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Un film europeo

Dietro le quinte (e la storia) del kolossal su de Gaulle che fa impazzire i francesi

Una scena da “La Bataille de Gaulle”, diretto da Antonin Baudry © Malgosia Abramowska

La battaglia per portare il generale de Gaulle sullo schermo

Uno degli eventi culturali di quest’estate in Francia è stato l’enorme successo di due film kolossal della Pathé, intitolati collettivamente “La Bataille de Gaulle”. Diretti da Antonin Baudry, sono tratti dalla mia biografia del generale Charles de Gaulle, “A Certain Idea of France”, con Simon Abkarian nel ruolo del protagonista. Secondo gli ultimi dati, dall’uscita nelle sale, a giugno, sono stati venduti oltre cinque milioni di biglietti. I film raccontano la Seconda guerra mondiale del generale. Il primo, Résistance, si apre con il suo arrivo a Londra nel giugno 1940 e si chiude nel dicembre 1942 con l’assassinio del suo rivale di Vichy, l’ammiraglio Darlan. Il secondo porta la storia fino alla Liberazione di Parigi e termina con una scena commovente che ritrae de Gaulle e Churchill insieme, l’11 novembre 1944.

Commentatori politici e culturali si sono a lungo interrogati sulle ragioni per cui i film hanno conquistato l’immaginario del pubblico francese. Alcuni hanno sottolineato considerazioni pratiche, come l’attrattiva di rifugiarsi per cinque ore in sale cinematografiche con l’aria condizionata durante l’estate più calda mai registrata in Francia. Altri vedono nei film una storia capace di sollevare gli animi, con un eroe francese autentico, in un momento segnato dal pessimismo sul declino della nazione e da una generale disillusione verso i suoi attuali leader. I film hanno avuto una risonanza sorprendentemente forte anche tra il pubblico giovane. Ho ricevuto messaggi da giovani spettatori che dicono di essere stati commossi fino alle lacrime.

Allo stesso tempo, storici di professione si sono fatti sentire per criticare le numerose inesattezze storiche dei film. Questo solleva una domanda più generale sul rapporto tra storia e cinema: come si fa un film di storia? Quali libertà possono concedersi i registi rispetto alla “verità” storica? Un lungometraggio non è un documentario, ma non esistono forse regole da rispettare? Nessuna regola sembra invece applicarsi alle libertà che si prendono compositori d’opera come Verdi e i suoi librettisti quando ritraggono personaggi storici reali come Don Carlos, dal momento che questi ultimi sono soltanto pretesti per raccontare una storia romantica. Nessuno va a vedere “I puritani” di Bellini per imparare qualcosa sulla guerra civile inglese. Ma quando un film dichiara di voler raccontare la storia, le cose si complicano.

L’idea stessa che esista un’unica verità storica è già di per sé un problema. Il giustamente celebrato adattamento televisivo di “Wolf Hall“ (a sua volta tratto dal romanzo storico di Hilary Mantel) offre una visione molto particolare dello statista Tudor Thomas Cromwell, con cui non tutti saranno d’accordo. Ma tutti possono concordare sul fatto che si tratti di un’interpretazione autentica, legittima e interessante. Al contrario, è sbagliato pensare che i documentari offrano una verità oggettiva che i film non possiedono. Il più grande documentario storico mai realizzato, “Il dolore e la pietà” di Marcel Ophuls (1969), offrì a una generazione cresciuta con racconti eroici della Resistenza francese una rappresentazione revisionista del comportamento dei francesi sotto l’Occupazione. La “verità” che questo film propone è costruita ad arte e, sebbene nulla vi sia “inventato”, gli elementi sono stati organizzati per offrire una visione parziale della storia.

E il film del 2018 “Mary Queen of Scots“, ufficialmente basato sulla biografia di John Guy, che contiene una scena in cui Maria incontra la sua nemesi Elisabetta — un evento che, come sa ogni scolaro, non è mai avvenuto? Ha importanza? A prescindere da altri elementi del film che potrebbero porre problemi storici, si è trattato senz’altro di una scelta artistica giustificabile, che permette di esplorare in modo drammatico e coinvolgente il conflitto tra le due regine. Allo stesso modo, sul palcoscenico londinese, nel 2016, la pièce di Jonathan Lynn “The Patriotic Traitor” si concludeva con un incontro tra de Gaulle e Pétain nel 1944, quando Pétain era in carcere in attesa di processo. Un incontro simile non avvenne mai — i due uomini si videro per l’ultima volta nel 1940 — ma è un espediente eccellente per farli dialogare sulle scelte molto diverse che ciascuno compì nel 1940. La conversazione immaginaria — che in realtà si era svolta nelle loro teste per quattro anni — offre intuizioni storiche che vanno oltre il semplice dato aneddotico che l’incontro non ebbe mai luogo.

