Sul suo specchio d’acqua in cui è molto complicato specchiarsi per il colore tanto scuro, sulla sua superficie di circa 500 chilometri quadrati, sulla sua indecisione a metà strada fra il mare e il lago, il Mar Nero sta scrivendo la storia del futuro di un’Alleanza tanto armata e delicata come la Nato. Sulle coste del Mar Nero ci si siede fra diversi, le sue acque tengono assieme sei paesi, alcuni legati anche da desideri comuni, tanto che la storia delle sue sponde è una storia di aspirazioni, di rotte che trasportano da un mondo all’altro, ma dal 2022, il Mar Nero ha smesso di unire e si è trasformato, per volontà della Russia, in un mare di guerra. Sulle sue acque si affacciano tre membri dell’Alleanza atlantica, Romania, Bulgaria e Turchia; due paesi interessati a farne parte e che si sentono molto europei, l’Ucraina e la Georgia, e infine il bullo del Mar Nero, la Russia. Le sue acque raccontano una storia di convivenza trasformata in conflitto e oggi il Mar Nero è un altro dei punti del mondo in cui Mosca e la Nato si fronteggiano e la prima, grazie all’Ucraina, ha subìto una sconfitta molto umiliante. Il mare plasma la nostra Alleanza che questo mese terrà uno dei suoi vertici più complicati, ad Ankara, con un Donald Trump che ha già detto di partecipare soltanto per il suo amico Recep Tayyip Erdogan, mica per rafforzare la Nato.
Le pressioni turche
L’Amministrazione Trump vuole scavalcare la decisione del parlamentare democratico Gregory Meeks, che sta bloccando una proposta di vendita di motori per aerei alla Turchia, del valore di 750 milioni di dollari: Meeks è preoccupato del rapporto tra Ankara e Vladimir Putin, visto che in Turchia c’è un sistema di difesa aerea russo, l’S-400, acquistato circa un decennio fa. La procedura vorrebbe che, per vendite militari di questo tipo – si tratta dei motori per jet F110 di produzione americana che servirebbero per i caccia turchi Kaan e che già sono utilizzati sulla flotta di F-16 di cui dispone la Turchia – il governo ottenga l’approvazione del Congresso, ma con Trump le regole vengono calpestate, ancor più che è prossimo l’incontro tra il presidente americano e il presidente turco che presiede il vertice della Nato. Le preoccupazioni sono fondate, ed è per questa ragione che anche l’acquisto dei caccia F-35 da parte della Turchia è stato sempre rimandato. Erdogan comanda il secondo esercito più grande della Nato e svolge un ruolo sempre più importante nei tanti conflitti tra l’Amministrazione Trump e gli alleati europei, anche perché l’industria della difesa turca è molto cresciuta negli ultimi anni, Ankara ha fornito armi all’Ucraina e, durante la guerra contro l’Iran, le difese aeree della Nato hanno intercettato e abbattuto missili balistici iraniani che puntavano sulla Turchia. Ma sulla fiducia altalenante nei confronti di Erdogan pesa l’acquisto del sistema S-400 che Erdogan fece nel 2017, che ha causato sanzioni da parte di Washington e anche l’espulsione della Turchia dal programma di vendita degli F-35. Erdogan preme su Trump per essere riammesso al programma, Trump si fa tentare, ma i funzionari americani hanno messo alcune condizioni, in particolare la rinuncia al famigerato sistema russo S-400, perché temono che questo sistema, che è tra i più avanzati dell’arsenale russo, possa raccogliere dati sull’F-35. L’integrazione del sistema russo nelle difese aeree della Nato, assieme alla potenziale presenza di personale russo, è una preoccupazione enorme anche per gli europei, che vedono la vendita dei motori come una breccia nel divieto americano sugli F-35: se si ascolta il ciarliero (e spesso avventato) ambasciatore americano Tom Barrack, i timori non possono che aumentare.
