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Da Yerevan

Gli artisti armeni reinterpretano con i propri codici l’estetica culturale europea

Una serata al Rambalkoshe, nella periferia di Yerevan

Le influenze contrapposte dell’Europa e della Russia sono ovunque e ben visibili a Yerevan. “L’Europa è al fianco dell’Armenia. Insieme siamo più forti”, c’è scritto su un cartellone alto quattro piani, decorato con i colori dell’Unione europea, in via Teryan. A pochi passi, nella piazza di fronte, i teatri Mariinsky e Bolshoi si preparano per un altro concerto gratuito all’aperto – un abile esercizio di soft power. Questi concerti attirano grandi folle, entusiaste delle musiche di Rimsky-Korsakov e Tchaikovsky.

Il rapporto dell’Armenia con l’Europa e la Russia non è una linea continua, ma un mosaico mutevole, conseguenza di una vita vissuta in un crocevia geopolitico, economico e religioso. A differenza della vicina Tbilisi, in Georgia, i visitatori non troveranno graffiti antirussi o pro Europa agli angoli delle strade: il russo è ancora ampiamente parlato e l’economia armena, così come il settore energetico, dipendono fortemente da Mosca. Tuttavia, nel marzo del 2025, il Parlamento ha approvato una legge che dà priorità all’integrazione con l’Ue, una mossa che i detrattori hanno definito puramente artificiale e poco pratica.

Questa duplice tendenza verso oriente e occidente plasma non solo l’economia e la politica dell’Armenia, ma anche le sue arti e la sua cultura. “Otteniamo risorse e materiali economici dalla Russia e dalla Turchia, culturalmente siamo più vicini al medio oriente, eppure guardiamo all’Europa e ci consideriamo da sempre una delle antiche civiltà europee”, dice l’architetta Marianna Karapetyan, curatrice del padiglione armeno di quest’anno alla Biennale di Architettura di Venezia (insieme al Tumo Center for Creative Technologies, lo studio a Yerevan di Karapetyan ha usato l’intelligenza artificiale per creare architetture religiose armene immaginate, basandosi su scansioni digitali di monumenti reali a rischio).

Karapetyan ha studiato a Londra e ha avviato il suo studio a Mosca, prima di tornare in Armenia nel 2017. Da allora, ha progettato ristoranti e cantine, centri educativi e complessi residenziali. Un progetto recente mira a trasformare un’ex area industriale nel sud di Yerevan in un quartiere autosufficiente, “da 15 minuti”. Sebbene Karapetyan trovi vantaggioso lavorare in Armenia – è facile creare reti di contatti, i progetti si sviluppano rapidamente, e c’è spazio per uno studio piccolo di sperimentare e ottenere incarichi importanti – riconosce che il paese è ancora indietro rispetto all’Europa in termini di innovazione, sostenibilità e qualità. La soluzione, però, non consiste semplicemente nell’importare idee europee così come sono, ma reinterpretarle in base alle esigenze e possibilità armene. “Riportiamo dall’Europa il senso dell’estetica, le tendenze visive, e le applichiamo in una scala realistica”. Non si tratta, quindi, di replicare il Bosco verticale o King’s Cross, ma di applicare una certa filosofia: utilizzare materiali locali sostenibili, riutilizzare l’esistente, progettare pensando alla comunità nel suo insieme.

Per il fotografo e direttore museale Vahan Stepanyan, questa filosofia implica un modo specifico di rapportarsi all’arte e di presentarla. Stepanyan, ex fotografo al Festival di Cannes, ha ritratto numerose celebrità: Charles Aznavour, Gael García Bernal, Wim Wenders, per citarne alcuni. E’ anche il fondatore di Rambalkoshe, un piccolo museo d’arte contemporanea alla periferia di Yerevan, uno spazio sperimentale, internazionale e collaborativo, che recentemente ha ospitato una performance e una conferenza dell’artista e compositore tedesco Robert Lippok. Rambalkoshe è nato in parte dalla frustrazione per la burocrazia e la lentezza del sistema armeno dei musei. “Il 95 per cento dei musei qui è governativo o legato al governo. Per me sono musei troppo chiusi e arcaici: ciò che amo dei musei europei è che sono sempre in evoluzione e lavorano con artisti nuovi. E’ davvero stimolante”.

In generale, Stepanyan promuove un approccio più aperto e decentralizzato all’arte. Cita come ispirazioni il Museum aan de Stroom di Anversa e la Fondazione Vitra a Basilea. “Guardi un’istituzione, un museo o un centro culturale in Europa, e pensi: ‘Questo è eccellente. Questo è qualcosa da cui voglio imparare e portare in Armenia’”. Ricorda anche un episodio avvenuto circa vent’anni fa, al Centre Pompidou, che per lui rappresenta i valori estetici europei. Un gruppo di bambini era seduto davanti a un quadro di Piet Mondrian, “non proprio l’opera più semplice, diciamo”. Anche se Stepanyan non parla francese, capì che a ciascun bambino veniva chiesto di dire qualcosa sul quadro, invece di ricevere una spiegazione standard dell’opera.

Alcuni artisti sono più scettici riguardo all’influenza culturale dell’Europa, che temono possa essere un percorso a senso unico verso l’eurocentrismo e l’alienazione nazionale. La scrittrice e regista Anahit Ghazaryan lamenta che la glorificazione armena delle idee europee avvenga a scapito delle proprie. “Amo l’Europa, la sua cultura, i suoi filosofi e pensatori, ma, allo stesso tempo, rischiamo di non essere più connessi alla nostra conoscenza”, dice sorseggiando un drink al Varpet, uno studio artistico trasformato in caffè nel centro di Yerevan. Al contrario, trova che l’Europa si interessi all’Armenia come a una commodity culturale, una terra di tragedie e kebab. “Ho sempre la sensazione che l’Europa voglia che ci autoesotizziamo. Ne discutiamo spesso con i nostri amici georgiani e azeri: l’Europa vuole che ci traduciamo in un modo che preferisce comprendere”.

Ghazaryan è recentemente tornata da Berlino, dove il suo spettacolo “Planned Outage” è andato in scena al Maxim Gorki Theater (il titolo fa riferimento alla crisi energetica che colpì l’Armenia negli anni post sovietici). Il suo lavoro affronta spesso temi che in Armenia sono, nel migliore dei casi, delicati e, nel peggiore, tabù – le relazioni sentimentali, l’omosessualità, l’esperienza femminile in una società patriarcale, i rapporti con l’Azerbaigian. Per questo viene criticata regolarmente dalla parte più conservatrice e nazionalista della società. Questi non sono, ammette, i racconti di guerra e orrore che soddisfano le aspettative europee e attirano l’attenzione delle giurie, ma non è nemmeno interessata a produrre quel tipo di narrazioni. La sua priorità è creare un’arte che parli della società armena nella sua complessità e che coinvolga il pubblico armeno, anche se non sempre viene compresa. “Voglio creare prima di tutto per il mio popolo, e soltanto dopo pensare all’Europa. Ma a volte è molto difficile creare per il proprio popolo: devi essere in grado di aspettare. Forse sto creando per la prossima generazione”.

Melkon Charchoglyan è un autore armeno naturalizzato britannico, giornalista freelance e ricercatore presso la Brown University, in Rhode Island.