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Relazioni pericolose

Ho lavorato all’accordo sulle isole Chagos, poi è arrivato Trump

Il Territorio britannico dell’Oceano Indiano (BIOT), o Isole Chagos (in passato note come Oil Islands), è un territorio d’oltremare del Regno Unito situato nell’Oceano Indiano, a metà strada tra l’Africa e l’Indonesia. Il territorio comprende un gruppo di sette atolli, per un totale di oltre 60 isole, situate circa 500 chilometri a sud dell’arcipelago delle Maldive. L’isola più grande è Diego Garcia (superficie di 44 km²), sede di una base militare congiunta del Regno Unito e degli Stati Uniti. Dopo l’espulsione della popolazione nativa (i Chagossiani) negli anni Sessanta, gli unici abitanti sono militari statunitensi e britannici e personale civile collegato, per un totale di circa 4.000 persone (dati del 2004). (Foto di Pictures From History / Universal Images Group via Getty Images)

Devo ammettere che, anche in quanto ex consigliere speciale del Foreign Office che ha lavorato all’accordo sulle isole Chagos, capisco quanto la cosa possa sembrare strana, e vorrei fare chiarezza. I laburisti sono arrivati al governo nell’estate del 2024 trovandosi di fronte gli Stati Uniti che facevano attivamente pressione affinché si raggiungesse un accordo con le Mauritius e si concludessero i negoziati avviati nel 2022 quando ministro degli Esteri era Liz Truss. Non si trattava di una pressione leggera. Il vicesegretario di stato Kurt Campbell mi prese da parte e mi disse: “L’unico modo in cui il Regno Unito potrebbe davvero danneggiare gli Stati Uniti sarebbe non fare l’accordo”.

A Diego Garcia c’è una base, ed è una base americana con una bandiera britannica e un piccolo contingente britannico.

Quella base esiste solo perché gli americani la volevano, e il Territorio britannico dell’Oceano Indiano esiste a sua volta soltanto perché gli americani ci chiesero di scorporarlo dalla Mauritius e di rimanerci durante la decolonizzazione.

Non si tratta di una base qualunque. Una volta che si viene informati, anche solo in parte, su ciò che vi accade, quel che si scopre dà le vertigini. Ecco perché dobbiamo assolutamente fare tutto il necessario per mantenerne l’accesso.

Ma la posizione giuridica della Gran Bretagna stava crollando a livello internazionale, a causa del modo in cui l’America ci aveva spinto a restare in quel territorio durante la decolonizzazione. Il mondo si stava avviando verso una situazione in cui questa superbase americana cruciale si sarebbe trovata in quello che quasi tutti i paesi considerano, ai sensi del diritto internazionale, un territorio mauritiano illegalmente occupato.

Mauritius, così com’è, è uno stato “in bilico” nel grande gioco contro la Cina. E i funzionari per la Sicurezza nazionale di Joe Biden vedevano aprirsi un rischio enorme. Se la Gran Bretagna si fosse ritirata da un accordo, Mauritius avrebbe potuto allontanarsi dall’occidente e invitare, in un modo convalidato dal meccanismo giuridico della comunità internazionale, la Cina – o chiunque altro – in qualsiasi atollo di quell’arcipelago. E a quel punto chi avrebbe potuto cacciarli fuori? Immaginiamola, questa situazione: all’inizio arriva la flotta dei pescherecci cinesi,  poi iniziano i lavori per costruire una stazione di ricerca, e senza che ce ne rendiamo conto, ci ritroviamo con una base cinese a portata di ascolto e di tiro da Diego Garcia.

Questo rischio era semplicemente inaccettabile per i democratici americani allora alla Casa Bianca. E anche i funzionari britannici lo capivano bene: se il Regno Unito avesse deciso di resistere, come avremmo potuto garantire la sicurezza di quegli atolli? La risposta è che ovviamente non avremmo potuto. Un sommozzatore britannico su ogni atollo? Tentare di mettere in sicurezza anche solo la metà di quel territorio avrebbe presto assorbito l’intera Royal Navy. Era un compito impossibile. La squadra di Biden non voleva nemmeno affrontare un rischio simile, figurarsi impegnare risorse per noi.

Durante l’Amministrazione Biden, l’ambasciata aveva iniziato a temere sempre di più che all’interno del dipartimento di stato ci fossero gruppi che studiavano un accordo per mettere al sicuro la base: tra gli Stati Uniti e Mauritius. Si temeva un’intesa del tipo: “Caspita, abbiamo appena esaminato il diritto internazionale e questo territorio è sempre stato di Mauritius”.

Leggete Le Carré. Leggete la storia della Guerra fredda. La Gran Bretagna si ritrova spesso in queste situazioni difficili. Ciò che il deep state britannico decise di fare a quel punto fu esattamente quello che ha sempre fatto in circostanze simili. Nella migliore tradizione della perfida Albione, ha negoziato un accordo in cui tutto cambia affinché tutto resti uguale. Mauritius avrebbe potuto definire la propria sovranità sulle isole – gustandosi il piacere di stampare francobolli con la loro immagine o colorarle nei propri atlanti – ma in qualsiasi senso militarmente rilevante sarebbe rimasta in vigore una zona di esclusione e di veto in cui l’autorità anglo-americana sarebbe stata totale.

Questo è un grande classico dell’arte dello spionaggio  della Guerra fredda. E per giunta, con un affitto a prezzi di mercato per la base – lo 0,2 per cento del bilancio annuale della difesa britannica – una quota considerevole delle finanze mauritiane sarebbe diventata dipendente dal Regno Unito, legandola strutturalmente all’occidente nel grande gioco con la Cina.

Ma non viviamo più in un mondo in cui Gran Bretagna e America possono praticare agevolmente una diplomazia tanto sofisticata. I laburisti di Keir Starmer sono stati sfortunati. Se durante la Guerra fredda il governo britannico riusciva a prevedere le posizioni americane con vent’anni di anticipo, oggi prevedere la posizione di Donald Trump sulle Chagos si è rivelato impossibile. La Gran Bretagna credeva di avere un accordo con Trump per procedere in questo senso, salvo poi ritrovarsi il presidente americano  ferocemente ostile, a causa del rifiuto del premier Starmer di violare il diritto internazionale per consentire a Trump di usare la base per missioni offensive contro l’Iran. E la Cina naturalmente sorride.

Il problema britannico con le Chagos è soltanto una parte del nostro problema molto più grande con l’America: siamo dipendenti in modo fortissimo da una superpotenza che non è più la superpotenza della Guerra fredda di un tempo, con il suo consenso bipartisan in politica estera, ma è una potenza erratica, divisa al suo interno e impulsiva. Spinti verso un accordo da un’Amministrazione, bloccati da quella successiva, dolorosamente costretti a ingoiare il rospo perché siamo dipendenti dagli Stati Uniti in modo critico: la relazione speciale è diventata una sopraffazione.

 

Ben Judah, giornalista, scrittore e ricercatore, è stato consigliere speciale del Foreign Office britannico e del ministero della Giustizia dal 2024 al 2026