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L'allargamento

Sì significa no e viceversa. L’Unione europea e i Balcani occidentali

Arte e manifesti di protesta studentesca esposti fuori dall'università di Belgrado BELGRADO, SERBIA - 23/04/2026: Arte e manifesti di protesta studentesca esposti fuori dall'edificio dell'università di Belgrado. (Foto di John Wreford/SOPA Images/LightRocket via Getty Images)

C’è un’ottima ragione per far entrare nell’Unione europa i paesi dei Balcani occidentali il più rapidamente possibile. C’è un’ottima ragione per non farlo, a nessuna condizione. C’è un modo per risolvere questa contraddizione radicale: è una soluzione del tutto logica. Questa possibilità è praticamente irrealizzabile, per ragioni del tutto logiche.
In apparenza, l’Ue ha mostrato un atteggiamento ambivalente in tutti i vertici UE-Balcani occidentali degli ultimi anni: l’Ue ribadisce il proprio impegno a proseguire l’allargamento con i paesi dei Balcani occidentali, ma non può indicare una tempistica (ottobre 2021). Gli stati dei Balcani occidentali dovrebbero aderire all’Ue il prima possibile, e l’accento cade no su “prima” ma su “possibile” (novembre 2022). La Commissione europea accoglie con favore il nuovo slancio e il nuovo impulso nei negoziati, ma non ci devono essere scorciatoie (dicembre 2024). I Balcani occidentali fanno naturalmente parte della famiglia europea, ma restano ancora molti passi da compiere nel processo di adesione (ottobre 2025).
C’è un’ottima ragione per ammettere il più rapidamente possibile i paesi dei Balcani occidentali nell’Ue. Questa ragione è la pace. Ricordo la crisi balcanica del 1875-1878, che portò alle guerre balcaniche del 1912-13 – che, a mio avviso, vanno considerate non come un preludio, bensì come l’inizio della Prima guerra mondiale. I nazionalismi in ascesa cercarono di smembrare i vecchi imperi multietnici e multiculturali d’Europa (da qui l’espressione “polveriera” riferita ai Balcani) per fondare stati-nazione su base etnica, che poi si combatterono l’un l’altro con grande brutalità per conquistare il territorio, perseguitarono le minoranze presenti nei rispettivi territori, le costrinsero alla fuga o le uccisero, finché essi stessi – in quanto piccoli stati-nazione – non divennero minoranze indifese, schiacciate senza protezione tra fascismo e stalinismo nello scontro fra le grandi ideologie della violenza del Novecento. Si potrebbe dire che, per la civiltà europea, le porte dell’inferno si spalancarono per la prima volta nei Balcani, e che ciò che lì divampò divenne infine una conflagrazione mondiale.
Tutto questo continua ad avere ripercussioni ancora oggi, in tutte le forme grottesche dell’orgoglio nazionale ferito e della sete di rivincita. Ogni piccolo stato-nazione su base etnica ha, entro i propri confini politici del tutto arbitrari, minoranze appartenenti al gruppo etnico dello stato confinante, così come ha proprie minoranze etniche negli stati vicini – minoranze che si sente in dovere di difendere aggressivamente, in nome della cosiddetta “politica di vicinato”, contro le imposizioni del gruppo etnico maggioritario locale. Oppure i gruppi etnici condividono uno stato senza un’ideologia nazionale unificante e paritaria, il che porta a un nazionalismo duale in competizione all’interno di un’unica nazione, ma mai allo sviluppo di una comunità comune o di un quadro giuridico condiviso.
L’Unione europea è nata proprio come conseguenza di queste distorsioni – come lezione appresa dalle guerre nazionaliste di aggressione, come progetto di pace volto a superare le vecchie inimicizie nazionali.
Il progetto di pace europeo ha sanato l’antica inimicizia tra Germania e Francia e l’ha risolta attraverso la cooperazione – chi, se non l’Unione europea, dovrebbe portare la pace nei Balcani occidentali, questa parte centrale dell’Europa, e risolvere le tensioni nazionaliste irrazionali e ossessive attraverso uno sviluppo post nazionale condiviso? Questo sarebbe dovuto essere chiaro al più tardi dopo la dissoluzione della Yugoslavia in una guerra civile tanto insensata quanto tragica.
Tutto ciò diventa possibile con una buona dose di pragmatismo politico? Bisognerebbe anzitutto chiedersi perché il pragmatismo in politica sia sempre considerato un’ultima risorsa, quando tutta la nostra esperienza dimostra che il pragmatismo serve sempre e solo come tappa intermedia, per poi fallire, in ultima analisi, nella risoluzione di un problema. Lo dimostra l’accordo di Dayton, esempio lampante delle possibilità e dei limiti definitivi del pragmatismo politico: portò la pace tra i gruppi etnici senza eliminare le cause profonde del conflitto, che naturalmente continuarono a covare sotto la cenere. L’accordo pose fine a una guerra – questo è vero – ma su di esso non si è potuto costruire nulla.
