Oleksandr Krasovitsky ha 58 anni, è nato a Kharkiv, a 40 chilometri dal confine nord-orientale con la Russia, ed è il fondatore e caporedattore di Folio, tra le principali case editrici dell’Ucraina. Lo incontro nella pace provvisoria di un appartamento di Milano, da una comune amica, la traduttrice Elena Kostioukovitch. Mi mostra sul cellulare le immagini della metropolitana di Kyiv, affollata di persone: “Sono giorni di raid anche sulla capitale, si cerca un riparo”. A una chiacchierata sulla letteratura segue un confronto che abbandona rapidamente le cautele iniziali: Oleksandr, si può fare cultura in un paese in guerra? “Con certe limitazioni, sì. Più di ordine pratico, come può immaginare. Da un certo punto di vista, però, il conflitto è un catalizzatore: c’è voglia di evasione. Pensi che l’interesse per il fantasy e i libri d’amore è cresciuto”.
Da ragazzo Krasovitsky distribuiva i libri fuori commercio nell’allora Unione sovietica, poi è arrivato Folio: “La casa editrice nasce nell’ultimo anno dell’Urss, nel 1990. In quel periodo c’era il mercato unico e i libri erano prevalentemente in russo. Per questioni distributive, solo il 10 per cento del catalogo era in lingua ucraina. I lettori non avevano scelta, volevamo cambiare le cose. Ma non creda che pubblicassimo solo romanzi di autori nazionali. Abbiamo diffuso, fin dall’inizio, i grandi classici della letteratura mondiale: Dante, Cervantes, Thomas Mann, Albert Camus, Umberto Eco. Li abbiamo resi disponibili anche nella nostra lingua”. Cerco un passaggio non traumatico dalla cultura alla politica, e ne esce una domanda ibrida, sulle priorità di pubblicazione dal 2014 in poi, anno dell’annessione forzata della Crimea. “Prima delle priorità di pubblicazione, è cambiato in più fasi il gusto dei consumatori. Dal 2014, una componente di lettori qualificati ha cominciato a rifiutare le letture in russo. Si trattava soprattutto di intellettuali. Il vero cambiamento, però, è avvenuto nel 2023, quando la maggior parte della popolazione ha capito che la guerra sarebbe stata lunga. Da quel momento, la percezione di molti è stata che la Russia volesse cancellarci, come stato ma anche come cultura a sé stante. Lì il rifiuto del russo si è fatto più comune e radicale”.
Nel 2021, Vladimir Putin pubblicò un saggio nel quale a ucraini e bielorussi veniva negata ogni autonomia storica: esiste un’identità ucraina separata da quella russa? Krasovitsky si fa meno flemmatico: “Che esista un’identità ucraina è ormai evidente a tutti. Non è cosa di oggi, del resto, come non lo è la volontà di sopprimerla: la si rintraccia già nel XIX secolo, con circolari zariste che impedivano l’uso dell’ucraino nei documenti pubblici, quando invece nei territori ucraini sotto gli Asburgo poteva essere utilizzato. Questa volontà è poi proseguita. Tra il 1934 e il 1938, in Ucraina come in Georgia, circa l’80 per cento degli scrittori che adottavano la propria lingua è stato giustiziato o mandato in Siberia. Ne sanno qualcosa anche in Polonia, dove uno studioso del valore di Jerzy Giedroyc ha coniato una definizione per questo tentato genocidio: il rinascimento fucilato. Adesso, si cerca di ottenere lo stesso risultato corrompendo gli intellettuali”.
L’ultima frase lascia filtrare un po’ di luce sulla cronaca e concede di calarsi tra i fatti italiani. Gli domando cosa pensi del padiglione russo alla Biennale di Venezia e dell’annullamento del concerto di Valery Gergiev alla Reggia di Caserta, nel 2025. L’esposizione torna a farsi pensosa: “In linea di principio, la cultura deve essere libera. Il problema è la sua strumentalizzazione, il fatto che venga infiltrata e usata come canale di propaganda. In questo il regime di Putin è molto attivo. Lo si vede anche nell’ambito delle traduzioni letterarie, che conosco da vicino. In Russia esiste l’Institut Perevoda (l’Istituto per la Traduzione, n.d.r.), un ente che ha lo scopo di promuovere la cultura russa all’estero e che è specializzato in questa opera di condizionamento. Agisce in India, Giappone, Corea del sud, ma anche in Germania, Francia, Italia. Sponsorizza traduzioni di libri in tutte le lingue ed è diventato una fabbrica di gruppi di influenza, basata sullo scambio di favori”. Azzardo una curiosità personale, chiedendogli se abbia notizia di una pubblicazione in Russia del libro del generale Vannacci, “Il mondo al contrario”, ma non ne è informato. Restiamo sulla politica, sondando la sua prevedibile inquietudine per le simpatie di cui gode la Russia in Italia, a destra come a sinistra. Non evita l’argomento, pur allargando l’inquadratura. “Mi preoccupa la consapevolezza che la Russia sia generosa con i partiti stranieri che la sostengono. Fino al 2014, banche della Repubblica ceca e di Cipro si erano perfezionate nel far transitare fondi a forze politiche amiche. Dopo il 2014, con l’avvento delle sanzioni dell’Ue, è diventato più difficile. Si sono però sviluppati altri canali: dalle criptovalute alla persuasione esercitata da imprese europee acquistate da figure vicine a Putin. Non si tratta, del resto, delle uniche modalità in cui si esprime il potere di influenza russo: in altri casi, si cerca di agire direttamente sui cittadini. Esistono eserciti di programmatori che inondano la rete di notizie false, per mettere in buona luce i simpatizzanti della Russia e delegittimare gli altri. Spesso servendosi di cause nobili, come il pacifismo”.
Finiamo sul possibile ingresso dell’Ucraina nella Nato e nell’Ue, la replica di Krasovitsky è netta: “Per quanto riguarda la Nato, molto dipenderà da cosa diventerà in futuro. Quanto all’Unione, le rispondo con il cuore: prima verrà questo matrimonio meglio sarà. Per l’Ucraina, ma anche per il resto d’Europa”.