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Cosa si prepara nel laboratorio della Polonia (partendo da Cracovia)

In una domenica di fine maggio, quando le città della Polonia erano ormai piene di giacinti, narcisi e tulipani, quando già le fontane avevano ripreso a zampillare con vigore nei parchi dopo il letargo del gelo invernale, è iniziata una spietatissima maratona elettorale. Il suo primo atto, subdolo e inatteso, è stato un referendum che i cittadini di Cracovia sono stati chiamati a votare per valutare l’operato del loro sindaco, Aleksander Miszalski. Miszalski aveva vinto le elezioni locali nel 2024, subentrando al suo predecessore, Jacek Majchrowski, che aveva concluso un mandato pluriventennale, con varie ombre, ma molto solido. Quando un politico di quarantatré anni prende il posto di uno di settantasette, tutti si attendono parecchi cambiamenti e Miszalski aveva iniziato promettendo qualche rivoluzione. Il sindaco è un membro del partito del premier Donald Tusk, Coalizione civica (Ko), e gli oppositori hanno atteso i suoi errori, hanno fatto crescere qualche frustrazione, hanno alimentato mezze verità e, alla fine, hanno raccolto 130 mila firme per convocare un referendum sul suo operato. Ha votato il 30 per cento dei cracoviani e ovviamente chi ha risposto alla chiamata dell’opposizione erano gli scontenti, che si sono pronunciati in massa contro Miszalski. Il motivo della sfiducia nasceva soprattutto dalla decisione di creare delle zone a basse emissioni, imponendo un pedaggio a chi volesse accedere al centro di Cracovia con veicoli molto inquinanti. L’opposizione ha battagliato al punto da ricoprire sotto le indignazioni e le accuse la rassicurazione che per i cracoviani non doveva certo rimanere un dettaglio: il pedaggio non si applicava ai cittadini di Cracovia. Miszalski si è dimesso, si è aperta la campagna elettorale per le prossime elezioni locali, l’opposizione propone valanghe di referendum in altre città governate dal Ko e soprattutto inizia la sua cavalcata contro il premier Tusk.

A Cracovia

Il prossimo anno, quattro grandi paesi europei voteranno. Fra questi ci sono l’Italia, la Francia, e anche la Polonia, tre stati il cui peso specifico dentro all’Ue è massiccio, riguarda anche le scelte da prendere sul nostro futuro e su quello dell’Ucraina. Cracovia non è soltanto un’elezione locale, ma un test nazionale, quindi anche europeo. In piccolo mostra cosa può accadere in grande: metodi, sfide, alleanze. Per ora si conoscono pochi candidati o aspiranti tali e sebbene chi si pronuncia parla soprattutto di automobili e carburante, inizia già a lanciare messaggi su altro. Il candidato del partito di estrema destra Konfederacja, per esempio, ha promesso una “zona di circolazione libera dalle moschee e dai suv con targa ucraina”. Anche un’ex modella, soldatessa, amante della boxe aspira a candidarsi promettendo “la fine del terrore verde”, la sola bandiera polacca sui palazzi delle istituzioni. Si chiama Mariana Schreiber, per ora ha un grande sostenitore: il presidente Karol Nawrocki.

Un anno di presidenza

Il primo giugno dello scorso anno, lo storico, ultras, pugile, indipendente ma candidato dal più grande partito di estrema destra PiS, Karol Nawrocki, veniva eletto capo della Repubblica di Polonia con il 50,9 per cento dei voti. Il merito non fu tanto suo, che comunque seppe dove colpire, quanto di chi lo ha inventato, il leader del PiS, Jaroslaw Kaczynski, e delle scelte sbagliate di Tusk che caldeggiò la ricandidatura del sindaco di Varsavia, Rafal Trzaskowski, già sconfitto quattro anni prima e talmente sicuro di vincere da aver sottovalutato la campagna elettorale. Ancora oggi, il Ko analizza la sua sconfitta, ma l’analisi è molto semplice e in un colloquio con il quotidiano Gazeta Wyborcza, uno dei capi della campagna elettorale di Trzaskowski ammette che tutto fu dominato dal caos, inclusa una delle pietre dello scandalo: quando il sindaco di Varsavia firmò, senza leggerla, un’ordinanza che introduceva i princìpi di parità in municipio, inclusa la rimozione delle croci dagli uffici. Il sindaco seppe cosa aveva firmato quando furono i giornali ad accorgersene, alzò la cornetta, chiamò l’impiegato che si era occupato del documento e “fu la prima volta che lo sentimmo urlare”, racconta alla Gazeta Wyborcza Slawomir Nitras. Un disastro. Nawrocki vinse con agilità, con la freschezza e la scaltrezza di chi si professa outsider, pur avendo le spalle ben parate e, prendendo anche le distanze dal PiS su alcuni temi, come il sostegno all’Ucraina, conquistò voti ancora più a destra e arrivò alla residenza dei presidenti sulla via Krakowskie Przedmiescie con un obiettivo: far cadere il governo. Non ci è riuscito, eppure ha fatto di tutto.

