Quando è uscita la quarta stagione di “Borgen”, nel 2022, quasi dieci anni dopo la terza, a molti venne quasi un colpo. La serie tv con cui abbiamo imparato a conoscere la politica della Danimarca è scritta da Adam Price, uno sceneggiatore che è popolarissimo nel paese perché è anche un critico gastronomico e ha fatto lo chef in tv, ed è soprattutto un visionario. La quarta stagione si apriva non soltanto con una premier, Signe Kragh, che assomigliava molto alla leader del paese, la socialdemocratica Mette Frederiksen, ma anche con le sanzioni a un oligarca russo che aveva partecipato all’invasione dell’Ucraina. Price si riferiva alla invasione del 2014, con conseguente annessione della Crimea da parte della Russia, ma una settimana dopo la messa in onda di quella prima puntata, Vladimir Putin invase l’Ucraina con l’operazione su larga scala che è ancora in corso oggi. Un altro tema di questa stagione, poi, era il petrolio scoperto in Groenlandia: il governo danese della fiction capisce che ci sarebbero stati guai, perché la Russia, la Cina e gli Stati Uniti avrebbero voluto imporre il proprio potere e i propri interessi nell’Artico. E ci sarebbero stati problemi anche con i groenlandesi, da sempre insofferenti rispetto alla casa madre danese. Ed eccoci proprio qui, a confermare le intuizioni di uno sceneggiatore abilissimo, con la Danimarca schiacciata tra le prove di forza della Russia, che s’è messa a testare la tenuta della Nato nei cieli e nei mari europei (sulla terra da anni organizza sabotaggi, reti di spie, interferenze elettorali), e le ambizioni di conquista dell’America di Donald Trump, che dal primo giorno del suo ritorno alla Casa Bianca dice di voler annettere la Groenlandia agli Stati Uniti. La Danimarca ha anche la presidenza del semestre europeo, il che vuol dire che fino alla fine del 2025 ha il compito di facilitare i negoziati interni sul bilancio, sul riarmo, sulla sicurezza, sull’immigrazione, sul futuro dell’Unione europea: questo Price non l’aveva messo nella fiction, non è mai semplice raccontare i meccanismi dell’Ue, si rischia la noia, ma tessere la trama dell’unità europea, oggi, è diventata una questione esistenziale.
Il discorso nei libri di storia europea
C’è chi dice che ricorderemo il discorso che Mette Frederiksen ha tenuto il 26 settembre come il momento in cui la Danimarca, l’Europa e la Nato hanno compreso che il mondo è cambiato ancora un po’, che è precipitato ancora un po’, che Vladimir Putin non sta mandando i suoi droni nei cieli europei solo per fare un test, ma perché è pronto a espandere la guerra oltre l’Ucraina: è sempre stato il suo progetto. La Danimarca è tra i paesi più colpiti, ha dovuto chiudere i suoi aeroporti a causa di questi velivoli anonimi che volano senza rispondere alle richieste di informazioni – un po’ come “gli omini verdi” che invasero il Donbas ucraino nel 2014, e Mosca negava che fossero i suoi soldati, salvo poi conferire medaglie a chi si era distinto nell’ammazzare e sottomettere ucraini: chissà se questa volta riusciremo a non metterci anni a chiamare le aggressioni e gli aggressori con il loro nome – e si trova nella posizione invero poco comoda di dover stabilire una modalità di risposta, coordinandosi con il resto della Nato, che è divisa e in agitazione. Il discorso che potrebbe entrare nei libri di storia della nostra Europa è questo: “La Danimarca, negli ultimi giorni, è stata oggetto di attacchi ibridi. Sono stati avvistati droni in diverse parti del paese, presso infrastrutture critiche, sia militari sia civili. Dobbiamo aspettarci che questi attacchi possano ripetersi: sono attacchi che hanno messo in luce delle vulnerabilità; sono attacchi che hanno lo scopo di creare insicurezza e divisione; sono attacchi che vogliono scuoterci, come individui e come società. Capisco bene che questa situazione ci metta di fronte a molte domande. Perché i droni non sono stati abbattuti? Perché non sono stati scoperti prima? Ci sarà un momento in cui dovremo guardarci indietro, rivedere gli eventi degli ultimi giorni e trarne delle lezioni. Ma qui e ora noi – governo e istituzioni – abbiamo un compito che sovrasta tutti gli altri, ed è quello di proteggere la Danimarca, di metterci nella condizione di contrastare meglio gli attacchi ibridi, il più rapidamente possibile. A che punto siamo? Primo: le autorità hanno alzato il livello di allerta e si stanno preparando a diversi scenari. Questo significa, tra l’altro, che sia le Forze armate sia la polizia saranno più presenti con sistemi antidrone attorno alle infrastrutture critiche