Cerca

EuPorn

António Costa fa un monumento al compromesso

© Thierry Monasse Getty

Pragmatismo e visione. Regole e moderazione. Ambizione e seduzione. A molto può essere associato António Costa, presidente del Consiglio europeo dal primo dicembre del 2024. Tra il leader dell’Unione, stretto fra la presidente Ursula von der Leyen e l’Alto rappresentante per la politica estera e la sicurezza Kaja Kallas, Costa sembra sempre stare un passo indietro. Meno appariscente, meno loquace. Tanto che a volte ci si è domandati: ma dove è finito António Costa? Il presidente c’è, è un lavoratore indefesso e coltiva una sua piccola rivoluzione europea,  eppure capita che le sue assenze si notino più delle sue presenze. Una su tutte: il 18 agosto i capi di stato e di governo di Italia,  Francia, Germania, Finlandia e Regno Unito hanno accompagnato il presidente ucraino Volodymyr Zelensky a Washington per discutere con il capo della Casa Bianca Donald Trump di garanzie di sicurezza. Insieme a questo gruppo determinato a catturare l’attenzione di Trump e deputinizzare la sua mente dopo l’incontro in Alaska con il capo del Cremlino, c’erano il segretario generale della Nato Mark Rutte e von der Leyen. E  Costa?

Tutte le cariche di un solo uomo

Come può un politico essere adatto alle sfide di Lisbona come ai palazzi di Bruxelles? Costa l’Europa sembra masticarla tutta, sembra muoversi dentro, percorrerla per ogni lato e comunque sentirsi sempre a suo agio. Ha amministrato la sua città natale, Lisbona, ha gestito il suo paese mentre sfiorava la bancarotta, ha attraversato scandali da commedia degli equivoci, insegnato alla sua squadra – non il Benfica di cui è tifoso, ma quella di governo – l’arte del compromesso e ora apre i lavori del Consiglio europeo, lo stesso di cui ha fatto parte molte volte da premier, durante la sua carica durata dal 2015 al 2024. Ma prima di diventare premier volteggiava già fra i palazzi delle istituzioni europee. Un decano, soprattutto un europeista, che non ha mai rinunciato al suo stile portoghese per essere capito a Bruxelles. E’ l’uomo dell’equilibrio e anche di un certo tipo di innovazione politica.

Da sindaco a primo ministro

António Costa ha costruito la sua fama gestendo la sua città, la sua Lisbona, di cui è stato sindaco dal 2007 al 2015, poi è passato, o meglio tornato, alla politica nazionale. Il Portogallo era abbattuto dalla crisi economica e tentava di  riprendersi con il programma di assistenza finanziaria internazionale. Costa seguì il tracciato dell’austerità, con un compromesso tra gli impegni concordati con l’Ue e la necessità di mantenere intatta la maggior parte delle spese sociali, come promesso da leader del Partito socialista.  I risultati si sono visti: il deficit pubblico si è ridotto, il mercato del lavoro è stato movimentato. Non era una strada senza sacrifici e il bisogno di garantire entrate spinse il governo a misure che furono criticate per l’aumento della pressione fiscale. Ma i portoghesi promossero Costa nelle due elezioni successive e nessuno può sapere che direzione avrebbe preso la politica nazionale se il premier non avesse deciso di dimettersi per uno scambio di persona.

Il compromesso

Costa, avvocato con in tasca anche la cittadinanza indiana d’oltremare per le sue origini, del compromesso ha fatto un manifesto. Ha miscelato in sé tre livelli di identità: Lisbona, il Portogallo e l’Europa e in ogni grado della sua carriera, ha sempre espresso una preferenza, un metodo per risolvere le questioni: il consenso europeo. Nulla viene messo più in discussione di questo consenso tanto laborioso e spesso inadatto ai tempi di crisi. Eppure Costa ne è un sostenitore. Il primo dicembre del 2024, quando ha visto il suo predecessore al Consiglio europeo, Charles Michel, porgergli la tradizionale campanella, Costa ha capito che avrebbe dovuto trovare il modo di incarnare il suo nuovo ruolo con un approccio diverso. Andò a stringere la mano a tutti i presenti e disse: “Soltanto insieme possiamo assicurare pace, stabilità e prosperità al nostro continente”. E’ una frase scontata, anche poco di petto per un’Ue arrivata al momento delle scelte dure e delle verità. Ma Costa stava elogiando il compromesso e promettendo che avrebbe svolto il suo ruolo in modo diverso. Quella promessa era rivolta a tutti, in particolare a von der Leyen.

