
Kyiv
Nell’agosto del 2022 faceva un caldo terribile in Ucraina. Ma un gruppo di cercatori guidato da Oleksii Yukov raggiunse il villaggio di Sydorove, nella regione di Donetsk, per recuperare i corpi di due soldati caduti. Erano morti durante un bombardamento missilistico russo, il 16 maggio 2022. I commilitoni sopravvissuti non erano riusciti a evacuare i loro corpi a causa dei combattimenti – era un’operazione troppo pericolosa. I familiari dei militari sapevano che erano certamente morti, ma non avevano potuto dar loro l’ultimo saluto né seppellirli degnamente. Ufficialmente risultavano dispersi. “Le ricerche durarono due settimane”, racconta al Foglio Pavlo Ostrovsky, amico di Vitali Pylypenko, uno dei militari caduti.
Quando Yukov arrivò nel villaggio, la situazione era ancora pericolosa. Ma nonostante ciò, giorno dopo giorno, sotto un sole cocente, egli scavò pazientemente tra le macerie e i detriti, nel punto dove si presumeva fossero morti Pylypenko e e l’altro soldato. Alla fine trovò i resti dei loro corpi – le ossa – e li portò via dentro a dei sacchi neri. Seguirono le perizie ufficiali e le procedure per l’identificazione del Dna. Cinque mesi dopo la morte di Pylypenko, la famiglia poté finalmente seppellirlo nella regione di Leopoli, da dove proveniva. Accadde nell’ottobre del 2022. “Fu allora che Oleksii trovò il corpo di mio figlio”, ha scritto il 5 agosto 2026 su Facebook Ljubomyra Chomicak, madre del militare caduto. In quello stesso giorno si è saputo che, durante un’operazione di ricerca nel distretto di Lyman, nella regione di Donetsk, l’auto di Yukov è saltata su una mina, e Yukov è morto.
“Voleva che ogni soldato fosse ritrovato e che ai morti fosse riservato grande rispetto”, racconta Ostrovsky, tenendo in mano un mazzo di fiori giallo-blu (i colori della bandiera ucraina) durante il funerale di Yukov a Kyiv. L’8 agosto scorso, centinaia di persone si sono recate nel Maidan per rendere omaggio a chi aveva dedicato tutta la propria vita al mondo dei morti. Non lontano dal luogo della cerimonia, è affisso da molti mesi un manifesto con la scritta: “100 mila famiglie di dispersi. Come si può non tenerne conto?”. Il gruppo di ricerca “Placdarm”, diretto da Yukov, ha ritrovato negli anni di guerra oltre tremila corpi di militari ucraini e russi. Ma Oleksii non li chiamava mai “corpi”, li chiamava “anime”.
Oleksii Yukov aveva 40 anni. Era nato a Sloviansk, nella regione di Donetsk, e si era appassionato alle missioni di ricerca fin dall’infanzia. Durante la Seconda guerra mondiale, in quelle terre si combatterono aspri scontri tra l’esercito sovietico e quello tedesco. Ci furono caduti da entrambe le parti. Molti di loro non sono ancora stati ritrovati né sepolti come si deve. A 14 anni Jukov si unì alle ricerche di questi resti. Praticava anche degli sport, in particolare le arti marziali. In seguito si laureò all’università pedagogica, conseguendo il titolo di insegnante di educazione fisica. Dopodiché diresse sezioni sportive per bambini e adolescenti. “Ai suoi allenamenti venivano anche bambini provenienti da famiglie in difficoltà”, racconta Serhii Hniezdilov, attivista civile e militare, “col tempo assorbivano i suoi princìpi: uno stile di vita sano e il rispetto per tutti”.
Hniezdilov aveva conosciuto Yukov e sua moglie Yevhenia Kaluhina, direttrice del Museo etnografico di Sloviansk, molto prima dell’inizio dell’invasione russa su vasta scala dell’Ucraina. “Sono i volti del Donbas ucraino”, afferma convinto Serhii. Per la città di Sloviansk, vicina al fronte, Yukov era una figura simbolo, pur non avendo mai fatto politica. In città era amato perché nel 2014 era stato il primo a iniziare a recuperare i corpi urante la guerra russa contro l’Ucraina. E dal 2022 si era dedicato esclusivamente a questo. Si spingeva nelle “zone grigie”, finiva sotto i bombardamenti, andava dove altri temevano di andare e dove i servizi dello stato non arrivavano, trovava i più piccoli frammenti ossei. Era rimasto gravemente ferito a causa dell’esplosione di una mina, aveva perso un occhio, ma non aveva interrotto la sua missione. “Era il nostro Caronte”, dice Hniezdilov. Caronte, nella mitologia greca, è il traghettatore delle anime nel regno dei morti.
In un primo momento il funerale di Yukov avrebbe dovuto svolgersi proprio a Sloviansk. Ma il 7 agosto è stata annullata per il rischio di un attacco al luogo della cerimonia con bombe plananti russe. La situazione di sicurezza nel Donbas peggiora sensibilmente giorno dopo giorno. “Non ci hanno permesso di onorarne la memoria sulla sua terra natale”, ha detto con amarezza Yevhenia Kaluhina, in piedi il giorno dopo accanto alla bara del marito nel centro di Kyiv. Vestita con un lungo abito bianco ricamato secondo la tradizione ucraina, quasi come una sposa, si è rivolta a tutti i presenti: “Vi ringrazio per essere venuti a rendere omaggio a mio marito con tanto rispetto”. Yukov è stato portato nella capitale da Sloviansk su un’auto bianca con una croce rossa dipinta e la scritta “200”. Nel gergo militare, questo significa che quel mezzo trasporta una persona morta in guerra.
Il cercatore, che ha sempre lavorato su base volontaria, ritrovava i resti sia dei militari ucraini sia di quelli russi e li consegnava alle autorità competenti. I caduti russi tornavano a casa attraverso lo scambio di corpi tra i due stati in guerra. Per Yukov era una questione di umanità: non provava odio verso i nemici morti che erano venuti sulla sua terra per conquistarla. “Dal punto di vista etico non c’è differenza. Perché si tratta comunque dei corpi di persone morte”, diceva. Nel 2024 Yukov aveva ricevuto l’onorificenza presidenziale ucraina “Cuore d’oro”. Dopo la sua morte, alcune persone hanno registrato una petizione sul sito del presidente chiedendo di conferirgli postumo il titolo di “Eroe dell’Ucraina”, cosa che Volodymyr Zelensky ha fatto, il 24 agosto.
“Se morirete, vi troverò. Ragazzi, vi troverò”, aveva detto Yukov rivolgendosi ai militari in un’intervista del 2025 al canale YouTube Ramina. “Restate vivi, tornate a casa solo vivi. Ma se doveste morire, allora prenderemo le vostre anime e le riporteremo a casa. Al cento per cento, le riporteremo a casa”, diceva con sicurezza, “e anche se dovessimo morire noi, saprò per cosa siamo morti. Anche per ognuno di voi, così come voi per ognuno di noi”. Alla cerimonia di Kyiv, uno dei compagni di Oleksii ha detto: “Oggi hanno pianto persino i morti. Ma le anime che lui ha salvato potranno ora ringraziarlo”.La moglie di Jukov ha promesso che farà di tutto perché Placdarm non interrompa il proprio lavoro. “Perché i caduti là sono moltissimi, credetemi”, ha detto, “prometto che continueremo. Perché i morti lo meritano. E anche tu lo meriti”. Quel giorno Oleksi è stato cremato a Kyiv.