nei prossimi giorni. Allo stesso tempo, le autorità sono in stretto contatto con i nostri alleati al fine di rafforzare rapidamente le capacità danesi di individuare e neutralizzare i droni. Secondo: le nostre autorità hanno il mandato di abbattere i droni ostili, ma naturalmente spetta alle autorità competenti effettuare la valutazione operativa nella situazione concreta, incluse le valutazioni dei rischi specifici per la sicurezza. Terzo: negli ultimi giorni sono stata in contatto con diversi miei partner europei, ho parlato con il cancelliere tedesco, il primo ministro britannico, i primi ministri dei nostri paesi vicini, Svezia e Norvegia, e con il presidente finlandese. Così come sono stata in stretto dialogo con il segretario generale della Nato. E ora siamo, da parte danese, in dialogo con gli alleati della Nato per capire come possano assistere la Danimarca nell’attuale situazione, affinché possiamo proteggere e difendere il nostro spazio aereo. Gli attacchi ibridi non hanno colpito solo la Danimarca: ci sono stati incidenti anche in Polonia, Estonia e Romania. La guerra ibrida non è una guerra nel senso tradizionale del termine: gli attacchi ibridi mirano a confonderci. A renderci insicuri. E provengono da un nemico vile, che non osa rivelarsi. Una volta possono essere droni, un’altra volta possono essere attacchi informatici, può trattarsi di ciò che chiamiamo disinformazione oppure di influenzare i processi elettorali o di teorie del complotto che si propagano online. Ma indipendentemente dal metodo, lo scopo è sempre lo stesso: destabilizzare le nostre società in modo che non abbiamo più fiducia nelle nostre autorità. E tutto ciò sottolinea che la minaccia alla sicurezza dell’Europa è grave, ed è reale. Ecco perché negli ultimi anni abbiamo intrapreso un massiccio rafforzamento delle nostre Forze armate. Ed è anche per questo che continuiamo a sostenere l’Ucraina, che credo possa aiutarci in questa situazione, perché se c’è qualcuno che ha esperienza nel combattere i droni, sono i nostri amici ucraini. Devo però dire che ci vorrà tempo per ricostruire la difesa danese: non vi chiedo pazienza su questo punto perché, a dire il vero, non ne ho molta nemmeno io. Ma siamo sotto pressione. E chiedo comprensione per il fatto che, anche se stiamo agendo, non è possibile ottenere risultati da un giorno all’altro, o da un anno all’altro. Devo anche dire un’altra cosa, e questo è rivolto in particolare ad alcuni partiti del Folketing (il Parlamento danese): l’obiettivo degli attacchi ibridi non è soltanto quello di testare le nostre autorità o la nostra prontezza, è anche, come detto, di vedere come reagiamo come società e come reagiamo politicamente. Dobbiamo essere vigili. E se qualcosa non funziona, deve ovviamente essere corretto. Ma dobbiamo anche mantenere la calma: non è il momento per dichiarazioni affrettate, gare politiche al rialzo o dichiarazioni di sfiducia verso le autorità o la polizia. Perché nessun politico responsabile potrà mai garantire al popolo danese che potremo evitare del tutto gli attacchi ibridi, è una cosa impossibile ovunque, anzi, probabilmente è vero proprio il contrario. Ci saranno più sabotaggi, più attacchi hacker, più droni, più cavi sottomarini spezzati, più attacchi diretti dentro le democrazie europee, come vediamo attualmente nella piccola Moldavia. Il fatto che la Danimarca e l’Europa siano soggette ad attacchi ibridi più gravi e frequenti lo considero una nuova realtà. Dovremo discutere di difesa e di sicurezza europea, compresa l’istituzione di un muro antidroni. In altre parole: l’Europa deve attrezzarsi. E dobbiamo rafforzarci. E non dobbiamo mai lasciarci intimidire. Perché altrimenti non possiamo essere danesi e non possiamo nemmeno essere europei. E anche se le autorità non possono trarre conclusioni certe su chi ci sia dietro gli attacchi ibridi contro i nostri aeroporti e le altre infrastrutture critiche, possiamo comunque constatare che c’è principalmente un paese che rappresenta una minaccia per la sicurezza dell’Europa, ed è la Russia. E dunque, un ultimo punto importante: non esiste un paese europeo che possa difendersi da solo contro la Russia, nemmeno l’Ucraina, che pure combatte coraggiosamente ormai da più di tre anni. Ed è proprio per questo che abbiamo la Nato, è per questo che stiamo ampliando l’industria europea della difesa, è per questo che stiamo portando avanti un rafforzamento storico qui in Danimarca. E gli eventi degli ultimi giorni non fanno che sottolineare quanto sia importante agire, assieme, in Europa e nella Nato”.