Come sta il PiS

In un anno, Nawrocki ha emesso più di trenta veti per bloccare riforme del governo e nomine giudiziarie, tanto da conquistarsi il soprannome di “Vetomat”. Ma Tusk è in piedi, il suo partito continua a essere il primo nei sondaggi, mentre il PiS non fa che scendere. L’obiettivo di buttare giù il premier doveva essere raggiunto in pochi mesi e, quando è parso chiaro il fallimento, Nawrocki è diventato il tessitore di una nuova alleanza per unire la destra estrema del PiS con quelle ancora più estreme del blocco Konfederacja, che inizia a perdere voti a favore della destra ancora più estrema di Grzegorz Braun, ultranazionalista, antisemita, capo di Korona. L’alleanza non si sta creando, il PiS non ci sta a sottomettersi agli altri e si sta dividendo in correntine, tutte lanciate al corteggiamento di Kaczynski che regna ancora sul partito. C’è chi spinge verso il trumpismo e finora risulta più gradito, come l’ex ministro dell’Istruzione Przemyslaw Czarnek, e chi, come l’ex premier Mateusz Morawiecki, vuole tornare a una destra conservatrice, euroscettica, ma fedelmente atlantista. Dentro al PiS c’è sempre qualcuno che prova a raddrizzare il partito, a “melonizzarlo”, suggeriscono a Varsavia, ma questo qualcuno, di solito, perde.

Come sta Tusk

Il primo ministro ha un problema: intendeva ritirarsi dopo questo mandato, era tornato a Varsavia per ravvivare la sua Coalizione civica, ci è riuscito vincendo le elezioni nel 2023. Hanno provato a dargli la colpa per la sconfitta di Trzaskowski, ma si sono accorti che sarebbe stato un suicidio politico. Adesso però non c’è un altro Tusk, il sindaco di Varsavia è corroso, il ministro degli Esteri Sikorski, che pure avrebbe ambizioni di leadership, non convince, probabilmente a Tusk toccherà restare per dirigere una campagna elettorale feroce con il rischio che una carriera luminosa possa chiudersi con una sconfitta. Senza Tusk, il partito per ora pare vuoto, ma il premier è un uomo di intuizioni e più che guardarsi attorno ha capito che doveva iniziare a creare una mitologia per il prossimo voto e l’ispirazione gli è arrivata dall’ungherese Péter Magyar, che ha vinto contro Viktor Orbán. Tusk ha sentito l’energia che arriva da Budapest e ha subito cercato di trasferirla a Varsavia, mostrando il volto di un centro destra europeista, liberale, atlantista che può guidare rivoluzioni in quella parte d’Europa e non solo. Per Magyar si è trattato della prima campagna elettorale, per Tusk non lo sarà, ma esiste il modello: esserci sempre, essere ovunque fisicamente e non soltanto sui social; essere sprezzanti (Tusk già sa esserlo); non farsi battere sul tempo; raggiungere tutti; non lasciare all’altra parte l’orgoglio patriottico.

Il proverbio

C’è un altro dettaglio che Tusk ha apprezzato molto dell’epilogo delle elezioni in Ungheria: non ha perso soltanto Orbán, ma con lui anche Trump. Lo stesso Trump che ama molto Nawrocki, tanto da aver detto che manderà le truppe in Polonia esclusivamente per la stima che nutre nei suoi confronti. A Budapest si è speso per Orbán, contro Magyar. Sono molte le differenze fra i due paesi, ma c’è anche un proverbio che esiste nelle due lingue e che recita: “Polacco e ungherese, due amici fraterni: sia per la sciabola sia per il bicchiere”. Si combatte e poi si brinda, insieme. Per ora rimane un intento, deve trasformarsi in strategia.