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Progetti per la salute

Come sta la testa degli europei? Piccola indagine, tra scuola e terapia

Una scena da "La pazza gioia", diretto da Paolo Virzì, con Valeria Bruni Tedeschi e Micaela Ramazzotti

Negli ultimi anni anche nelle istituzioni dell’Unione europea si sta parlando di più di salute mentale ma politicamente mancano strategie a lungo termine, come denuncia Mental Health Europe, la principale organizzazione non governativa del settore. La Commissione europea ha adottato due anni fa un documento sull’“approccio onnicomprensivo alla salute mentale” che l’Europa dovrebbe mostrare.

Il riconoscimento a livello istituzionale del tema e la necessità di prenderlo in considerazione non solo dal punto di vista sanitario ma anche economico e sociale, dovrebbe essere colto come un segnale positivo. “La salute mentale è modellata dalla vita delle persone”, da elementi come “l’abitazione, il reddito, il lavoro e le relazioni sociali, la sicurezza e anche le discriminazioni”, dice Kadri Soova, direttrice di Mental Health Europe. Soova e l’organizzazione che rappresenta considerano il documento della Commissione un passo in avanti, ma hanno poi tirato le somme delle azioni successive. “Per noi ciò che manca davvero è una strategia complessiva dell’Unione europea per la salute mentale di lungo periodo e collegata al bilancio dell’Ue a lungo termine, e non semplicemente una raccolta di vari progetti sparsi”, dice Soova. Uno dei punti decisivi è prevedere un meccanismo di controllo sull’efficacia delle iniziative finanziate, ed è ben diverso dallo spuntare le caselle di un documento: “E’ un po’ frustrante perché a volte sentiamo i politici dire che questa è una strategia, ma in realtà non lo è; non si tratta solo del titolo o dei dettagli, bisogna andare al cuore della questione: come misuriamo il successo delle azioni intraprese? Come si manifesta nella società e come possiamo renderlo duraturo?”.

La necessità di una risposta politica al tema della salute mentale è evidenziata periodicamente dai dati disponibili. Tra gli ultimi in ordine di tempo a pubblicare un rapporto a riguardo vi è l’agenzia europea Eurofound (European Foundation for the Improvement of Living and Working Conditions), che svolge ricerche sulle politiche sociali e relative al lavoro. Nel report del 2 settembre scorso Eurofound attesta che i tassi di suicidio dopo decenni di declino sono tornati a risalire; nella fascia di età tra i 15 e i 19 anni è la principale causa di mortalità. Le donne riportano una salute mentale peggiore e ricorrono più spesso alle cure, mentre gli uomini sono meno propensi a cercare assistenza nonostante abbiano poi una probabilità 3,7 volte maggiore di suicidarsi. Inoltre, sebbene il diritto formale a una assistenza sanitaria mentale gratuita o quasi sia diffuso più o meno in tutta l’Ue, di fatto molte persone non riescono a ottenere cure di qualità, hanno difficoltà a essere assistite, soprattutto nelle aree rurali, e la psicoterapia per chi ha disturbi di entità lieve o moderata è quasi sempre accessibile solo a chi può pagarsela di tasca propria.

La tutela della salute, non solo di quella mentale, in Europa è per la gran parte delegata ai governi degli stati membri. Ma i margini di manovra del livello sovranazionale esistono, soprattutto inquadrandola in una prospettiva più ampia di quella esclusivamente sanitaria, affidando all’Ue il ruolo di guida e il finanziamento a progetti intersettoriali, per esempio per il lavoro o la parità di genere. Al momento, però, la direttrice di Mental Health Europe è rimasta colpita dal fatto che a proposito di salute mentale si parli soprattutto di due argomenti, tra gli altri. Primo, c’è molta pressione sul tema dell’innovazione digitale: “Si vedono in giro molti progetti pilota e altre cose appariscenti. Ma ciò di cui abbiamo realmente bisogno è un’azione congiunta e iniziative a lungo termine che uniscano diverse aree politiche. E sappiamo anche cosa funziona”, dice Soova, elencando, per esempio, i servizi a bassa soglia nelle comunità, il sostegno tra pari, un’assistenza primaria meglio qualificata e le reti di supporto psicologico: “A volte ho notato­ che stiamo costruendo piattaforme digitali sofisticate che dovrebbero aiutare i fornitori di servizi a scegliere tra diverse opzioni. Prima, però, bisognerebbe crearle, queste opzioni”. L’altro tema ricorrente è cosa può fare la scuola per tutelare la salute mentale dei più giovani: “Si parla molto delle scuole e del loro ruolo, ed è tutto corretto. Ma sono già estremamente sovraccariche, non hanno bisogno di un’altra app che devono integrare o abituarsi a usare”. Di conseguenza, finché la situazione resta tale, le istituzioni scolastiche “non saranno in grado di assorbire e apportare cambiamenti in modo significativo”.

Allora cosa funziona davvero nel lungo periodo? La risposta di Mental Health Europe è l’uovo di Colombo delle politiche sociali e per la salute: formazione della forza lavoro, servizi più prossimi alle comunità. Soova aggiunge anche che è necessario a livello europeo comprendere cosa significhi sostenere dei servizi per la salute mentale incentrati sui diritti umani delle persone. “E’ importante che questo lavoro sia collegato agli obiettivi di deistituzionalizzazione; per l’Italia, ovviamente, è un dato di fatto ma per la maggior parte dell’Europa non è proprio così, non ci siamo ancora arrivati”.