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Parlano gli economisti

Il mercato unico è una protezione enorme per gli europei: non deve rimanere incompiuto

Una veduta aerea della nuova Gigafactory PowerCo il 12 dicembre 2025 a Salzgitter, in Germania. PowerCo è la divisione di Volkswagen dedicata alle batterie per auto elettriche. La Gigafactory di Salzgitter dovrebbe essere pienamente operativa all’inizio del 2026 e produrrà batterie per auto elettriche destinate ai veicoli di dimensioni più piccole delle gamme elettriche Volkswagen e Skoda. (Foto: Ronny Hartmann/Getty Images)

Abbiamo chiesto ad alcuni economisti dell’Unione europea come e dove pensano che si manifesti il potere economico e commerciale dell’Europa e quali dovrebbero essere i suoi obiettivi perché l’Europa sia competitiva in questo nuovo mondo.

La manifestazione più importante del potere economico dell’Europa è il fatto che, dopo il ritiro degli aiuti finanziari statunitensi, il sostegno finanziario dell’Ue, coordinato con il Regno Unito e la Norvegia, ha permesso all’Ucraina di resistere. Se unito alla tenacia del popolo ucraino, il potere finanziario europeo può fermare la potenza militare russa. L’Europa è competitiva nel senso che è il più grande esportatore e ha un forte surplus commerciale. Contrariamente a quanto molti pensano, l’Europa è competitiva anche nel mercato delle auto elettriche, poiché ha un ampio surplus commerciale nei veicoli elettrici a batteria. Ma l’Europa non è competitiva nell’alta tecnologia come l’intelligenza artificiale o le Ict (tecnologie dell’informazione e della comunicazione) in generale. Per cambiare questa situazione non sono necessari grandi investimenti pubblici, ma la creazione delle condizioni fondamentali che consentano alle imprese high-tech di crescere in Europa. Ciò richiede, innanzitutto, una maggiore flessibilità. Le aziende high-tech devono adattarsi continuamente alle nuove tecnologie. Ciò significa che devono essere in grado di adeguare la loro forza lavoro, e questo è possibile in alcuni paesi (Danimarca, Paesi Bassi, Svizzera) e dove l’high-tech è forte. Questi esempi in Europa dimostrano che non è necessario adottare il modello statunitense.
Daniel Gros
economista tedesco, direttore dell’Institute for European Policymaking dell’Università Bocconi e membro del cda del Centre for European Policy Studies

Il potere economico e commerciale dell’Europa si manifesta, prima di tutto, nel mercato unico. Anche nella sua attuale configurazione incompleta, esso rappresenta una delle più grandi aree economiche integrate al mondo e costituisce una fonte strutturale di forza per l’Unione. E’ il mercato unico che consente all’Europa di esercitare un’influenza significativa sulle catene globali del valore, di attrarre investimenti e di sostenere imprese capaci di competere su scala internazionale. Allo stesso tempo, proprio il carattere incompiuto del mercato unico evidenzia il potenziale ancora inespresso dell’Europa. Le persistenti frammentazioni – in particolare nei servizi, nei mercati dei capitali, nell’energia e nel digitale – limitano la capacità dell’Unione di tradurre appieno la propria dimensione economica in competitività, autonomia strategica e sicurezza economica. Completare e approfondire il mercato unico non è quindi solo un obiettivo economico, ma una scelta geopolitica fondamentale per rafforzare il ruolo dell’Europa nel mondo. L’obiettivo dell’Europa deve essere quello di rafforzare in modo duraturo la propria capacità di investimento, innovazione e produzione in settori strategici. La competitività europea non può fondarsi su una corsa al ribasso, ma su un modello che valorizzi qualità, sostenibilità, tecnologia e capitale umano. Per farlo, è indispensabile colmare il divario di investimenti che penalizza l’Unione rispetto ad altri grandi attori globali, rafforzare l’ecosistema industriale e accelerare la transizione verde e digitale. In questo quadro, strumenti comuni e capacità finanziarie europee giocano un ruolo essenziale. Il Gruppo Bei è un attore chiave nel sostenere questa ambizione: mobilita capitali su larga scala, riduce i rischi per gli investitori e accompagna imprese e territori nelle transizioni strategiche, contribuendo a creare i cosiddetti campioni europei in grado di competere con gli altri player internazionali. Non ritengo che il rapporto Draghi sia una voce isolata, bensì la formalizzazione di una consapevolezza ormai largamente condivisa in Europa: senza un rafforzamento deciso della capacità di investimento e dell’azione comune, l’Europa rischia un progressivo indebolimento strutturale. La sfida, oggi, non è più quella dell’analisi, ma della capacità di tradurre questa diagnosi in decisioni concrete. In questo senso, il rapporto offre una direzione chiara e un solido quadro di riferimento per orientare le politiche europee e l’impiego degli strumenti finanziari disponibili. In questo percorso, il Gruppo Bei svolge un ruolo centrale nel trasformare la visione in progetti, investimenti e impatti misurabili. Non si tratta di un impegno futuro o teorico: la Bei è già pienamente all’opera su queste priorità, come dimostrano i risultati conseguiti nel 2025, anno in cui abbiamo finanziato progetti a sostegno delle priorità economiche dell’Ue per 100 miliardi di euro, un volume record.  Il messaggio del rapporto non cade nel vuoto: indica una direzione chiara. Sta ora all’Europa percorrerla con determinazione e il Gruppo Bei è pronto a fare la sua parte.
Gelsomina Vigliotti,
vicepresidente della Banca europea degli investimenti (Bei), già direttore generale della Direzione per i rapporti finanziari internazionali del Tesoro