Ma se questi paesi entrassero nell’Ue, la semplice eliminazione dei confini nazionali renderebbe del tutto irrilevante quale gruppo etnico sia maggioranza o minoranza in quale territorio; allo stesso tempo, il quadro giuridico comune garantirebbe a tutte le persone pari diritti e pari opportunità.
C’è un’ottima ragione per non procedere con l’integrazione, in nessun caso. E questa ragione è il sistema politico dell’Ue. Dal Trattato di Lisbona – che rappresenta la più grande caduta in disgrazia del progetto di unificazione europea e la ragione dello stallo nello sviluppo dell’Ue – il Consiglio europeo, l’organo composto dai capi di stato e di governo nazionali e dai ministri nazionali, è diventato il massimo organo decisionale dell’Ue. Ciò significa che non è l’organo rappresentativo dei cittadini europei – cioè il Parlamento europeo – a decidere dello sviluppo post nazionale dell’Europa, bensì i rappresentanti degli stati nazionali. Questa è la contraddizione fondamentale. E proprio nella misura in cui i grandi stati europei hanno voluto questo sistema per far valere i propri interessi e impedire sviluppi che limitassero la propria sovranità, essi ora temono le conseguenze di un’eventuale adesione degli stati dei Balcani occidentali. Per questa ragione ogni piccolo stato balcanico con due o tre milioni di abitanti potrebbe porre il veto contro la volontà dei grandi stati membri e bloccarne gli interessi. A ciò si aggiunge il fatto che ogni nuovo stato membro avrebbe diritto a un proprio commissario nella Commissione europea, il che significherebbe dover inventare portafogli del tutto nuovi per questi nuovi commissari – anzi, bisognerebbe inventarli in modo assurdo, dato che tutti i settori politici tradizionali sono già coperti dalla Commissione. Ma ciò renderebbe la Commissione ancora più farraginosa, e al tempo stesso più esposta all’infiltrazione di interessi nazionali specifici. E’ una cosa che non vuole nessuno. E qui si apre una dialettica interessante: ciò contrasterebbe con gli interessi nazionali delle grandi potenze, che hanno imposto questo sistema per difendere la sovranità nazionale, e allo stesso tempo contrasterebbe con gli interessi di chi difende l’idea originaria, ossia lo sviluppo di un’Europa post nazionale.
C’è un modo per risolvere questa contraddizione radicale. Sarebbe una soluzione del tutto logica. Chi oggi ha la responsabilità della politica europea deve avere il coraggio di realizzare una riforma sistemica dell’Ue e di sostenerne la necessità di fronte all’opinione pubblica europea. La Commissione dovrebbe tornare al suo ruolo originario, ossia sviluppare il diritto comunitario europeo indipendentemente dagli interessi nazionali; i commissari dovrebbero essere eletti dal Parlamento europeo anziché nominati dagli stati nazionali, in un numero corrispondente ai portafogli ragionevolmente necessari e non al numero degli stati membri; una maggioranza parlamentare dovrebbe detenere il potere decisionale; e il Consiglio dovrebbe essere privato del proprio potere. Nel sistema attuale, tuttavia, sarebbe il Consiglio stesso a dover approvare questa trasformazione – e non lo farà mai. Ed è qui che entra in gioco la ragione dell’affermazione: questa possibilità è praticamente irrealizzabile, per ragioni del tutto logiche.
Si potrebbe ora discutere a lungo sul perché per così tanto tempo tante cose siano state possibili, finché lo sviluppo non si è arenato in questa logica che non lascia più vie d’uscita.
Molto è andato perduto nella storia del mondo – naturalmente, senza il consenso di chi ne aveva tratto profitto in precedenza. La domanda è sempre stata: si poteva costruire su ciò che era venuto prima, o si doveva costruire sulle rovine di ciò che era venuto prima? Quanto al futuro dell’Europa – il futuro di un’Europa che sia davvero europea, un’Europa in cui gli europei occidentali nei Balcani sentano il battito del popolo e non il delirio dell’etnia – non oso fare previsioni. Ho buone ragioni per essere pessimista. Ma ho dei nipoti, e mi costringo a sperare.

Robert Menasse è uno scrittore, saggista e traduttore austriaco. Tra i suoi libri più celebri, “La capitale” (2018), “Un messaggero per l’Europa” (2019) e “L’allargamento” (2024), in Italia editi da Sellerio.