La prima è stata la Biennale di Venezia, anno di nascita 1895, poi Sao Paulo (1951), Sydney (1973) fino alla crescente diffusione capillare in tutto il mondo. Le Biennali d’arte non si contano più. Sono diverse in termini di ambizioni, luoghi e influenza ma portano tutte caratteri che le differenziano dalle mostre classiche: la pertinenza al luogo, la permeabilità sociale e la ricorrenza biennale, appunto. Le Biennali sono una buona sintesi di globalizzazione culturale per i temi universali che intendono affrontare: il mondo cambia e il pubblico crescente si ritrova nello stesso luogo a distanza di due anni a riflettere su cosa stia accadendo. Come ogni buona regola che viene rispettata, c’è però un’eccezione, un unicum. Una Biennale peripatetica che sfugge alla prerogativa più significativa, quella del luogo ospitate, per essere adottata dall’Europa. Nata nei primi anni Novanta, Manifesta si distingue nel panorama delle esposizioni d’arte contemporanea per il suo carattere nomade e il suo spirito sperimentale. Fondata nel 1994 da Hedwig Fijen, questa Biennale europeista si propone fin dalle origini come una piattaforma dinamica che cerca di esplorare le mutazioni sociali, politiche e culturali dell’Europa post Guerra fredda. Manifesta cambia sede a ogni edizione, immergendosi ogni volta in un nuovo contesto urbano, politico ed estetico.
La creazione di Manifesta rispondeva a un bisogno percepito nei primi anni 90: creare un collegamento tra le scene artistiche emergenti nei paesi dell’Europa orientale e quelle dell’Europa occidentale, in un momento storico di transizione radicale. Era l’epoca immediatamente successiva alla caduta del Muro di Berlino, e l’Europa era impegnata a ripensare sé stessa. In questo quadro, Manifesta ha inteso essere un luogo di dialogo, conflitto creativo e sperimentazione.
L’aspetto più innovativo di Manifesta è che ogni edizione è progettata in stretta relazione con il contesto ospitante: la città, la sua storia, i suoi conflitti, le sue energie sociali. Manifesta non propone una struttura standardizzata, ma si plasma di volta in volta sulle esigenze e sulle urgenze del luogo. Questo comporta una sfida sia per gli organizzatori sia per gli artisti invitati, che si trovano a operare in territori spesso complessi e carichi di tensioni, perché le sedi scelte non sono mete ovvie. Un altro elemento distintivo è la sua struttura curatoriale decentrata. Spesso, per ogni edizione viene nominato un team curatoriale diverso, o viene lanciato un bando internazionale per selezionare i curatori. In alcuni casi, la direzione artistica è stata affidata a collettivi o istituzioni locali, in altri a curatori di fama internazionale. Questo permette una pluralità di visioni che impedisce a Manifesta di cristallizzarsi in un’estetica riconoscibile e ripetitiva. Al centro di ogni edizione c’è sicuramente la volontà di attivare il territorio: Manifesta non si limita a “esporre” opere d’arte, anzi dichiara dogmaticamente di voler andare oltre il concetto di “oggetto inerte appeso al museo”, mirando a incidere direttamente nel tessuto urbano, a stimolare dibattiti pubblici, a coinvolgere le comunità locali in processi di co-creazione e riflessione critica.
Essendo Hedwig Fijen olandese e il centro operativo in Olanda, la prima edizione si è svolta nel 1996 a Rotterdam, una città che già allora si caratterizzava per il suo fermento culturale. La scelta di una città portuale, crocevia di scambi e identità, si rivelò paradigmatica: Manifesta nasceva come evento orientato agli incontri e alle contaminazioni. Fu un’edizione ridotta, di primo impatto, ma altamente significativa. Uno spazio dove sperimentare direttamente con il tessuto urbano ospitante. Negli anni successivi, la biennale ha attraversato l’Europa toccando Lussemburgo (1998), Ljubljana (2000), Francoforte (2002), San Sebastián (2004), Nicosia (2006, edizione annullata per motivi politici), Trentino-Alto Adige (2008), Murcia (2010), Genk (2012), San Pietroburgo (2014), Zurigo (2016), Palermo (2018), Marsiglia (2020), Pristina (2022), Barcellona (2024).
Tra tutte, l’edizione del 2018 a Palermo è stata particolarmente significativa. Intitolata “The Planetary Garden. Cultivating Coexistence”, Manifesta12 ha esplorato il tema della convivenza, dei flussi migratori e della biodiversità culturale, scegliendo come metafora il giardino – elemento radicato nella cultura mediterranea. In una città segnata da secoli di stratificazioni culturali, gli artisti hanno lavorato in stretta collaborazione con le comunità locali, spesso intervenendo direttamente nello spazio urbano, rianimando luoghi abbandonati, riscoprendo palazzi chiusi e dialogando con il patrimonio materiale e immateriale. L’edizione del 2014 fu ospitata a San Pietroburgo, in mezzo a molte controversie: Mosca aveva invaso l’Ucraina e aveva approvato leggi repressive, così molti artisti scelsero di boicottare la manifestazione. Tuttavia Manifesta10 decise di proseguire, cercando di aprire spazi critici all’interno di un ambiente repressivo. Questa decisione riaccese il dibattito sul ruolo dell’arte contemporanea in contesti di crisi politica. Come nel 2006 a Nicosia, con il naufragato tentativo di dialogo tra Cipro e la parte turca dell’isola separata dalla linea verde, zona occupata dal 1974. Può l’arte essere un collante politico? Difficile. In quel caso non ci fu verso e l’edizione fu cancellata. Presentata il 29 aprile, la prossima edizione sarà nella Ruhr, a partire da giugno dell’anno prossimo. Nonostante i suoi successi, Manifesta non è esente da critiche. Alcuni osservatori hanno sottolineato i rischi insiti nella sua formula “nomade”: ogni nuova città richiede investimenti enormi in termini di logistica, comunicazione e costruzione di relazioni locali. Talvolta, la manifestazione è stata accusata di praticare una forma di “cultural extractivism”, portando via energie e creatività dai territori senza lasciare un reale impatto duraturo. Ciò dipende in buona parte dal luogo ospitante, un po’ come accade con le Olimpiadi. Altri hanno osservato come il processo di selezione delle città ospitanti sia divenuto nel tempo sempre più complesso e politicamente delicato: scegliere una città piuttosto che un’altra significa prendere posizione su questioni economiche, geopolitiche e sociali. A questo proposito, Manifesta ha creato il Manifesta Education and Mediation Department, che mira a stabilire progetti educativi e programmi di coinvolgimento a lungo termine, andando oltre il periodo della biennale.
A trent’anni dalla sua fondazione, Manifesta rappresenta un osservatorio privilegiato sulle contraddizioni del nostro tempo, continuando a proporre l’arte come strumento di indagine, trasformazione e dialogo. E nel farlo, riafferma la necessità di una cultura capace di mettersi in discussione, di aprirsi all’alterità, di immaginare nuove forme di convivenza. Con Manifesta l’Europa ci appare più ampia e più prossima.