A mare armato
Qualunque paese, come la Danimarca, si sporga sul Mar Baltico sa di dover fare i conti quotidianamente con vulnerabilità e forza. Il Mar Baltico non è una barriera, da quando Finlandia e Svezia sono entrate nell’Alleanza atlantica, convinte dalla guerra di Putin contro l’Ucraina, è stato ribattezzato il lago della Nato. Ma la Russia ha la testa in mare, sono molti gli sbocchi d’acqua che insegue e tormenta da sempre e il Baltico è uno di questi. Ne fanno tutti le spese, inclusa la Danimarca, con la sua isola di Bornholm, da cui si alzano in volo i caccia quando vedono una minaccia e che il governo danese adesso cerca di riarmare, rafforzare, proprio come aveva fatto durante la Guerra fredda. Bornholm è un avamposto, i suoi cittadini, spesso infastiditi dalle cartine ufficiali in cui l’isola è rappresentata schiacciata in un angolo, hanno proposto mappe alternative, con Bornholm al centro e il resto del paese rimpicciolito in un angolo periferico. Se si guardano le storie del Baltico, la realtà è molto simile a come la vedono questi danesi isolani, consapevoli che nel mare da sempre incombe un pericolo che ne determina le vicende e tramuta i destini: l’ambasciatore russo in Danimarca ha definito Bornholm “una minaccia”. Napoleone aveva ribattezzato il Baltico “le acque della promessa”, prima di lui lo zar Pietro I lo aveva definito il “mare della confusione”. Oggi che Putin minaccia con droni, navi e crisi ambientali, c’è chi ha suggerito di condannare il Baltico e farne un “mare dei veleni” per disincentivare ogni ambizione russa. Facile intuire cosa ne pensi Bornholm.
La deterrenza da restaurare
Abbattere i droni o non farlo, attivare l’articolo 4 della Nato o non farlo, andare in ordine sparso o muoversi uniti, farsi intimidire dai russi che si sono messi di nuovo a evocare l’arma atomica e che, al colmo di questo capovolgimento assoluto della logica di aggressione e difesa, dicono: se abbattete i nostri droni, è guerra. Ci sono i falchi, che sono i paesi del nord e dell’est europeo, assieme al Regno Unito, che dicono che la deterrenza della Nato si ristabilisce soltanto dando un segnale forte, e i russi “non vengano qui a piagnuncolare”, ha detto il ministro degli Esteri polacco, Radoslaw Sikorski, durante la riunione convocata d’emergenza dall’Estonia al Consiglio di sicurezza dell’Onu: “Siete stati avvisati”. Poi ci sono i cauti, e tra questi si potrebbe mettere anche la Danimarca, che sì chiama all’unità e alla risposta collettiva, ma allo stesso tempo non identifica ufficialmente i droni che continuano a distruggere la sua quotidianità. Molti esperti si chiedono come sia possibile che in quel tratto di cielo, di mare e di terra che ha nella sua storia e nella sua identità le cicatrici della violenza russa, ci sia tanta confusione: forse la cosiddetta “attribuzione”, cioè dare un nome e un’origine al lancio di droni, fa parte della costruzione graduale di una nuova deterrenza? Forse sì, o forse c’entra Trump.
La smania di conquista
Mette Frederiksen è stata la prima leader europea a sperimentare il cambio di passo trumpiano dal primo al secondo mandato. Non che il presidente americano sia mai stato docile con gli europei, ma se ha mandato a febbraio il suo vice-mastino, J. D. Vance, a farci la morale sul nostro illiberalismo culturale (e guardatelo adesso come censura a sua discrezione), con la Danimarca ha subito parlato una lingua più militare. Sempre Vance è andato in Groenlandia, nella base che monitora i movimenti aerei ostili alla Nato, e con quel suo paternalismo irredimibile ha detto che no, probabilmente l’esercito non servirà, ma non si può ignorare la volontà di indipendenza dei groenlandesi e non si può nemmeno lasciarli da soli, ché Russia e Cina sono pronte ad allungare la loro influenza fin lì. Frederiksen si è messa a girare per le capitali europee della Nato a chiedere sostegno: se Trump vuole conquistare la Groenlandia, mi aiuterete a difenderla? Tutti dicono di sì, ovviamente, ma se la prontezza dell’Alleanza è quantomeno dubbia per quel che riguarda la minaccia conclamata di Putin, immaginate come può essere riguardo al fatto che il principale partner della Nato, il fondatore, il pilastro, fa guerra a un altro paese della Nato. E’ uno scenario che nessuno vuole considerare e anzi ci si appiglia fiduciosi al fatto che Trump ha detto falchissimo: abbattiamo i droni ostili che entrano nello spazio aereo dell’Alleanza. E poi però chissà se questo presidente volubile e vendicativo, si metterà a difendere la Danimarca e gli altri paesi nel mirino della Russia, o se prenderà tempo o, più facilmente, chiederà qualcosa in cambio, come l’isola più grande del mondo, lassù nell’Artico.