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Conversazione con Bill Kristol

L’America pensa di essere più forte senza Europa, ma non è vero

Bill Kristol parla sul palco durante il panel “The Future of American Conservatism” nell’ambito dell’Atlantic Festival 2024, il 19 settembre 2024 a Washington, DC. (Foto di Tasos Katopodis/Getty Images per The Atlantic)

La relazione transatlantica, pilastro della sicurezza occidentale negli ultimi ottant’anni, “è entrata in una nuova fase, e non è una buona fase”, dice Bill Kristol, intellettuale neoconservatore che oggi anima, attraverso l’organizzazione Defending Democracy Together e il vivacissimo sito The Bulwark, il mondo NeverTrump: “Al di là degli alti e bassi, esisteva un legame fondamentale di interessi e valori comuni, la consapevolezza che fosse necessario preservare l’ordine del dopoguerra e che Stati Uniti ed Europa dovessero lavorare insieme. Gli Stati Uniti erano l’àncora di quell’ordine, e l’Europa era un partner importante. Quell’accordo di fondo si è spezzato a causa degli Stati Uniti”. La relazione transatlantica sta subendo un cambiamento significativo: per alcuni le tensioni attuali sono esagerate, altri le vedono come l’inizio di una separazione duratura. Per Kristol, Donald Trump  ha abbandonato la tradizionale politica estera repubblicana e per questo, dice, “non mi definisco più molto conservatore: il conservatorismo americano che avrei difeso era antinazista e antiputiniano”. Da quando è tornato alla Casa Bianca, Donald Trump ha parlato di conquistare la Groenlandia, ha minacciato dazi contro gli alleati, figure di spicco nell’orbita presidenziale hanno parlato del declino della civiltà europea e alcuni intorno a lui hanno manifestato pubblica simpatia per l’Alternativa per la Germania (AfD), un partito di estrema destra che maniene legami con Mosca e ha posizioni antiamericane e antiNato. Per quel che riguarda la difesa dell’Ucraina, l’Amministrazione Trump si è mostrata molto aperta al dialogo con Vladimir Putin, sfuggente con gli ucraini e sprezzante con gli europei. “Il modo con cui gli Stati Uniti considerano gli alleati europei come nazioni da intimidire anziché partner con cui lavorare mi lascia sbalordito”, dice Kristol, “e la questione della Groenlandia non va ignorata o minimizzata. Minacciare un alleato? Questo non è trattare un paese come alleato. Uno dei più grandi errori di Trump è sopravvalutare enormemente la potenza americana senza alleati, senza l’Europa. Il presidente pensa che gli Stati Uniti possano fare quello che vogliono, dove vogliono. Ma non è così. Non siamo così forti, e il popolo americano non è favorevole a interventi ovunque. Si potrebbe, in teoria, tentare di fare i bulli con il resto del mondo, ma allora bisogna davvero essere potenti. Lo siamo, ma non fino a quel punto”.

Il dibattito sull’alleanza transatlantica è anche, in parte, un dibattito all’interno della destra americana sul ruolo dell’America nel mondo. La tradizione interventista, rappresentata per decenni da figure come Kristol, è stata messa da parte da un nazionalismo populista che tratta con sospetto le alleanze tradizionali del dopo Guerra fredda. Nel frattempo, molti esponenti della destra che sostengono Trump e sono falchi su questioni come la difesa e la sicurezza sono comunque a disagio per certe scelte politiche. Questa tensione interna ha conseguenze reali per i governi europei che si interrogano sul fatto che questa sia una fase transitoria o invece duratura. “Non credo che si potrà tornare facilmente alla normalità”, sostiene Kristol, “sarà necessario sconfiggere Trump e dare la chiara sensazione che l’America non rischi di ricadere in futuro nel trumpismo. Ci vorrà molto lavoro. E’ uno choc enorme per il sistema, e molto sfortunato, perché preservare queste alleanze è già di per sé molto difficile”. La carriera di Kristol abbraccia l’intero arco dell’ordine liberale che oggi piange. E’ stato chief of staff del vicepresidente Dan Quayle durante l’Amministrazione Bush sr, quando il crollo dell’Urss sembrava aver risolto definitivamente la questione della sicurezza europea. Ha cofondato il Weekly Standard, che per oltre vent’anni ha orientato il pensiero conservatore sull’espansione della Nato, sulla promozione della democrazia e sulla leadership globale americana. Per circa tre decenni dopo la Guerra fredda, quell’ordine ha tenuto, s’è diffusa la convinzione che la guerra fosse una cosa del passato, e anche quando la Russia ha invaso la Georgia nel 2008 e l’Ucraina nel 2014, i leader transatlantici hanno trattato quei fatti come deviazioni episodiche. L’illusione della pace ha iniziato a dissolversi nel 2022, quando la Russia ha invaso su larga scala l’Ucraina. “Dall’invasione dell’Ucraina in poi, l’Europa si è mossa nella direzione di rafforzare la Nato e l’alleanza, lavorando insieme in modo davvero impressionante”, dice Kristol: “L’Europa ha fatto più di quanto mi aspettassi, e per questo è particolarmente tragico che gli Stati Uniti le stiano voltando le spalle, allontanandosi da una relazione fondamentale, comportandosi come un bullo”.

Per i trumpiani, l’America ha sostenuto una quota sproporzionata dell’onere collettivo, mentre gli europei hanno dato per scontata la protezione americana. Pur riconoscendo che il continente debba prendere sul serio la propria difesa, Kristol ritiene inaccettabile il modo in cui l’Amministrazione tratta gli alleati: “Tutti pensano che l’Europa abbia approfittato degli Stati Uniti in termini di difesa. E c’è un fondo di verità in questo, ma Trump sottovaluta enormemente quanto abbiamo beneficiato dell’ordine mondiale del dopo 1945. Cosa succede quando le persone smettono di fidarsi di quell’ordine, in termini di sicurezza, ma anche per la finanza, per il dollaro?”. Secondo Washington è stata proprio la pressione di Trump a generare la mobilitazione europea che Kristol elogia, e che decenni di diplomazia cortese non erano riusciti a ottenere. “Sono contento che l’Europa stia aumentando le spese per la difesa – dice – e Trump potrebbe aver avuto un ruolo marginale in questo, ma a che prezzo? Dal punto di vista europeo, ha senso mantenere operative le parti dell’alleanza che ancora funzionano, il più a lungo possibile. Ma l’Europa deve davvero riflettere sulla propria posizione, deve affermarsi come soggetto collettivo, e gli sforzi intraeuropei devono essere il più solidi possibile. Deve trattare con gli Stati Uniti da una posizione di parità, nei limiti del possibile”.

Una delle sfide più grandi è gestire la percezione della minaccia russa, che è molto diversa in Europa. Ma la dimensione geografica, la vicinanza o no alla Russia, non dovrebbe pesare, dice Kristol, “gli europei non dovrebbero voler vivere in un mondo in cui Putin può conquistare i propri vicini. L’Italia non è sotto minaccia immediata, ma un mondo del genere non è piacevole, non è favorevole alla democrazia liberale. Abbiamo imparato nel Ventesimo secolo che queste minacce possono diffondersi più rapidamente di quanto si pensi”.

Quindi, siamo di fronte a un divorzio transatlantico? Kristol pesa le parole, “direi che siamo tra una disfunzione e un divorzio, o almeno una separazione, una separazione vera, in cui le parti devono ripensare il rapporto da capo, senza potersi limitare a risistemare le cose com’erano prima”.