostenere questa tesi. Questa parte di mondo ha da sempre trasformato la paura politica in commedia dell’assurdo: un esempio è Radio Yerevan, l’immaginaria stazione armena le cui risposte impassibili pungolavano la vita sovietica. “E’ vero che la Costituzione dell’Unione sovietica garantisce la libertà di parola, proprio come quella degli Stati Uniti?”, chiedeva una delle battute. “In linea di principio, sì. Ma la Costituzione americana garantisce la libertà anche dopo aver parlato”.

L’umorismo tende a sopravvivere ai regimi che cercano di vietarlo. Nella Georgia di oggi il potere assomiglia già a qualcosa che Iannucci stesso avrebbe potuto inventare. Con i manifestanti nelle strade, il paese che scivola verso il tipo di governo che un tempo veniva deriso nelle barzellette, e con un sovrano informale circondato, a quanto pare, da squali, zebre e pinguini, che sposta alberi secolari come se il paese intero fosse la sua tenuta privata: l’ironia torna a essere, ancora una volta, una necessità per sopravvivere.

La censura non riesce a controllare l’istinto umano di ridere. Per Iannucci, questo dà alle persone un certo senso di controllo in un momento in cui il potere può abbattersi su di loro in qualsiasi istante. “Circolavano libretti di barzellette su Stalin e Beria. Si poteva essere uccisi se si veniva denunciati per averle raccontate, ma la gente voleva comunque poterle dire”, dice Iannucci: “L’umorismo li ha tenuti in vita, in un certo senso. Anche se potevano dirmi cosa dire e cosa pensare, anche se potevano togliermi la vita, anche se potevano sbattermi in prigione, se riuscivo ancora a raccontare barzellette su di loro, allora non mi avevano zittito”.

Ani Chkhikvadze è una giornalista di base a Washington, prima a Voice of America. Collabora con varie testate internazionali.