Un caso contrario potrebbe essere la celebre scena del film del 2017 “L’ora più buia”, in cui si vede Churchill incontrare il pubblico nella metropolitana di Londra. Il loro sostegno gli dà la forza di andare avanti. Il fatto aneddotico che Churchill probabilmente non abbia mai messo piede nella metropolitana non ha importanza, ma la scena, che mostra londinesi di ogni età, uomini e donne, persino un uomo di colore — manca solo la rappresentanza della “comunità” Lgbtq — che acclamano Churchill, grida a tal punto la propria inautenticità e falsità da sminuire tutto ciò che l’ha preceduta. Allo stesso modo, il “Napoleon” di Ridley Scott (2023) può anche essere pieno di inesattezze storiche di scarsa rilevanza, ma il vero problema è che non offre alcuna visione convincente del suo protagonista, se non quella di un uomo interessato soltanto ad accoppiarsi con Josephine. La “Maria Antonietta” di Sofia Coppola (2006), invece, pur sommersa da audaci anacronismi (una colonna sonora punk, un personaggio con le scarpe da ginnastica), sembra riuscire a cogliere una qualche verità poetica su una donna schiacciata dai rituali della corte francese, e in rivolta contro di essi.

Come si comportano, al confronto, i due film su de Gaulle? Dato che sono tratti dalla mia stessa biografia di de Gaulle, e dato che il regista Baudry desiderava coinvolgermi, mi ha mostrato varie versioni della sceneggiatura e mi ha consultato su questioni di dettaglio, sono in una posizione tale da poter discutere, in una certa misura, di queste domande “dall’interno” — anche se, alla fine, il film resta suo e di nessun altro. Per uno storico addestrato al dressage accademico, dove tutto deve essere referenziato e corredato di note, questa esperienza è stata una curva di apprendimento ripida. Il mio pedantesco riflesso pavloviano da storico — “no, questo è sbagliato, non è andata così”, “hai invertito l’ordine di questi eventi”, eccetera — veniva prontamente respinto con il promemoria che si trattava di un film, non di un documentario.

Ci sono state occasioni in cui ho segnalato dettagli storici che si potevano correggere per non offrire il fianco facile ai critici. Per esempio, una prima versione della sceneggiatura conteneva una scena in cui un ebreo indossava la stella gialla nell’Algeria di Vichy. Quando ho fatto notare che la stella non fu mai imposta in Algeria, la scena è stata tagliata. (Un amico dall’occhio attento, invece, ha notato una scena ambientata in Gran Bretagna che mostrava sullo sfondo del bestiame di una razza che non fu importata nelle isole britanniche se non molti anni dopo.)

In un’altra occasione, Baudry ha inventato la scena di de Gaulle che si sveglia in un bagno di sudore freddo dopo un incubo su Darlan. Quando ho sollevato un’obiezione, Baudry mi ha giustamente ribattuto: “E tu come fai a sapere che non ebbe un incubo? Hai forse accesso agli archivi di tutti i suoi sogni?”. Mi sono ritirato con grazia, e ora mi rammarico che la scena sia finita tagliata in fase di montaggio. Un’altra scena che mi ha lasciato perplesso è quella in cui de Gaulle, a Londra, si confessa a un prete, Thierry d’Argenlieu, che era anche un ufficiale di marina e sarebbe diventato una figura della France Libre. L’idea di de Gaulle che si confessa a d’Argenlieu mi era parsa artificiosa e poco plausibile. Ora mi rendo conto che condensa molti elementi in una forma facilmente comprensibile per lo spettatore — non da ultimo il cattolicesimo di de Gaulle.

A volte le scelte di Baudry non mi hanno convinto. Alla fine del primo film, quando sembra che Darlan abbia messo fine alla carriera di de Gaulle, lo vediamo salutare i suoi seguaci e lasciare il proprio quartier generale per la prima volta in abiti civili. Sebbene de Gaulle fosse disperato per questa piega degli eventi, sono convinto che abbia sempre creduto che alla fine avrebbe prevalso. La sua disperazione era un bluff, mentre la versione di Baudry lo mostra come un uomo che si è arreso. Dato che de Gaulle era soggetto a violenti sbalzi d’umore, questa interpretazione è possibile, ma non mi convince del tutto.

