
Immaginiamo un paese che, dopo sedici anni di regime illiberale e liberticida, si ritrova, a pochi mesi dalla rivoluzione elettorale che gli ha restituito la democrazia, privo di una stampa quotidiana cartacea. Dieci anni fa, l’Ungheria, un paese di 9,5 milioni di abitanti, poteva contare su quattro quotidiani nazionali di contenuto politico: due controllati dal governo (Magyar Nemzet e Magyar Hírlap) e due vicini all’opposizione di sinistra (Népszabadság e Népszava). La chiusura brutalmente imposta dal governo al popolare Népszabadság, reo di aver messo alla berlina la corruzione di alcuni dignitari vicini al primo ministro, nell’ottobre 2016, aveva rappresentato un grave avvertimento sulla deriva autoritaria del sistema di Viktor Orbán. All’indomani delle trionfali elezioni del 2022, il governo Orbán ha deciso di sospendere la pubblicazione cartacea del piccolo Magyar Hírlap. Fino a poche settimane fa, i quotidiani politici rimasti erano due, ma il 29 maggio il gruppo Mediaworks, legato a doppio filo a Fidesz e all’ex governo, ma al tempo stesso proprietario dello storico giornale socialdemocratico Népszava, che vantava 153 anni di pubblicazione, ha deciso di interromperne la stampa da un giorno all’altro. La stessa Mediaworks ha poi annunciato di voler cessare le pubblicazioni anche dell’ultimo quotidiano politico nazionale rimasto sul mercato ungherese. Dal primo agosto, il Magyar Nemzet, pubblicato con poche interruzioni dal 1938, diventerà un settimanale. La crisi della carta stampata è ovviamente un fenomeno generale. Negli ultimi anni, i quotidiani menzionati vendevano dalle 3.000 alle 5.000 copie per i quotidiani governativi, fino alle 15.000 copie di Népszava, con un’erosione delle quote di mercato rapida e inarrestabile.
Qui, però, c’è dell’altro. Alla base di questi tagli ci sono l’esaurimento dei miliardi destinati alla pubblicità statale, il crollo dei sistemi di finanziamento dei media legati a Fidesz e le misure adottate dai commissari di bilancio distaccati presso le istituzioni statali. Nel periodo di massimo splendore, il portafoglio della Kesma (Fondazione per la stampa e i media dell’Europa centrale, creata nel 2018) includeva quasi 500 testate giornalistiche (quotidiani, giornali provinciali, settimanali, siti web, emittenti radiofoniche e televisive): un impero mediatico senza eguali in Europa e non solo.
In seguito alle elezioni del 12 aprile, il sistema mediatico costruito da Orbán negli ultimi decenni si è disintegrato con una rapidità che ha sorpreso persino gli addetti ai lavori. Con l’estate della rinascita democratica, l’Ungheria rischia di ritrovarsi senza quotidiani e con un’informazione televisiva ridotta all’osso. Come interpretare questo paradosso?
A partire da maggio, centinaia di giornalisti, propagandisti, influencer e redattori di giornali locali, siti web e pagine di comunicazione politica hanno ricevuto lettere di licenziamento dai rispettivi datori di lavoro. Un numero ancora maggiore le riceverà a breve, in quanto, con l’approvazione della nuova legge sull’informazione, la ristrutturazione del panorama mediatico ungherese raggiungerà Mtva, la holding che controlla il sistema radiotelevisivo pubblico. A partire dal 2011, Mtva aveva accentrato nelle mani di un consiglio d’amministrazione monopartitico non solo la radiotelevisione pubblica, ma anche l’unica agenzia di stampa nazionale, la Mti. Nel corso degli anni, Mtva era diventata un mostro in termini di costi (400-450 milioni di euro annui) e uno strumento di propaganda martellante, detestato da una fetta crescente della popolazione come uno dei simboli più oppressivi del sistema. Dopo le elezioni, l’intero sistema radiotelevisivo ha cercato goffamente di cambiare il proprio orientamento politico per ingraziarsi i nuovi dominatori, ma il primo ministro Péter Magyar non si è lasciato commuovere. Il 23 giugno, il Parlamento di Budapest ha approvato a larga maggioranza la decadenza del vecchio cda e la radicale ristrutturazione della radiotelevisione pubblica, accompagnata da un taglio drastico del personale.
Sotto la direzione della commissaria ministeriale Judit Grósz, esperta di mercato della comunicazione e di transizione digitale, sta per insediarsi una direzione provvisoria dei media pubblici che avrà il compito di effettuare una revisione contabile e professionale per “fare luce sul funzionamento dei media pubblici in passato”. Secondo Grósz, sotto la precedente gestione, i media statali hanno utilizzato ingenti fondi pubblici per servire il potere politico. “Dobbiamo quindi restituire i media pubblici a chi ne ha diritto: il popolo ungherese”, ha sottolineato. “Proprio per questo riteniamo importante avviare un dialogo con gli operatori del settore e con la società. Poiché i media pubblici appartengono alla collettività, i cittadini hanno il diritto di decidere del loro futuro”, ha scritto il ministro della Cultura e del Dialogo sociale Zoltán Tarr.
Dietro al dibattito sull’assetto del nuovo sistema radiotelevisivo e alla malinconica scomparsa dei quotidiani cartacei si cela un elemento di riflessione che va oltre il caso specifico. L’estremo controllo imposto da Orbán sui media tradizionali ha costretto quelli indipendenti e/o di opposizione a migrare su piattaforme digitali. Negli ultimi anni, milioni di ungheresi hanno abbandonato i media “ufficiali” per una miriade di progetti editoriali che, come nel caso del canale YouTube Partizán, attivo dal 2018, sono riusciti a trasformare una parte consistente del pubblico in consumatori di podcast. Come afferma orgoglioso Márton Magyar, creatore della start-up mediatica di successo Kontroll e, non da ultimo, fratello del primo ministro, “l’Ungheria è oggi all’avanguardia in Europa nella produzione di contenuti informativi a basso costo e di facile fruizione”. E’ davvero giunto il momento di dire addio alla vecchia tv generalista? E’ possibile (ri)costruire la democrazia senza quotidiani cartacei? L’evoluzione politica dell’Ungheria fornirà indicazioni utili al campo liberaldemocratico su entrambe le sponde dell’Atlantico.