Le incursioni russe
Alla fine di maggio, un drone russo si è schiantato contro un palazzo a Galati, una città nel sud-est della Romania: il governo romeno aveva dato l’ordine ai propri caccia di intercettare il drone che aveva attraversato il confine con l’Ucraina, ma non ci erano riusciti: il tetto dell’edificio residenziale ha preso fuoco e alcune persone sono rimaste ferite. Mark Rutte, gioviale segretario generale della Nato impegnato nella missione di lode permanente a Trump nel tentativo di non farlo scappare dall’Alleanza, aveva detto: “Il comportamento sconsiderato della Russia è un pericolo per tutti noi”. Putin aveva messo in dubbio il fatto che il drone fosse russo e aveva chiesto alla Romania di consegnare i resti per condurre un’indagine autonoma. Ma la Romania ferita ha respinto le bugie del Cremlino: “La piena responsabilità ricade sulla Federazione russa, il cui comportamento dimostra totale disprezzo per il diritto internazionale e per la sicurezza dei cittadini di uno stato membro della Nato”, ha scritto su X il presidente romeno Nicusor Dan. La solidarietà è arrivata subito da parte della Bulgaria, che ha sottolineato la costante minaccia russa nei confronti dei paesi della Nato e in particolare per quelli affacciati sul Mar Nero. All’inizio di giugno, due navi cargo – una battente bandiera di Saint Kitts e Nevis e l’altra di Panama – che stavano percorrendo il “corridoio del grano”, il canale nel Mar Nero in cui transitano le navi che trasportano merci e che dovrebbero in teoria essere protette, sono state attaccate da droni russi, e di nuovo un’altra nave, di proprietà turca ma battente bandiera di Panama, è stata colpita: il cuoco di bordo, un egiziano, è rimasto ucciso.
La flotta affondata
Quando i russi attaccarono l’Ucraina il 24 febbraio del 2022, alla Flotta russa del Mar Nero furono assegnati tre compiti: fornire copertura alle operazioni terrestri, ottenere il controllo del Mar Nero e guidare un’operazione di sbarco anfibio nei pressi di Odessa. Nessuno di questi obiettivi è stato raggiunto, e non sono state le navi da guerra ucraine a fare da ostacolo, perché, come è noto, l’Ucraina non ne aveva. La flotta russa non era tecnologicamente avanzata, ma nessuno se ne era preoccupato, perché a Mosca erano tutti convinti che in pochi giorni la questione ucraina sarebbe stata risolta. L’illusione, nelle acque del Mar Nero, è svanita subito: la Moskva, l’incrociatore da undicimila tonnellate simbolo della potenza russa, che poco meno di due mesi prima aveva colpito l’Isola dei serpenti e aveva chiesto la resa degli ucraini sentendosi rispondere via radio “vaffanculo”, fu affondata il 14 aprile del 2022, da due missili anti nave ucraini, i Neptune. Nell’ottobre dello stesso anno, due droni ucraini Mykola-3 colpirono una fregata, un cacciamine e un’altra nave che erano ormeggiati nel porto di Sebastopoli, in Crimea. Da quel momento, la Flotta russa nel Mar Nero è diventata l’obiettivo di molti attacchi ucraini, e anche se i resti delle armi utilizzate sono serviti alle forze russe per la loro attività di copiatura su larga scala delle innovazioni tecnologiche ucraine, oggi la flotta russa nel mare europeo in guerra non esiste praticamente più. E molti esperti militari dicono che il Cremlino non ha imparato la lezione e anche la potente Flotta nel Baltico soffre della stessa presunzione e della stessa arretratezza: i russi di fatto possono contare solo sui sottomarini.
Il Mar Nero è poverissimo di ossigeno, il suo ambiente anossico permette una conservazione quasi perfetta dei relitti che si posano sui suoi fondali. E’ un museo naturale, che salvaguarda e ricorda. Anche la Georgia si affaccia sul Mar Nero e anzi, parte della sua costa è occupata da Mosca. La Georgia ha visto accadere sul suo territorio quello che poi la Russia ha fatto anche in Ucraina, ha sempre coltivato ambizioni europee e atlantiste. Oggi la Georgia è sempre più soffocata, continua a manifestare con coraggio in proteste che vengono schiacciate con sempre maggiore violenza dal governo che ha preso appunti dal Cremlino. La storia dell’europeismo di Tbilisi però rimane in piedi, guarda il Mar Nero e sente la sua vocazione verso quello specchio d’acqua che tutto conserva e che oggi racconta una storia: l’Ucraina sta vincendo e nella sua vittoria ci trascina tutti.