All’inizio mi ha turbato ciò che è stato omesso. Non c’è nulla, per esempio, sul Levante nel 1941, episodio che causò il primo scontro tra Churchill e de Gaulle. Dopo che britannici e France Libre ripresero a Vichy, nel 1941, i mandati francesi di Siria e Libano, de Gaulle si convinse che gli inglesi stessero cercando di impossessarsi dell’impero francese. Di tutto questo non vediamo nulla, e il film salta interamente il 1941. La giustificazione di Baudry è stata che esiste un limite alla quantità di dettagli che un pubblico può assorbire, e che c’erano già così tante altre ragioni di rottura tra de Gaulle e Churchill da rendere superfluo aggiungere questo ulteriore strato di complicazione. Argomento che accolgo. In verità, sebbene il film semplifichi per chiarezza, ciò che colpisce è quanti dettagli riesca comunque a inserire. Dubito che la maggior parte dei francesi, anche relativamente istruiti, sappia qualcosa — o abbia mai anche solo sentito parlare — di René Pleven, dell’ammiraglio Muselier, del generale Catroux, o sia in grado di dire granché sui generali Koenig e Leclerc. Da questo punto di vista, il film svolge un ruolo pedagogico significativo.

Ci sono parti del film che hanno fatto digrignare qualche dente storico. Una di queste è la battaglia di Bir Hakeim, nel Nord Africa, nel giugno 1942, in cui la France Libre resistette per sedici giorni alle forze di Rommel, facilitando il ripiegamento britannico verso la costa mediterranea. La rappresentazione di questa battaglia, che dura circa quindici minuti, è una delle scene più potenti del film — e sarà una rivelazione per la maggior parte dei francesi, che conoscono Bir Hakeim solo come un ponte di Parigi — ma un illustre storico britannico mi ha fatto notare, con sarcasmo, che guardando questo film si potrebbe pensare che sia stata la Francia, e non la Gran Bretagna, a vincere la guerra nel deserto occidentale. Ma è un’osservazione che manca il punto. Questo è un film sulla France Libre. Per de Gaulle, fu la prima volta, dal 1940, che i suoi uomini poterono combattere direttamente contro i tedeschi. Questo momento da Davide contro Golia fu enormemente importante per il prestigio internazionale del movimento di de Gaulle. Una puntura di spillo nella storia più ampia della guerra, fu in un certo senso la Stalingrado della France Libre. Su questo punto il film non distorce nulla.

Un altro aspetto che ha suscitato critiche storiche è la rappresentazione del giovane resistente Fernand Bonnier de La Chapelle. La sua storia viene raccontata in parallelo a quella di de Gaulle a Londra. Bonnier è presente in parte per mostrare l’impatto che i discorsi di de Gaulle avevano in Francia — per dare carne e sangue alla Resistenza — e perché la sua personalità romantica rispecchia quella di de Gaulle. Ma — attenzione, spoiler — svolge anche un ruolo cruciale nel finale del primo film, quando il suo destino si intreccia con quello di de Gaulle. E’ lui che, assassinando l’ammiraglio Darlan, apre la strada a de Gaulle per prendere il potere in Algeria. Bonnier de La Chapelle è realmente esistito, e ha davvero assassinato Darlan. Ma il film inventa molto sul suo conto, e non dice nulla dei cospiratori monarchici di cui, forse, fu lo strumento in Nord Africa. Lo ritrae come un idealista solitario, e inventa anche una fidanzata che avrà un ruolo importante nel secondo film. Ha importanza? Fernand dà al film uno slancio romantico e, sebbene ci si prendano libertà con la sua storia, assolve alla propria funzione nella costruzione artistica del film. Se si trattasse di un biopic su Fernand, queste invenzioni sarebbero un problema, ma non in questo film su de Gaulle.

Nella costruzione del film, è stato affascinante vedere un regista di talento, rispettoso della storia, prendere sul serio il mio libro pur leggendolo, a volte, in modo diverso da come pensavo di averlo scritto. Baudry ha ripetutamente dichiarato di essere affascinato dagli elementi da Don Chisciotte nel carattere di de Gaulle, quel tocco di follia che sosteneva la sua straordinaria fiducia in se stesso e il coraggio morale che lo sorresse nei primi due disperati anni a Londra (alla fine della sua vita, lo stesso de Gaulle fece il paragone con Don Chisciotte). Ma c’è anche un altro lato di de Gaulle — calcolatore, cinico e razionale — che il film in parte sorvola, anche se non del tutto. In uno dei suoi scontri catastrofici con Churchill, viene chiaramente suggerito che le sue esplosioni d’ira fossero spesso una recita: un minuto dopo aver fracassato una sedia litigando con Churchill, lo vediamo incantare Clementine, la moglie di Churchill.

