Dietro ogni problema c’è un’opportunità”. Questa massima di Galileo Galilei mi sembra la filosofia giusta nell’affrontare la preparazione di un grande evento come una cerimonia olimpica.
Soprattutto quando si gioca in casa e, nemo propheta in patria, tutti sono pronti a giudicare.
Ben venga! E’ bello così: la pressione e il gusto dell’adrenalina sono ingredienti necessari, vitali e indispensabili per far germogliare quella scintilla di emozione e trasformarla in una grande fiamma di partecipazione, orgoglio e passione.
La stessa fiamma che verrà accesa a Milano e a Cortina, e che resterà accesa simbolicamente per tutta la durata dei Giochi.
Perché infatti si accende un fuoco? Nasce nell’antica Grecia come fuoco sacro che non distrugge: custodisce. E’ acceso, trasportato, protetto. Non esplode mai, ma persiste. Un fuoco che passa di mano in mano e non si spegne. Un fuoco che va mantenuto vivo: se lo lasci andare, muore. Come la democrazia, come la pace. Per questo il fuoco olimpico non celebra la vittoria, ma la possibilità di stare insieme nello stesso tempo, sotto la stessa luce, anche se veniamo da storie opposte.
Il fuoco come segno di energia e testimonianza di presenza è un rituale che arriva da lontano. Un segno di vita, come i fuochi attorno a cui si ritrovavano gli antichi per celebrare la propria comunità. Quel fuoco che dall’antica Grecia arriva fino a oggi, un fuoco che non è solo scenografia, ma è un patto simbolico tra passato e presente, tra nazioni diverse, sotto gli stessi ideali.
Storicamente le Olimpiadi sono sempre un’arena diplomatica e hanno sempre oscillato tra neutralità formale e messaggi politici impliciti o espliciti. La tensione tra spirito sportivo universale e interessi politici nazionali è un filo costante nella storia del movimento olimpico.
In Messico nel 1968, Tommie Smith e John Carlos alzarono il pugno guantato durante l’inno sul podio per denunciare le discriminazioni razziali negli Stati Uniti. Un gesto non previsto dallo spirito olimpico “apolitico”, ma che è rimasto giustamente nella storia.
Le Olimpiadi sono una celebrazione dell’umanità e dei suoi ideali migliori. Il primo ideale è la partecipazione: una società in cui l’individuo sente di poter partecipare vuol dire immaginare un mondo in cui ognuno può avere un posto. E’ un simbolo immenso, potente. E’ il senso ultimo della politica: la cittadinanza come relazione.
Le Olimpiadi rappresentano inclusione e speranza. Pace e riconciliazione. Questo è lo spirito con cui la cerimonia di inaugurazione di questa sera allo stadio San Siro a Milano è stata pensata e sono felice di poter dare il mio contributo artistico all’interno del grande team creativo guidato dall’esperienza pluriennale di Marco Balich, per la Fondazione Milano Cortina 2026.
Lavorare per la cerimonia olimpica ti mette a contatto con una varietà di competenze e di talenti. Per me personalmente è un grande regalo. Ma l’aspetto che più mi ha colpito in queste settimane di prove e allestimento, sono stati tutti i volontari che rendono questo evento unico. Volontari che ti ricordano come il calore umano è una cosa che non è in vendita, perché non ha prezzo!
Quello che nessuno racconta è il dietro le quinte della cerimonia. La preparazione. Le sale prove costruite al Parco dei Capitani, accanto allo stadio. E’ stato il nostro villaggio olimpico per questi due mesi di prove, con il freddo e la pioggia che ogni tanto venivano a risvegliarci.
Stasera sarò nella control room con tutto il team artistico a seguire ogni dettaglio della cerimonia: assieme a me Lida Castelli, Simone Ferrari, Lulu Helbek firmano come direttori creativi, oltre a Paolo Fantin per le scene, Massimo Cantini Parrini per i costumi, Andrea Farri per le musiche, Bruno Poet per le luci, e Annalisa Barbieri executive producer.
Il titolo della nostra cerimonia è “Armonia”. Una parola greca che nella sua etimologia significa unire, collegare, mettere insieme in modo appropriato.
Nella musica la parola armonia fa pensare subito all’accordo (un termine che vale sia sul pentagramma sia in un consiglio comunale o al Parlamento). Gli accordi vivono di una tensione interna, contengono note che “si scontrano” tra loro, funzionano come un muscolo che comprime e rilascia. La tensione armonica è ciò che fa “vivere” la musica. Ma all’inizio questa parola non aveva un significato musicale: indicava proprio l’atto di far combaciare parti diverse ed elementi differenti. Un equilibrio ottenuto senza eliminare le differenze: non uniformità, ma ordine nella diversità.
La diversità è quella innanzitutto delle oltre novanta nazioni che verranno nel nostro paese. I volti, le storie, le fatiche, le ambizioni, i sogni e i sacrifici di tutti gli atleti che aspettano questo momento che vale una carriera.
Le Olimpiadi nascono come tregua simbolica. In un mondo polarizzato, vedere paesi che competono secondo regole comuni e poi si stringono la mano ricorda che il conflitto non è l’unica forma di relazione possibile.
La cerimonia inaugurale rappresenta l’accoglienza. Gli atleti sfilano, i simboli nazionali sventolano nell’aria. Le Olimpiadi non risolvono i conflitti, ma creano occasioni di contatto, riconoscimento e dialogo.
Sandro Pertini, presidente della Repubblica dal 1978 al 1985, amava sinceramente lo sport, ma ne rifiutava l’uso politico o nazionalistico esasperato. Più volte ricordò che le Olimpiadi dovevano servire a unire i popoli, non a esibire potenza o superiorità. Se Pertini fosse vivo, probabilmente guarderebbe alle Olimpiadi contemporanee con attenzione ma anche spirito critico. Da un lato apprezzerebbe l’idea olimpica come incontro tra popoli e occasione di pace simbolica; dall’altro metterebbe in guardia dai rischi evidenti: l’esasperazione mediatica dei Giochi, la distanza tra valori olimpici e realtà sociale, gli enormi interessi economici che rischiano di ridurre l’evento in un enorme merchandising.
Pertini avrebbe chiesto che le Olimpiadi fossero al servizio dei cittadini, non di pochi poteri economici. Per questo il compito che spetta al nostro paese è quello di realizzare un programma olimpico credibile anche nei costi pubblici, nell’impatto ambientale e nella sua trasparenza: lo sport deve unire la società, non creare disuguaglianze.
Milano-Cortina sono città reali, montagne vere. Il futuro non è solo tecnologia e potere, ma territorio, cura, equilibrio. Per questo nel concepire e realizzare la cerimonia di apertura abbiamo dato valore all’aspetto umano dello show. Non aspettatevi un evento ipertecnologico, ma una serata dove il contatto di corpi che danzano in uno spazio simbolico, come un abbraccio avvolgente, farà sentire il gusto del nostro essere italiani.
Ci muove l’orgoglio di mostrare il valore e la bellezza del nostro paese, con la disciplina e il rigore che la preparazione di un grande evento mondiale richiede.
E con l’ironia, l’entusiasmo e il sorriso che ci contraddistinguono. Non siamo italiani per caso. Siamo sempre in qualche modo, anche se non lo sappiamo, anche se non vogliamo rendercene conto, i figli di quell’ingegno che trova l’opportunità dietro ogni problema. Evviva le Olimpiadi! Evviva il nostro stile italiano!