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Un'avventura straordinaria

L’arte di vivere europea, ispirata a Jean Monnet

L’economista e politico Jean Monnet (1888-1979), che contribuì a istituire il Mercato Comune, mentre trasmette un discorso alla radio (Getty)

Il dramma dell’Europa è di aver reso Jean Monnet noioso. Questo personaggio favoloso, che ha attraversato il mondo per decenni, vivendo avventure incredibili e perseguendo instancabilmente l’ideale folle di un’Europa unita, è stato trasformato in un riferimento impolverato, un padre fondatore impagliato, buono da citare in tutti i discorsi più convenzionali sullo stato dell’Unione.

Nel corso della prossima ora cercherò innanzitutto di restituire a Jean Monnet la follia che gli appartiene, ripercorrendo alcuni episodi della sua vita.

In seguito, tenterò di esplorare la sua eredità e cosa significhi per noi, oggi, l’esempio di Jean Monnet.

Uno dei rari aspetti positivi del periodo buio che stiamo attraversando è che comprendiamo la storia, la sentiamo nel più profondo di noi stessi.

In passato leggevamo le cronache della prima metà del Novecento e ci sembravano lontane, come qualcosa di tragico e superato. Le studiavamo con una sorta di distacco, come se non ci riguardassero direttamente. Oggi, al contrario, leggiamo il racconto di quegli eventi attraverso la voce dei testimoni di quell’epoca, e vibriamo insieme a loro, perché la loro condizione è anche la nostra.

Ormai comprendiamo, più ancora: sentiamo, cosa intendesse dire Stefan Zweig quando scriveva nel 1936:

“Raramente l’atmosfera del mondo, e della nostra vecchia Europa in particolare, è stata così avvelenata dalla diffidenza, dalla disunione e dalla paura. Ogni mattina si afferra febbrilmente il giornale, e lo si ripone con un sospiro di sollievo quando non è successo nulla di particolarmente pericoloso. La diffidenza verso i vicini è diventata a poco a poco un fenomeno patologico in molti popoli; ovunque le frontiere si chiudono timorose, giorno e notte le fabbriche d’Europa lavorano per creare, dopo venti secoli di magnifiche realizzazioni in ogni campo della cultura, i più impressionanti e geniali strumenti di distruzione.”

Questo sospiro di sollievo del mattino, quando accendendo il telefono scopriamo che non è successo nulla di particolarmente pericoloso sulla scena del mondo durante la notte: oggi lo conosciamo bene.

Ma se dobbiamo subire, sentire nella nostra carne il lato più oscuro della storia, forse possiamo anche rendere omaggio e comprendere meglio che mai gli uomini e le donne che hanno saputo opporsi alle tenebre. Tutti coloro che, dopo la Seconda guerra mondiale, hanno gettato le basi di uno dei più lunghi periodi di pace e prosperità della storia dell’umanità.

L’avventura

Jean Monnet è uno di loro. E forse, tra tutti, quello il cui esempio è più essenziale. Ma perché possa ispirarci, bisogna innanzitutto liberarlo dallo strato di pomposità e retorica di cui è stato ricoperto negli ultimi decenni.

E per farlo, il modo migliore forse non è partire dal ruolo centrale che ha svolto nella costruzione dell’Europa, né dai risultati quasi incredibili che hanno segnato il suo percorso di statista e costruttore visionario, ma piuttosto da alcuni episodi più intimi.

Ne citerò tre.

Il primo ci riporta al 1906. Jean Monnet ha diciotto anni. Due anni prima ha lasciato Cognac e i suoi studi per un apprendistato nella City di Londra; eccolo ora inviato in Nord America come rappresentante dell’azienda di famiglia. Sbarca prima in Canada, poi attraversa l’Ovest americano. Vi scopre un mondo senza limiti, dove l’Europa sembra già lontana, quasi insignificante.