Nel complesso, uno dei tratti più riusciti del film è lo strano rapporto, fatto di cauto rispetto e ammirazione reciproci uniti a scoppi di esasperazione e furia, che caratterizzò il legame tra questi due uomini. Avrebbe davvero detto “Winston”, de Gaulle, come fa in una delle prime scene? Non ne sono sicuro, ma la battuta rende bene l’intesa quasi affettuosa tra queste due straordinarie figure. Simon Russell Beale offre un’interpretazione brillante di Churchill, la cui forza sta proprio nell’essere un’interpretazione, non un’imitazione.

Il film comunica anche in modo vivido quanto de Gaulle fosse solo e isolato nei suoi primi mesi a Londra, disprezzato dalla maggior parte della comunità francese lì presente e da gran parte dell’establishment britannico. Nel minuscolo appartamento che occupa all’inizio del suo soggiorno londinese, quest’uomo che pretende di rappresentare la Francia non possiede altro che un letto, una vasca da bagno (lo vediamo mentre fa il bagno), una scrivania e due o tre sedie. È in questo spirito che Baudry inventa il personaggio comico di Blazej, l’idraulico polacco che entra nell’appartamento dove vive de Gaulle per riparare le tubature. Finisce per diventare uno dei tanti membri raccogliticci dell’esercito della France Libre — commentando la cattiva idraulica di Carlton Gardens — ma la sua funzione è dimostrare, con leggerezza, che all’inizio de Gaulle era così disperato da accogliere quasi chiunque si presentasse.

Una scena successiva, che ritrae la prima settimana di de Gaulle a Londra, è ancora più improbabile. Gli viene chiesto di rivolgersi a un pubblico di diplomatici, politici e giornalisti britannici. Gli è stato consegnato un testo in inglese da leggere, ma lui lo getta via con disprezzo. Salendo sul palco, sembra paralizzato dal panico da scena, resta immobile, saluta e se ne va senza dire una parola. Uno storico francese ha criticato questa scena come del tutto implausibile, ma è un caso in cui la realtà è più curiosa della finzione. Quella scena avvenne davvero, e il giorno dopo un quotidiano titolò “il generale silenzioso”.

E’ questa rappresentazione della vulnerabilità iniziale di de Gaulle ad aver fatto reagire il pubblico in modo così emotivo al film. Un altro filone che spiega il suo impatto in Francia è quello che ha suscitato le critiche storiche più accese: il modo in cui viene raccontato il rapporto di de Gaulle con Roosevelt. Il secondo film ritrae un presidente americano spietato, impegnato con ogni mezzo a emarginare ed escludere de Gaulle da qualsiasi influenza sulla Francia liberata. Per mostrarlo, il film si concentra sull’Amgot (American Military Government of Occupied Territories), il piano per trattare la Francia come un paese liberato da amministrare tramite funzionari americani. Non c’è dubbio, come hanno osservato gli storici, che il film esageri la vicenda dell’Amgot — come fece lo stesso de Gaulle nelle sue memorie — ma la narrazione è, nella sostanza, corretta: Roosevelt, sconvolto dalla disfatta francese del 1940, riteneva davvero che la Francia non avesse alcun diritto a rivendicare uno status da grande potenza; e de Gaulle era l’ostacolo a questi piani. Il fatto che l’Amgot non fosse un piano così definito nei dettagli come suggerisce il film è irrilevante.

Nell’attuale contesto internazionale, in cui l’Europa sta scoprendo quanto possano essere inaffidabili gli Stati Uniti come alleato — un tema che de Gaulle riprese costantemente per tutti gli anni Sessanta — questo filone risuona con particolare forza. Nel secondo film, un personaggio osserva con ironia: “Gli americani sono così bravi a governare i paesi altrui”. La battuta suscita grandi risate nelle sale francesi. Vale la pena ricordare, in questo contesto, che Baudry, prima di diventare regista, è stato diplomatico e alto funzionario. Ha fatto parte del gabinetto del ministro degli Esteri francese Dominique de Villepin, l’autore del celebre discorso pronunciato a New York nel 2003 contro l’attacco americano all’Iraq. E’ presumibile che Baudry avesse in mente questi paralleli. Infine, una delle ambizioni di questo film è stata quella di sfidare Hollywood e dimostrare che anche la Francia sa realizzare kolossal di successo. “La Bataille de Gaulle” è la risposta francese a “L’Odissea” di Christopher Nolan.

Julian Jackson è professore emerito di Storia alla Queen Mary, University of London. È autore di “A Certain Idea of France: The Life of Charles de Gaulle” e “France on Trial: The Case of Marshal Pétain”. Sta attualmente scrivendo una biografia di André Gide.

 

Julian Jackson è professore emerito di Storia alla Queen Mary, University of London. E’ autore di “A Certain Idea of France: The Life of Charles de Gaulle” da cui sono tratti i film sul generale che stanno avendo un successo enorme in Europa. Jackson sta attualmente scrivendo una biografia di André Gide.