Cerca

Un posto dove nascondersi

Al parchetto in Europa, col mito irragiungibile del rischio zero

Dei bambini giocano su un’altalena (Foto di RDB/ullstein bild via Getty Images)

C’è del marcio in Danimarca, e quel marcio è un parco dove ai genitori viene offerto un caffè e ai loro figli un’arma bianca.
Al Valbyparken di Copenaghen ci sono dune di sassi e sabbia, i giochi sono tutti sghembi, si può accendere un falò in mezzo a chilometri di bosco, ma la cosa curiosa, forse solo un po’ ambigua in termini di legalità, è che ai bambini vengono date piccole spade o piccole asce. Non solo: nelle foto del parco si vedono bambini che vanno in giro con lunghi bastoni di legno, cosa per cui a Milano di norma scattano i servizi sociali.
A luglio è uscito sull’Economist un pezzo dal problematico titolo “In praise of Scandinavia’s risky and dirty playgrounds”. Dico “problematico” perché conosco diverse mamme che alle parole “rischioso” e “sporco” potrebbero avere un attacco di cuore. Nell’articolo, il giornalista raccontava della sua visita al Valbyparken con i figli e un nipote. In questo parco i bambini potevano sporcarsi, potevano prendere dei piccoli coltelli sotto la supervisione degli addetti preposti all’armeria, potevano arrampicarsi, strisciare, correre, buttarsi nel fango, usare il fuoco, procurarsi piccole escoriazioni.
Conosco diverse mamme, sempre quelle dell’attacco di cuore, che davanti all’escoriazione prima intentano causa al pavimento, poi fanno un post su Facebook, e infine fanno fare ai piccini un bagno di salute nel perossido di idrogeno.
Helle Nebelong, l’architetto di paesaggi che ha progettato il parco, ha detto: “Sono i bambini che devono essere consapevoli di ogni passo che compiono. Devono assumersi la responsabilità della propria sicurezza”.
Inutile dire che conosco mamme, sempre quelle dell’attacco di cuore, sempre quelle del perossido di idrogeno, che davanti alle parole “responsabilità della propria sicurezza” si metterebbero a urlare, ma non prima di aver scritto un post anonimo su Facebook.
Il rischio controllato è un concetto che la maggior parte dei genitori respinge, per il semplice motivo che l’unico obiettivo accettabile è il rischio zero.
Ho visto cose che i danesi non potrebbero immaginare: un paraspigolo per ogni spigolo di casa, zainetti con cuscino sulla schiena per i bambini che imparano a camminare, forbici arrotondate per dodicenni e caschetti usati in casa balenare alle porte del soggiorno, momenti che andranno perduti nel tempo, come lacrime nella pioggia, ma col kway sempre a portata di mano.
Una cosa che si usa molto, per esempio, è nascondere un geolocalizzatore nei bottoni o nelle scarpe dei bambini, e questo non solo quando vanno in gita da qualche parte, ma pure quando stanno a casa con la nonna.
Io non l’ho fatto perché la mia paranoia è migliore della loro e mi sono sempre immaginata il peggiore dei casi possibili: il Gps che smette di geolocalizzare il bambino, infarto, ricovero.
Mi è successa una cosa simile al trapasso quando, per un errore tecnico, il registro elettronico segnalava mio figlio come assente da scuola, anche se io lo avevo lasciato dieci minuti prima davanti al portone. Ero certa di averlo accompagnato perché ogni mattina faccio una foto al cancello della scuola. Perché lo faccio? Perché non mi fido di nessuno, figuriamoci del mio cervello: potrei lasciare mio figlio per strada, dimenticarlo a casa, venderlo a qualcuno.
Il rischio zero, purtroppo, porta con sé un problema irrisolvibile, nonché estremamente pericoloso: se un bambino non si fa mai male, come fa a capire che cos’è il male?
C’è una generazione di genitori che vive nel tentativo di eliminare qualsiasi cosa possa, anche e soprattutto in via del tutto ipotetica, portare i bambini a farsi male.
Qualche tempo fa leggevo il post di una mamma che non riusciva a portare i figli al parco perché questi bambini avevano la pretesa di voler giocare per terra, e per terra ci sono le malattie.
C’erano centinaia di commenti che le davano ragione, perché effettivamente non se ne può più di questi parchi che non sono né sterili né iperbarici: il mio suggerimento è quello di sostituire i giardinetti con sale operatorie.
In Italia, per esempio, ci sono moltissimi parchetti con il pavimento morbido. I bambini corrono su una specie di strato di gomma pane, perché un bambino non deve cadere, mai, il bambino al massimo deve rimbalzare. Per quello che vedo a Milano, mi sembra che il problema principale sia che i playground – “parchetto” in milanese – sembrano essere stati progettati per far giocare gli adulti. Quelli di ultima generazione sono tutti fatti di quadri svedesi e attrezzi da ginnastica, attrezzi sempre occupati da gymbro che si filmano, così come sono sempre occupati i tavoli da ping-pong, ché i milanesi sono inspiegabilmente diventati tutti Marty Supreme.
Quelli che vedo in giro sono parchi funzionali, mentre l’approccio nordico è diverso: il parco, attraverso l’immaginazione, trasforma la noia in lavoro.
Dietro casa mia c’è un parco tutto nuovo la cui attrazione principale sono dei blocchi di cemento giganti a forma di tasti del computer. Cosa devono immaginare i nostri piccini, di mandare una mail? Comprendo l’avversione per i bambini, ma con l’architettura crudele nei parchetti mi pare si stia esagerando.
Ho chiesto a un’amica che vive in Germania, a Düsseldorf, di mandarmi qualche foto dei parchi vicino a casa sua, giusto per capire se i pavimenti rimbalzanti ce li hanno anche lì. Nella prima foto che mi manda ci sono tre cavalli a dondolo stilizzati, fatti di ferro, immagino pure incandescenti viste le temperature, e messi in mezzo a una piazzetta di ghiaia e sassi, un po’ brutalista, un po’ Guerra fredda.
Nella seconda foto si vede un classico castello di legno, ma non c’è nessuna scala per salire, immagino che i bambini ci debbano salire in free solo come Alex Honnold su El Capitan.
C’è lo scivolo in alluminio, dei pali in legno, una passerella fatta di corda e un cartello con vari divieti: niente cani, niente biciclette, niente casco.
Il parco giochi non è solo rischio calcolato, il parco giochi dovrebbe essere soprattutto un posto dove nascondersi.
A Nizza c’è la Promende du Paillon con una gigantesca scultura in legno a forma di balena, dove i bambini si nascondono e si arrampicano all’interno della pancia fatta di reti.
In un centro per l’infanzia a Roissy-en-France, vicino a Parigi, l’architetto Olivier Vadrot ha progettato un parco giochi chiamato Conversations, composto da tre sculture: “Trône ventriloque”, il trono ventriloquo, “Cockpit Rose”, il cono rosa, e “Conseil des Sièges”, il consiglio delle sedie.
Sono sculture fatte per scambiarsi dei segreti, sembrano dei confessionali di pietra, con una parete che nasconde e un buco per spiare. In un mondo dove possiamo vedere tutto, il parco giochi dovrebbe rimanere l’argine che protegge il mistero. Un muro, la pancia di una balena, coltelli per inventare storie: la fantasia è pure gratis, secondo me conviene a tutti.