Il metodo Costa

Da frequentatore stabile del Consiglio europeo, gli altri leader avevano avuto modo di osservare Costa, di notare la sua propensione a mettere tutti d’accordo, con abilità. Non da buontempone, non da generico mediatore, ma da seduttore. Ora ha preso le sue decisioni: vuole che i vertici siano svelti, non più di ventiquattro ore; chiede che le conclusioni arrivino in fretta, senza accapigliarsi su dettagli che bloccano il lavoro. Quando parla di “consenso europeo”, lo interpreta a modo suo, come un meccanismo da oliare. Ha promesso ritiri informali in cui discutere e da allargare ad altri alleati,  quasi fosse un allenatore pronto a organizzare pic nic istituzionali per fare team building. Non ha promesso scadenze, non ha detto che entro una data le rivoluzioni europee saranno pronte. Ha tracciato i suoi obiettivi: difesa, autonomia, sicurezza, allargamento. Ma ha un metodo: apparire, senza eccessi. E’ forse questa la ragione per cui a volte tra gli osservatori di Bruxelles aleggia la domanda: ma Costa dov’è?

Torniamo a Washington, al 18 agosto. Nei contesti internazionali, presidente della Commissione e presidente del Consiglio vanno spesso in coppia. Invece a Washington von der Leyen era sola. E qui si torna a Charles Michel, lo spettro che Costa vuole evitare in nome dell’unità e del pragmatismo. Il rapporto tra la presidente della Commissione e Michel era pessimo, tanto che le dispute territoriali tra i due si sono spesso rivelate un problema di metodo e confusione. Costa non è Michel, il fronte unito, come ha dichiarato, è fra le sue priorità, ma comunque sceglie di stare attento a non indispettire la presidente. Il Sofagate – quando nel 2021 von der Leyen in visita in Turchia era rimasta senza sedia e dovette accomodarsi, a distanza dalla posizione centrale riservata al presidente turco Recep Tayyip Erdogan e a Michel, su un divano – ha scosso i rapporti tra i capi della Commissione e del Consiglio, che già non erano sereni. Seguirono visite improvvisate in solitaria per giocare a chi fosse più potente, con risultati comici e stridenti al tempo stesso.

La soluzione più semplice

Costa sembra aver trovato la strada per non creare crepe nel fronte unico, ma questo atteggiamento sta producendo per inerzia un cambiamento  nel meccanismo delle istituzioni. Secondo l’articolo 15 (6) del Tue (Trattato sull’Unione europea), la rappresentanza dell’Unione in materia di politica estera e sicurezza è pertinenza del presidente del Consiglio. Ma attenzione, Costa non va preso per un politico a cui poco interessa il futuro dell’Ue e nemmeno per un leader disinteressato al dossier ucraino. Non è andato alla Casa Bianca, ma nei giorni precedenti al vertice in Alaska ha cercato di tessere una dichiarazione congiunta tra tutti i leader per mandare un messaggio a Trump sull’Ucraina. Per spiegare l’assenza di Costa a Washington si è detto che la delegazione era piccola e von der Leyen aveva già un canale aperto con Trump per il negoziato sui dazi. Inoltre il capo della Casa Bianca non capisce il funzionamento dell’Ue, la presenza di Costa lo avrebbe confuso, o indispettito. Il presidente del Consiglio europeo però non può permettersi nemmeno di sembrare soggiogato e debole, “un sonnambulo”, come scrive Politico, che pure riporta la domanda di un funzionario dell’Ue che quando vide von der Leyen tornare in Turchia dopo il Sofagate, sola e senza Costa si domandò: “E’ forse il primo segnale che se lo mangerà vivo?”.

IL RAPPORTO CON TRUMP

Durante il primo mandato di Donald Trump, Costa era primo ministro in Portogallo. I due non si sono incontrati spesso e anzi sembra esserci una certa ritrosia da parte di Costa, che forse ad andare a Washington non ci teneva neppure. Quando arrivò al Consiglio europeo e la presidenza di Trump incombeva, Costa disse che l’Ue avrebbe dovuto imparare a essere più creativa. Non ha mai spinto per le gite da Trump per ottenere la sua benevolenza, ma c’è il sospetto che cerchi anche di evitarlo, per non evidenziare le grandi differenze di stile e pensiero. Costa predilige il francese all’inglese e anche questo è visto come un ostacolo fra lui e il presidente americano.

António Costa lasciò il governo porteghese per un equivoco. Nel novembre del 2023 rassegnò le dimissioni: in un’intercettazione telefonica su un caso di corruzione, spuntò fuori un nome, il suo. L’António Costa delle indagini però non era lui, bensì il suo ministro dell’Economia António Costa Silva, che per un errore di trascrizione era finito nei verbali soltanto con il nome e il primo cognome. L’equivoco piuttosto grave si scoprì soltanto più tardi quando il vero Costa aveva preso la decisione che ha portato a una nuova stagione della politica portoghese e lui verso un nuovo capitolo della storia europea.