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Il senso di un "no"

Energia geotermica e rotte artiche. Il vuoto europeo in Islanda l’ha riempito la Cina

Vista generale di un vulcano mentre la lava scorre attraverso una nuova fessura in seguito a un'eruzione vulcanica nella valle di Meradalir, sulla penisola di Reykjanes, in Islanda, il 3 agosto 2022. La spaccatura si trova a circa un chilometro da un cratere che ha smesso di eruttare nel dicembre 2021. Molti turisti, locali e stranieri, camminano per un'ora e mezza per vedere l'esplosione da vicino. (Foto di Ernir Eyjolfsson/Anadolu Agency via Getty Images)

Per sapere come sarebbe andato a finire il referendum islandese, invece di arrovellarsi sui sondaggi immobili da mesi, l’Unione europea avrebbe dovuto guardare le rotte aeree: avrebbe scoperto che il prossimo 26 ottobre sarà inaugurato il primo collegamento diretto tra Pechino e Reykjavík e avrebbe anche capito che il problema vero non era la pesca, ma il vuoto politico ed economico lasciato dall’Ue e dalla Nato sull’isola. E il fatto che quel vuoto, a un certo punto, è stato colmato dalla Cina.
Negli anni tra la rottura dei negoziati Islanda-Ue del 2013 e la frettolosa convocazione del referendum da parte dell’esecutivo progressista dell’isola, spaventato dalle intemperanze artiche di Donald Trump, i rapporti europei con l’Islanda sono stati di routine. Buoni, sì; commerciali, sì; di turismo, sì. Ma di ordinaria amministrazione. Quelli tra l’Islanda e la Cina, invece, sono stati intensi e, soprattutto, ricchi di investimenti e scambi. A partire da un accordo di swap valutario (di fatto uno scambio di valuta) del 2010, quando l’Islanda era alle prese con la crisi finanziaria. Poi, nel 2013, in corrispondenza della troncatura dei negoziati con l’Ue, l’Islanda divenne il primo paese europeo (nel senso di continente) a firmare un accordo di libero scambio con Pechino.
La logica dell’accordo era lampante per Reykjavík, che vedeva le porte di un mercato gigantesco aprirsi al suo pesce. Meno lampante, però lo era per Pechino. Che interesse poteva mai avere un colosso come la Cina per una piazza commerciale di 300 mila persone? Poco, almeno dal punto di vista commerciale. Moltissimo, invece, dal punto di vista energetico e geografico. Dal punto di vista energetico, la ragione di tanto interesse sta tutta nella geotermia: l’Islanda produce da sola, semplicemente prendendola dal suo suolo vulcanico, energia sufficiente ad alimentare circa il 90 per cento delle sue abitazioni e buona parte della sua industria. La Cina, almeno in alcune regioni, ha caratteristiche simili e un enorme potenziale geotermico. Solo che a Pechino manca il know-how necessario. L’Islanda invece ne ha in abbondanza.
Così, negli anni, sono nate importanti alleanze nel settore dell’energia tra Pechino e Reykjavík: la prima ci mette i soldi; la seconda la tecnologia e la conoscenza. “La principale azienda islandese, Orka Energy, ha collaborato con Sinopec per sviluppare la joint venture Shaanxi Green Energy Geothermal Development (Sge), di cui Sinopec detiene il 51 per cento”, scrive in un report il think tank olandese Clingendael. La sussidiaria di Sinopec, Star Petroleum Company, ha firmato un accordo con un’altra società islandese, Geysir Green Energy, e nel 2018 l’Arctic Green Energy Corporation islandese e la cinese Sinopec (Snpmf) hanno ottenuto un prestito di 250 milioni di dollari dalla Banca asiatica di sviluppo per contribuire allo sviluppo delle risorse geotermiche in Cina. Oltre a questo, ogni anno l’Islanda ospita un programma rivolto a giovani ingegneri e ricercatori cinesi per corsi di formazione avanzata nel settore.
E l’Europa in tutto questo? Non è forse interessata a questa forma di energia pulita? Forse sì, ma, come spesso le accade, con intraprendenza decisamente minore. Lo stesso vale per la geografia: è cosa nota da tempo che le rotte artiche sono destinate a diventare percorribili e soprattutto strategiche e che Pechino, che pure non affaccia sull’Artico, è interessata ad avere un avamposto su quelle rotte, per creare la sua Polar Silk Road. Eppure, nel 2006, gli Stati Uniti decisero che, dato che la Guerra fredda era finita, la presenza di basi americane in Islanda, paese della Nato, non era più necessaria e avviò quindi il ritiro di armi e truppe. Una decisione che con il tempo si è dimostrata piuttosto miope. Sia perché, in qualche modo, la Guerra fredda è ricominciata (tanto che dopo il 2014 dell’invasione della Crimea, i mezzi e gli uomini americani sono tornati nella base di Keflavík), sia perché, come al solito, il vuoto lasciato dall’occidente in un crocevia così fondamentale è stato occupato da Pechino. Nel 2018, il Polar Research Institute of China (Pric) ha aperto nel nord est dell’isola un osservatorio scientifico destinato allo studio delle aurore boreali. Il problema però è che le attrezzature che si usano per studiare le aurore boreali sono le stesse che si usano per tracciare i satelliti. Con il risultato che, in pratica, Pechino potrebbe avere una base militare nel bel mezzo di un paese della Nato. E la ragione per cui potrebbe averla è che, a nessun altro, né nella Nato né nell’Ue, è venuto in mente di farlo prima.