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Il 9 maggio della Russia

Il giorno della Vittoria ha scandito le ambizioni di violenza di Putin

Il 9 maggio russo è diventato il simbolo della minaccia. Ci siamo visti sfilare davanti i segnali dell’aggressione, e li abbiamo ignorati

‘‘Sdem pobedy”, “Buona festa della vittoria” era un augurio gioioso per le vacanze di maggio in Russia. Voleva dire che Mosca ricordava la vittoria sulla Germania nazista e che i russi avevano una storia di famiglia da raccontare. Una storia di eroismo o di dolore o di fuga o di miracolo o di morte: il 9 maggio era una data su cui raramente capitava di incontrare qualcuno che non avesse un aneddoto. Negli ultimi anni sarebbe bastato osservare come si trasformava la capitale russa nella data che porta il nome di Giorno della Vittoria, per cogliere i tratti del disegno che Vladimir Putin stava scegliendo per il futuro della nazione e dell’Europa. Quest’anno una Russia abbrutita, militarizzata, incattivita e violenta celebra gli ottant’anni della vittoria sul nazismo e lo fa con la consueta parata, organizzata per mostrare al mondo tutta la potenza militare di Mosca. Prima del 2022, in Piazza Rossa marciava tutto l’arsenale dell’esercito russo: carri armati dell’epoca sovietica e moderni, aerei, cannoni, missili, droni, soldati. Dopo, la parata si è fatta più scarna: i mezzi servono al fronte. Già prima dell’aggressione dell’Ucraina, l’obiettivo di Putin non era ricordare la vittoria, era mostrare le capacità di guerra.

Il capo del Cremlino ha trasformato con cura il 9 maggio, una data da sempre importante, ma che prima di Putin non aveva lo stesso valore e che anzi, molti leader prima di lui avevano anche occultato, perché per formare un mito nazionale ci vuole tempo e molti dei soldati che erano stati eroi nella Seconda guerra mondiale, a conflitto finito, si erano ritrovati reietti e non videro mai realizzarsi le promesse di gloria. Putin dal suo arrivo al Cremlino ne ha fatto un appuntamento fisso, ha preso la storia e l’ha distorta, ha messo sulla linea del tempo i fatti di ieri e di oggi e li ha legati come fossero concatenati. Non è un caso che quando ha attaccato l’Ucraina ha deciso di dichiararne la denazificazione: nella sua storia, l’invasione doveva essere consequenziale alla Seconda guerra mondiale, doveva essere una storia ininterrotta, un racconto che non aveva mai avuto fine e che nasceva sempre e comunque da un torto. Per Putin è importante avere sugli spalti i leader stranieri, oggi godrà della presenza di Xi Jinping, ma in passato al suo fianco ha avuto presidenti americani, capi di stato e di governo europei, che si sono visti sfilare davanti agli occhi i segnali di una minaccia, e non avevano capito di aver stretto la mano al presidente russo proprio mentre questi mostrava loro le prove di un’inimicizia. Dopo il 24 febbraio il significato della parata si è radicalizzato, conserva in sé un messaggio di rabbia e potenza, pensato per contagiare tutto il popolo russo.

Il 9 maggio era una data condivisa, una festa di famiglia, ma il mito unificante di una guerra per liberarsi si è trasformato nella giustificazione di un’aggressione contro un paese confinante, da cui provenivano moltissimi soldati che hanno contribuito a salvare l’Unione sovietica dall’invasione di Hitler. Il 9 maggio ha scandito il ritmo delle ambizioni di avidità e violenza di Putin, è stato usato come strumento per la progressiva militarizzazione della Russia, per  cambiare il volto del paese e sarebbe bastato osservare quanto la parata perdeva i tratti della commemorazione e assumeva quelli della minaccia per rendersi conto che il piano di Putin era a lungo termine, iniziava con lo stravolgimento della storia e proseguiva con una guerra vera. Già con l’annessione illegittima della Crimea, nel 2014, il Giorno della Vittoria era stato appaltato al racconto del primo atto dell’aggressione dell’Ucraina: le strade di Mosca erano vive di segnali che rimandano alla Crimea, strappata dall’Ucraina con un referendum illegittimo, ma che in Russia veniva raccontato come un ritorno a casa. Nel 2020, Putin avrebbe voluto celebrare i settantacinque anni della vittoria sulla Germania nazista con una grande parata, invece la pandemia lo costrinse a un evento ridotto, in concomitanza del quale, però, fece celebrare l’apertura di una nuova cattedrale: la Cattedrale della Forze armate, con all’interno un mosaico che lo raffigura assieme all’ex ministro della Difesa Sergei Shoigu e al capo di stato maggiore Valeri Gerasimov. Tutti e tre i protagonisti del mosaico avevano già il piano di aggressione, tutto era deciso e scritto, i suoi uomini erano al lavoro dentro alla penisola invasa e gli agenti dei servizi segreti dell’Svr avevano già iniziato a mandare i loro dispacci sulla popolazione ucraina e sulla sua disponibilità ad accogliere i russi come dei salvatori: mai una previsione fu tanto sbagliata.

Il 9 maggio sono stati stravolti dall’arrivo della Z e della V, le due lettere latine che sono diventate il simbolo dell’invasione, che il Cremlino usa come uno sfregio e che ormai sono indelebili nell’eredità del putinismo. Nel 2012, nella città siberiana di Tomsk, un gruppo nutrito di cittadini si mise in marcia tenendo in mano la foto di un proprio familiare morto, il cui ricordo era legato alla Seconda guerra mondiale. L’iniziativa era un modo per tenere viva la memoria di una generazione in declino, per dire che tramite il ricordo, chi è in vita continua a essere testimone.

L’iniziativa ha preso il nome di Reggimento degli immortali e ben presto il Cremlino se ne accorse, lo vide come un pericoloso movimento indipendente, ma ne approvò la forza simbolica. Se ne appropriò, lo portò via da Tomsk, Putin si mise a marciare tra gli Immortali a Mosca reggendo la foto di suo padre e nel 2022 arrivò la richiesta ai manifestanti di apporre la lettera Z sui ritratti dei defunti: qualcuno ha accettato, molti l’hanno vista come una macchia nella loro storia di famiglia.