Stiamo rapidamente superando un mondo in cui il potere economico e commerciale può esistere separatamente dalla capacità dei governi di proiettare e proteggere i propri interessi vitali. In questo nuovo mondo, un’Ue che si concentri solo sull’elaborazione di norme e regolamenti per il commercio sarebbe destinata al fallimento. Per essere competitiva, l’Europa – intesa sia come Ue sia come insieme di paesi affini e partner essenziali che condividono gli stessi valori e lo stesso spazio geografico – deve essere in grado di proteggere i propri cittadini dalle vulnerabilità associate all’interdipendenza economica e di difenderli da attori non europei che potrebbero cercare di danneggiarli. Questo è il messaggio che emerge dall’agenda Draghi. Non è una voce che grida nel deserto, ma un chiaro avvertimento che non possiamo più dare per scontata l’esistenza di un sistema internazionale basato sulle regole. L’agenda Draghi non è certo l’unica. L’agenda di Enrico Letta ha aperto la strada spiegando che il mercato unico europeo è più di un semplice “mercato”: è una risorsa che permette agli europei di proteggersi e promuovere la propria prosperità. Il rapporto dell’ex presidente finlandese Sauli Niinistö ha ampliato l’argomento sottolineando come gli europei dovranno assumersi la responsabilità personale di garantire che l’Europa – sempre in senso lato – sia efficace e resiliente. Niinistö ha chiarito che il successo dipenderà dallo sforzo dell’intera società. Questo sforzo è già iniziato. Lo si può vedere nella strategia di sicurezza economica dell’Ue e nel suo impegno a essere pronta entro il 2030. Lo si può vedere nel programma industriale europeo di difesa e nell’impegno a fornire assistenza finanziaria essenziale all’Ucraina. E lo si può vedere nel forte impegno dell’Ue a rafforzare i partenariati essenziali sia attraverso l’allargamento  sia attraverso gli sforzi per rafforzare i legami con il Regno Unito, la Norvegia e la Turchia. Questa enfasi sulla creazione di partenariati è in contrasto con quanto sta accadendo oltreoceano nelle relazioni tra Europa e Stati Uniti. Il messaggio da sottolineare è che la forza, la competitività e la prosperità derivano tutte dall’unità. Ciò è ancora più vero in un mondo che si allontana da un sistema basato su regole rispetto a quando tale sistema poteva essere dato per scontato.
Erik Jones
direttore del Robert Schuman Centre all’European University Institute