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I data center

La (faticosa) corsa europea per i capannoni dell’AI

Essendo cresciuto in Veneto negli anni Novanta, ho imparato a conoscere il capannone (“el capanòn” in lingua locale) come unità di misura universale dell’Efficienza e del Benessere. Avevi un lotto di terreno ed eri stanco di fare il contadino? “Tira su un capanòn”, che poi al massimo lo affitti. La febbre, iniziata alla fine degli anni Ottanta – il vero boom economico nella regione arrivò tardi – sfumò irrimediabilmente con la crisi del 2008: i capannoni rimasero deserti per alcuni anni, prima di essere demoliti o riscoperti da aziende diverse. Alcuni rimangono ancora vuoti, abbandonati, come menhir eretti da civiltà dimenticate.

Nello scorso biennio, la Silicon Valley sembra aver trovato finalmente il suo capannone: non più il mitologico garage dove nascevano le startup per poi conquistare il mondo, ma il data center, che a ben vedere sarebbe un capannone enorme, pieno di tecnologia e soprattutto di Gpu, meglio se prodotte da Nvidia, l’azienda che ha il monopolio delle unità di elaborazione grafica (o Gpu, appunto) ultra-veloci, essenziali per sviluppare i modelli linguistici di grandi dimensioni. Insomma, i chatbot; insomma, le intelligenze artificiali.

Siccome questa storia ha soprattutto a che fare con loro, i data center, vale la pena fissare una definizione precisa. I data center sono luoghi chiusi anche piuttosto grandi e pieni di rack, delle pile metalliche alte poco più di una persona media che contengono i server che fanno funzionare il mondo digitale nel quale ormai viviamo. Da un certo punto di vista potremmo dire che queste rack sono il mondo digitale: quando si parla di nuvola di dati, o cloud, si pensa soprattutto a queste stanze buie e rumorose. Per far funzionare chatbot come ChatGPT e tutte le intelligenze artificiali generative spuntate dal nulla in questi tre anni, però, servono apparecchiature ancora più potenti e costose.

Sam Altman, capo di OpenAI, azienda sviluppatrice di ChatGPT ed epicentro della nuova corsa all’oro nel settore, lo ha confermato anche ad agosto: serviranno migliaia di miliardi dollari per costruire tutti i data center di cui abbiamo bisogno, come aveva già annunciato pochi mesi fa alla Casa Bianca, presentando il progetto “Stargate”, fatto di investimenti privati. OpenAI non è l’unica a farlo, anzi. Secondo la società di consulenza Gartner, nel corso del 2024 verranno spesi circa 475 miliardi di dollari (+47 per cento sull’anno precedente) per infrastrutture dedicate alle AI: Microsoft, Alphabet, Amazon e Meta, da sole, investiranno più di 300 miliardi di dollari. Il trend è dato in aumento da McKinsey, altra società di consulenza, secondo cui questo tipo di spese è destinato a superare i 5 mila miliardi entro il 2030.

Per provare a dare una proporzione a numeri tanto grandi, il Progetto Manhattan costò al governo statunitense l’equivalente odierno di circa 30 miliardi di dollari. Bazzecole, insomma. A differenza del progetto che portò alla costruzione della prima bomba atomica, però, questi sforzi non sono del tutto centralizzati negli Stati Uniti, e nemmeno vengono portati avanti in misteriose località del New Mexico: non c’è stato o regione del mondo che non voglia i data center. Anche in Europa.

Al momento, in tutto il mondo ci sono 10.511 data center in attività (fonte: Data Center Map), 3.968 dei quali negli Stati Uniti; l’Unione europea ne conta poco più di duemila (più i 479 del Regno Unito); la Cina, invece, insegue con 368. Rimanendo nel nostro continente, però, è interessante osservare quanto ciascun stato membro contribuisca al totale: a oggi l’Italia conta esattamente 200 data center, meno della metà della Germania (476) e un terzo in meno della Francia (313). Di questi, quasi la metà (84) è in Lombardia, perlopiù a Milano e dintorni, e solo 21 a Roma; alcune regioni risultano addirittura sfornite (Basilicata, Molise, Abruzzo) mentre stupisce che la Campania, tra le regioni più abitate d’Italia, ne abbia appena cinque.

A questo punto la risposta sembrerebbe semplice: costruiamone di più! Ma non è così semplice. Al di là degli impedimenti tipicamente italiani, fatti di burocrazia e mancanza di fondi sia pubblici sia privati, non tutti concordano sulla questione fondamentale: costruire più data center… per cosa? E in che modo?