Un giorno arriva in una fattoria in mezzo al nulla. Cercando di raggiungere una fattoria di coloni scandinavi, grandi consumatori di cognac, chiede a un fabbro quali siano i mezzi di trasporto. Senza interrompere il proprio lavoro, l’uomo gli risponde che non ce ne sono, poi, indicando un cavallo, gli propone semplicemente di prenderlo e di riportarlo poi nello stesso posto. Questa fiducia gli appare naturale.

“Ero lontano da Cognac e dai paesi di diritto scritto — commenta Jean Monnet nelle sue Memorie. In America ritrovavo ovunque quell’impressione che, là dove lo spazio non era limitato, anche la fiducia non conoscesse limiti”.

Monnet affronta la difficoltà come farà sempre: allargando il quadro.

Per quasi otto anni percorre così il mondo — Nord America, Scandinavia, Russia, Egitto. Alla stabilità quasi immobile della società europea si aggiunge, nel suo spirito, il dinamismo di un mondo in espansione.

Il secondo episodio appartiene alla vita privata, ma è a suo modo altrettanto rivelatore. Nel luglio 1934, Jean Monnet lascia Shanghai, dove esercita come banchiere d’affari ed è vicino a Chiang Kai-shek, per raggiungere Mosca. Vi ritrova Silvia Giannini, che ha conosciuto cinque anni prima: un colpo di fulmine immediato, ostacolato da un problema importante, poiché lei è allora sposata e il divorzio è praticamente impossibile nell’Europa dell’epoca.

Monnet affronta la difficoltà come farà sempre: allargando il quadro.

L’unico paese dove il divorzio è allora accessibile è l’Unione Sovietica. I due si danno dunque appuntamento lì — lui proveniente dall’Estremo Oriente, lei dalla Svizzera, dove vive con suo figlio. Nel giro di pochi giorni, Silvia diventa cittadina sovietica, ottiene il divorzio, poi si sposano senza indugio prima di ripartire. Monnet evocherà più tardi questo episodio come “il più bell’affare della sua vita”. La loro unione durerà quarantacinque anni, fino alla morte di Silvia nel 1979, e costituirà per lui un punto d’ancoraggio essenziale.

Il terzo episodio non appartiene più alla sfera intima, ma illustra, in modo spettacolare, l’ampiezza della sua influenza. Nel dicembre 1940, Franklin D. Roosevelt pronuncia un celebre discorso radiofonico, in cui presenta gli Stati Uniti come “l’arsenale della democrazia”. L’espressione è di Jean Monnet.

Arrivato a Washington pochi mesi prima, dopo il crollo della Francia, si è già imposto come interlocutore centrale in seno all’amministrazione americana. Una nota del Dipartimento di Stato lo definisce allora “il maestro di pensiero della nostra difesa”.

Nei due anni successivi svolge un ruolo decisivo nell’elaborazione del Victory Program (“Programma per la vittoria”). Pur non essendo lui stesso un tecnico, impone un metodo: valutare con precisione i bisogni militari, confrontarli con le capacità industriali e far emergere il divario. Monnet si batte instancabilmente per una logica dell’abbondanza — meglio, dice, diecimila carri armati di troppo che uno solo di meno. Contribuisce così a convincere l’amministrazione Roosevelt a raddoppiare i propri obiettivi di produzione.

Questo processo sfocia nel messaggio inviato da Roosevelt al Congresso il 6 gennaio 1942, che fissa obiettivi industriali di ampiezza senza precedenti. Meno di un mese dopo essere entrati in guerra, gli Stati Uniti hanno avviato lo sforzo produttivo decisivo. Keynes affermerà più tardi che Monnet ha “accorciato la guerra di un anno”.

Gli esempi di questo tipo potrebbero moltiplicarsi. Ma da soli bastano a dare un’idea di una personalità e di un percorso del tutto fuori dal comune. Di un cosmopolitismo folle — e follemente avventuroso.

L’avventura, secondo Giorgio Agamben, è ciò che fa emergere qualcosa o qualcuno, ciò che forgia un’identità, ciò che dà un nome: “L’avventura è l’essere in quanto accade”. All’inizio del Racconto del Graal di Chrétien de Troyes, prima di partire, l’eroe non ha nome. Solo alla fine apprenderà di chiamarsi Perceval il Gallese.

