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La tempesta

La resistenza ucraina in un’opera d’arte

Gli artisti ucraini hanno trascorso quasi un anno a preparare l’esposizione della gigantesca struttura “Black Cloud” al Burning Man, l’evento artistico indipendente che si tiene ogni anno nel deserto americano, nello stato del Nevada. Oleksiy Sai ha creato una struttura di grandi dimensioni, dal peso di sette tonnellate e alta 15 metri, composta da 45 nuvole di tessuto nero sospese, che di tanto in tanto rumoreggiano: tuoni e lampi. E’ un segnale al mondo affinché si prepari al pericolo imminente, anziché rilassarsi e chiudere gli occhi davanti alle minacce. “Inizialmente, volevamo che questa nuvola volasse su dei droni, ma dopo aver provato tutte le opzioni, ci siamo resi conto che non era possibile”, racconta al Foglio Vitaliy Deynega, produttore generale del progetto. Esclusa l’opzione dei droni, lo scorso inverno, gli artisti hanno deciso di realizzare una struttura a terra, che poi hanno assemblato al Burning Man il 24 agosto, il giorno dell’Indipendenzadell’Ucraina. “Era uno degli oggetti più grandi del deserto, la gente veniva a vederla da ogni parte”, racconta Deynega. Il colore nero dell’opera d’arte contrastava con la sabbia chiara, attirava l’attenzione, “tutti erano curiosi di vedere di cosa si trattasse”. Ma la nuvola è durata soltanto dodici ore. Una tempesta forte, con violente raffiche di vento, ha lacerato i tessuti neri che rivestivano la struttura, sparpagliandoli nel deserto. Un altro incidente sembrava sul punto di fermare la partecipazione degli ucraini: DJ Tapolsky, un famoso dj ucraino e soldato delle Forze armate ucraine, avrebbe dovuto suonare proprio vicino alla nuvola, ma, arrivato al Burning Man, si è rotto una gamba. Sarebbe potuta essere una disfatta, ma gli ucraini si sono ripresi in fretta e hanno iniziato a domandarsi come fare per non perdere l’occasione e sfruttare il momento per lanciare il loro messaggio. “L’opzione della nuvola non era più fattibile, era irrealistico cucirla di nuovo”, dice Deynega. Poi è arrivato in loro soccorso un ricordo:  durante i preparativi del festival, usavano spesso la frase pronunciata da Sarah Connor, l’eroina del film “Terminator 2”: “Non esiste il destino, il destino è quello che noi ci creiamo”. Oleksiy Sai ha suggerito di tagliare a strisce i pezzi di tessuto nero raccolti nel deserto e di creare la scritta “No fate”, nessun destino, come se fosse stata scritta a penna su un foglio, ripassando più volte sopra ogni lettera. Gli americani, stupiti dalla resilienza degli ucraini, li hanno aiutati a montare la nuova installazione. “Ci ammirano perché non ci siamo arresi e non abbiamo ceduto”, racconta Vitaly Deynega parlando al telefono dal Nevada. DJ Tapolsky ha allestito il suo dj set, nonostante la gamba ingessata.

“La storia di Black Cloud conferma ancora una volta che, per quanto brutta possa essere la situazione, se ci si impegna al massimo, si può vincere”, sottolinea il produttore ucraino che racconta come alcuni partecipanti al Burning Man, le cui opere d’arte sono state completamente distrutte, non le hanno restaurate, e hanno preferito celebrare un funerale dell’arte. “Non abbiamo celebrato il nostro funerale ma, al contrario, siamo rinati”, dice Deynega.

Di ritorno dagli Stati Uniti, i creatori ucraini di Black Cloud hanno intenzione di ricomporre la gigantesca nuvola nera ed esporla in diverse città europee: dopo quanto accaduto al Burning Man, sarà tutto ancora più simbolico.