Siamo a metà del 2020, in Catalogna. Il Covid fa vittime ogni giorno e l’unica preoccupazione delle autorità resta comprare respiratori e dispositivi di protezione, e fermare l’avanzata del virus. Eppure, in un ufficio di Barcellona che nulla ha a che vedere con la sanità, qualcuno si siede sulla propria sedia, si toglie la mascherina e pensa che sarebbe una buona idea lanciare satelliti nello spazio. Poco dopo, il 27 ottobre del 2020, la Generalitat de Catalunya presenta la sua strategia “New Space” per rilanciare l’industria dei satelliti di piccole dimensioni. Cos’è cambiato da allora?
Per capire il boom aerospaziale di Barcellona bisogna concentrarsi su due aziende pionieristiche con sede in città: Open Cosmos e Sateliot. La prima è stata fondata nel 2015 ed è il cantiere, si occupa cioè della costruzione del satellite. La seconda è nata nel 2018 e opera come armatore o operatore di quella rete di satelliti. “Ci siamo concentrati sull’internet delle cose perché non aveva alcun senso ciò che si stava facendo, come installare un’antenna da 80 centimetri per sapere qual è il livello dell’acqua in un serbatoio in un paesino sperduto”, spiega Jaume Sanpera, ceo di Sateliot, a proposito dell’idea fondativa dell’azienda.
Fin dall’inizio, la proposta ha fatto presa sulle autorità perché ha quasi ogni vantaggio: abbatte i costi, è utile alla società e, cosa più importante, crea valore. L’idea non è tanto competere con giganti come Starlink, quanto creare una rete satellitare che offra un supporto e garantisca la sovranità tecnologica europea in alcuni utilizzi strategici. Javier Ortega Figueiral, consulente aeronautico e giornalista specializzato, ritiene che dietro questo interesse ci sia altro, legato alla tendenza bellicista che attraversa il pianeta: “L’accelerazione che c’è stata tra il 2024 e il 2026 è stata determinata dal contesto geopolitico: il momento attuale, segnato dagli investimenti nella difesa”.
Sateliot, partecipata al 20 per cento dallo stato spagnolo, ha attualmente sei satelliti in orbita, due dei quali a uso commerciale. Nella seconda metà del 2026 e nel 2027 prevede di lanciarne più di una ventina – su razzi di Elon Musk – un’impresa difficile da realizzare senza un indotto industriale. “L’effetto cluster funziona, da un’azienda ne nasce un’altra: noi stessi, per esempio, abbiamo già creato altre società. Intendo sottolineare che le nostre esigenze hanno fatto fiorire altre imprese”, spiega Sanpera a proposito del nuovo polo industriale che si sta lentamente creando a Barcellona.
Il fatto è che questa nuova industria non assomiglia affatto a quella che rese famosa Barcellona nel XIX e nel XX secolo. Le vecchie fabbriche di mattoni rossi del quartiere del Poblenou ora non hanno più ciminiere fumanti, né camion al cancello in attesa di caricare merci. Ora le uniche macchine sono i computer e la merce viaggia attraverso il cloud. Nemmeno i lavoratori indossano più una divisa, e se si sporcano è perché si sono accidentalmente versati addosso il caffè specialty comprato per tre euro nel nuovo bar all’angolo. “La trasformazione porta con sé le solite contropartite: aumento dei prezzi delle case e degli affitti, spostamento degli abitanti storici”, racconta Javier Ortega Figueiral.
Attualmente sono circa 80 le aziende del settore stabilite nella zona, che danno lavoro a quasi duemila persone. Il tutto in una città che non ha offerto corsi di laurea in ingegneria aerospaziale fino al 2002. “Il 25 per cento del personale è composto da persone del settore spaziale che lavoravano all’estero e sono rientrate in Spagna”, dice Sanpera riguardo all’opportunità che questo boom aerospaziale ha rappresentato per molti professionisti.
Oggi, nel pieno del 2026, un agricoltore cileno di una zona remota e priva di copertura mobile tira fuori il telefono dalla tasca perché ha appena ricevuto una notifica. Un’applicazione lo informa che l’umidità del suo campo è scesa sotto il livello necessario per portare avanti la coltivazione. Rapidamente sale sul suo furgone e si dirige verso la piantagione per attivare l’irrigazione. Tutto grazie a un satellite “made in Barcellona”.