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La nuova Ungheria

Che cosa farà Péter Magyar della fiducia “illimitata” dell’Ue

Il nuovo primo ministro ungherese Peter Magyar sventola una bandiera ungherese dopo aver pronunciato il suo discorso di vittoria. La sera del 12 aprile, giorno delle elezioni parlamentari in Ungheria, i sostenitori del partito politico Tisza si riuniscono in piazza Batthyány per seguire l’arrivo dei risultati elettorali. Con il passare delle ore, diventa chiaro che il presidente del partito, Peter Magyar, ha sconfitto il partito Fidesz, ottenendo una maggioranza dei due terzi in parlamento, ponendo fine all’era autoritaria di Viktor Orbán e aprendo a relazioni più strette con l’Unione europea. (Foto di Neil Milton/SOPA Images/LightRocket via Getty Images)

A quasi un mese dal voto e alla vigilia dell’insediamento del governo guidato da Péter Magyar, l’Ungheria è un cantiere di idee e una montagna russa di emozioni. Gli sconfitti si leccano le ferite e attendono con ansia l’inizio di una Tangentopoli ungherese. Nel campo dei vincitori, non vi è frammento della società civile che non presenti programmi per il futuro o un cahier de doléances delle discriminazione sofferte nell’ultimo quindicennio.

Sul piano formale, il passaggio di consegne procede senza particolari intoppi. Magyar ha chiesto e ottenuto che l’insediamento della decima legislatura democratica post 1989 e il giuramento del nuovo esecutivo avvengano non in un giorno feriale ma il sabato.  Il primo ministro entrante ha deciso di celebrare l’avvento di una nuova stagione politica nel fine settimana, per regalare ai suoi elettori una festa di piazza che non a caso cade il 9 maggio, Giornata dell’Europa. L’Ungheria rientra simbolicamente in quell’Unione europea nella quale era entrata il primo maggio del 2004, al termine di un decennio di sforzi e sacrifici, e dalla quale Viktor Orbán l’aveva progressivamente allontanata. Come racconta una fonte ungherese della Rappresentanza permanente presso l’Unione europea, negli ultimi mesi i diplomatici di Budapest erano stati esclusi da numerose consultazioni. E non è un segreto che il motivo di questa marginalizzazione fosse il veto opposto da Orbán al prestito di 90 miliardi di euro all’Ucraina nel mezzo di una campagna elettorale in cui sembrava che il suo avversario fosse Volodymyr Zelensky e non Magyar. “Se Orbán avesse vinto avrebbero sospeso il nostro diritto di voto”, confida la stessa fonte.

La consapevolezza di avere scampato una catastrofe geopolitica ed economica alimenta il sollievo e l’ottimismo delle élite ungheresi e dei mercati finanziari. Nelle ultime settimane il fiorino si è apprezzato di quasi il 10 per cento nei confronti dell’euro. Nel frattempo, i ministri del nuovo gabinetto – in particolare quello dell’Economia, l’ex top manager della Shell István Kapitány, e delle Finanze, András Kármán, sono già al lavoro, in accordo con la Rappresentanza permanente presso l’Ue, per consentire al nuovo governo di stringere già a fine maggio con la Commissione europea un accordo per sbloccare oltre 10 miliardi di euro di fondi di sviluppo congelati da anni.

Péter Magyar sa che il fattore tempo è cruciale. La Commissione europea ha dato al suo governo ciò che i ben informati definiscono una fiducia quasi “illimitata”, che Bruxelles motiva con l’eccezionalità della situazione ungherese ma anche con il valore di un messaggio universale sulla possibilità di ribaltare le tendenze illiberali e riportare un’autocrazia sui binari democratici. Le lune di miele non durano tuttavia a lungo e Magyar deve fare i conti con l’eredità di un passato ingombrante. Il 12 aprile non ha avviato un passaggio di consegne in una normale democrazia. E’ stata piuttosto una “rivoluzione elettorale”, come l’hanno definita i politologi ungheresi. Una specie di ultima chiamata alle armi motivata dall’involuzione autoritaria del sistema di Orbán, che molti ritenevano ormai irreversibile.

Dietro a un passaggio di consegne apparentemente lineare e pacifico si cela un clima di tensione che pervade ogni fibra dell’apparato statale e anche dei settori dell’economia dominati dagli oligarchi, alle cui dipendenze si trovano centinaia di migliaia di ungheresi. Il terremoto politico, sociale e giudiziario in arrivo a partire dall’11 maggio, quando la nuova compagine di governo prenderà possesso delle casematte del potere orbániano, intreccia quindi elementi del 1989 dell’est europeo (una rivoluzione disarmata in nome della libertà e della dignità) alla voglia di resa dei conti giudiziaria che pervadeva l’Italia del 1992-93. La disfatta politica dell’orbánismo si ripercuote inevitabilmente sugli ingranaggi di una cleptocrazia che ha drenato decine di miliardi di euro dal bilancio pubblico per convogliarli verso una dozzina di oligarchi e una miriade di portaborse.

Il richiamo del tintinnio delle manette è fortissimo. E non tanto a Budapest quanto in provincia, dove il sistema orbaniáno aveva costruito meccanismi di dominazione neofeudale. Una ricerca appena pubblicata dal principe dei sondaggisti ungheresi, Endre Hann, individua nella corruzione e nell’imbarbarimento dei rapporti sociali le cause principali cui imputare la disfatta elettorale di Orbán. Non l’astratta “fame di democrazia” e neppure il tradimento antioccidentale del governo, quanto piuttosto l’indignazione per un sistema cleptocratico ed economicamente fallimentare.

Péter Magyar ha ottenuto un mandato popolare amplissimo su un programma ispirato alla lotta alla corruzione e le nomine ministeriali nelle posizioni chiave degli apparati hard (cancelleria, Interno e Giustizia) confermano l’impressione che si stiano per scatenare indagini ad ampio raggio nei confronti dei principali esponenti politici ed economici del sistema di Orbán.

Quale futuro, dunque, per il primo ministro uscente? Dopo 36 anni, Orbán ha rinunciato allo scranno parlamentare e si vocifera di un suo imminente trasferimento temporaneo negli Stati Uniti per assistere ai campionati mondiali di calcio. Negli Stati Uniti risiede da quasi un anno la figlia maggiore, Ráhel, il cui marito, István Tiborcz, è anche uno dei più detestati oligarchi dell’ex regime. Nel caso Orbán dovesse fronteggiare un avviso di garanzia e le relative conseguenze penali, per lui si prospetterebbe un prolungamento del soggiorno statunitense con l’assistenza di Trump e del Partito repubblicano. Come tuttavia ha recentemente sostenuto il politologo Ivan Krastev, la sconfitta elettorale di Orbán e la fine del suo sistema di potere costituiscono un colpo di immagine e un danno logistico, finanziario e strutturale all’intera internazionale illiberale edificata nell’ultimo decennio anche grazie ai buoni uffici e al generoso contributo finanziario di Budapest.