In molti casi, i data center preesistenti possono essere aggiornati e potenziati per renderli “data center per le AI”, rendendo vano il partire da zero con uno nuovo. Senza contare che il progresso tecnologico ha l’abitudine di rendere le tecnologie più efficienti – e quindi meno costose per le aziende e meno energivore, ad esempio. La corsa ai data center riguarda quindi questo strano presente in cui il Futuro è immanente e ci ha colti impreparati, nudi, senza Gpu Nvidia da dare in pasto a qualche modello linguistico.

E questo è un bene, visto che già oggi i data center rappresentano il 2-3 per cento dei consumi energetici globali, una percentuale che è destinata ad aumentare. Per non parlare dell’acqua che questi centri “bevono”, perché viene usata per raffreddare gli elementi in continuo utilizzo. In un continente in cui ogni estate aumenta il pericolo della siccità, progettare nuove farm automatizzate destinate a sottrarre risorse idriche a contadini e cittadini non è facile.

Anche per questo motivo, molte aziende stanno investendo per rendere più sostenibili questo tipo di infrastruttura: in Portogallo si sta costruendo la prima parte del mega-progetto SINES Data Campus, un progetto privato da 8 miliardi e mezzo di euro che vuole rendere il paese punto di riferimento nella regione per il settore. La promessa è di farlo usando solo energia rinnovabile e sfruttando l’acqua del mare per il raffreddamento dei macchinari. In Cina stanno lavorando a data center immersi sott’acqua, per risolvere alla radice il problema.

Non è l’unico caso, ovviamente: l’apertura di nuovi data center porta con sé problemi ambientali ed energetici, soprattutto in termini di consumi energetici e idrici. Anche per questo la Norvegia (e la Scandinavia in generale) si sta muovendo velocemente, sfruttando una grande disponibilità di energia rinnovabile e delle temperature medie piuttosto basse (anche in questo caso il cambiamento climatico rischia di rovinare la festa, come dimostrato dai molti giorni in cui in Scandinavia si sono superati i 30 gradi tra luglio e agosto).

Il nuovo Stargate Norway è parte del progetto di OpenAI, aprirà nel nord del paese e verrà dotato di più di 100 mila Gpu Nvidia. Il progetto è di OpenAI ma la sua natura “nazionale” è spesso sottolineata nei comunicati ufficiali, a confermare l’esigenza da parte delle nazioni a investire sì nel futuro, ricordando però quanto le AI abbiano anche applicazioni militari e legate alla sicurezza nazionale. Il governo francese, che lo scorso febbraio ha organizzato un “AI Summit” per celebrare la visione macroniana del settore, vuole snellire la burocrazia per costruire nuovi centri di elaborazione, e in fretta. E anche il governo italiano, in un recente disegno di legge, ha precisato che “nella scelta dei fornitori di sistemi e di modelli di intelligenza artificiale, possano essere privilegiate le soluzioni che garantiscono la localizzazione e l’elaborazione dei dati strategici presso data center posti nel territorio nazionale”. Non è un obbligo, ovviamente, ma una preferenza molto gradita.

In tutto questo, però, i numeri continuano a parlare chiaro. La crescita strepitosa di Microsoft negli ultimi anni, unita a quella, nel decennio precedente, di una realtà come Amazon, è riconducibile a una serie di fattori. Uno in particolare: la cloud. Entrambe le società, infatti, hanno una divisione (rispettivamente Azure e AWS) che si occupano di infrastrutture digitali, e quindi server e rack, e hanno avuto un successo senza precedenti. In entrambi i casi, come dicevamo, queste “nuvole” sono in realtà fatte di…. data center, quelli tradizionali, che hanno molte applicazioni concrete e profittevoli, al di là delle AI.

Forse basterebbe partire da questi e poi, al massimo, specializzarne una parte per le AI, nel caso questa domanda si rivelasse continua e prolungata nel futuro. Andy Lawrence, responsabile della ricerca di Uptime Institute, un’azienda che si occupa di ispezionare e valutare i data center, ha spiegato al Financial Times che puntare tutto sui centri più densi, da riempire con i chip più costosi (ma che tra due anni potrebbero essere superati, chissà), potrebbe non essere la soluzione migliore.

Non è un caso che a spingere per i nuovi data center sia soprattutto Jensen Huang, capo di Nvidia, l’azienda che questi costosissimi chip progetta e vende, un’azienda che recentemente ha superato ogni record, arrivando a valere quattromila miliardi di dollari in borsa. Più di Meta, Apple, Alphabet. Più di tutti, finché dura.