La vita di Jean Monnet è un’avventura. Ma lo è anche la sua opera, la sua opera principale, l’Europa così come la conosciamo oggi.

Non si tratta di proclamare l’unità europea, ma di renderla necessaria, concreta, quasi inevitabile.

Non ripercorreremo qui l’intera traiettoria. Ma, anche in questo caso, tre momenti — tre vere e proprie avventure — bastano a capire perché Jean Monnet sia arrivato a essere considerato uno dei padri dell’Unione europea.

Il primo si colloca nel 1914, agli albori della Grande Guerra. Jean Monnet ha ventisei anni. Non ricopre alcuna funzione ufficiale, non rappresenta che sé stesso, e può far valere solo un’esperienza acquisita sul campo, nel corso dei suoi viaggi. Riformato, decide di servire in altro modo. Un’evidenza si impone a lui: è assurdo che Francia e Gran Bretagna, alleate contro la Germania, organizzino separatamente i propri approvvigionamenti di materie prime. L’intuizione è semplice; la sua realizzazione, altamente improbabile. Eppure, in piena battaglia della Marna, Monnet riesce a incontrare il presidente del Consiglio, René Viviani, e a convincerlo della necessità di un coordinamento stretto tra i due paesi. Inviato a Londra, si dedica fino alla fine della guerra a questo compito di organizzazione e razionalizzazione, in una relativa oscurità. Questa azione non è per questo meno decisiva: contribuisce a dare allo sforzo alleato la coerenza materiale senza la quale la vittoria sarebbe stata compromessa.

Il secondo episodio si svolge nel giugno 1940. La sconfitta francese sembra inevitabile. Monnet, che rifiuta l’evidenza della resa, riprende in proprio un’idea al tempo stesso audace e disperata: quella di un’unione immediata e totale tra Francia e Regno Unito. In una nota intitolata Anglo-French Unity, propone la fusione dei due Stati: un solo governo, un solo Parlamento, un solo esercito.

Contro ogni aspettativa, riesce a convincere Churchill, il suo gabinetto, e il generale de Gaulle, allora a Londra. Il 16 giugno, de Gaulle detta lui stesso il testo per telefono a Paul Reynaud. Per alcune ore, l’ipotesi di una sovranità condivisa, nata nell’urgenza più estrema, appare come una possibilità reale. Ma, la sera stessa, Reynaud viene sostituito dal maresciallo Pétain, che sceglie la via dell’armistizio. Il progetto svanisce all’istante. Non per questo cessa di essere un precedente sorprendente: l’idea che le nazioni europee possano, se le circostanze lo richiedono, arrivare a unirsi politicamente per affrontare il proprio destino.

Infine, il momento decisivo. Nel 1950, Jean Monnet propone a Robert Schuman di mettere in comune con la Germania la gestione del carbone e dell’acciaio. Il Trattato di Parigi del 1951, che fonda la Comunità europea del carbone e dell’acciaio, dà corpo a questa intuizione. Per la prima volta, sei Stati accettano di trasferire una parte della propria sovranità a un’autorità comune, indipendente, incaricata di organizzare un settore chiave della loro economia. La scelta del carbone e dell’acciaio non è casuale: si tratta delle stesse risorse che avevano alimentato le guerre europee. Metterle sotto una gestione comune equivale a rendere non solo impensabile, ma materialmente impossibile, un nuovo conflitto tra Francia e Germania.

In politica, la noia è un’arma temibile.

È a questo punto che Jean Monnet entra pienamente nella storia. Ma è qui che si annida anche il grande paradosso di Jean Monnet e della costruzione europea: un’avventura straordinaria che sfocia nel suo contrario, la noia. Non per caso, ma per strategia.

Alla fine della Seconda guerra mondiale, alcuni pensano che sia necessario unire l’Europa. Fanno grandi dichiarazioni, appelli, organizzano conferenze. Jean Monnet non ne fa parte. Quando, nel 1948, Churchill tenta di lanciare il progetto degli Stati Uniti d’Europa all’Aia, Monnet non vi si reca. Per lui non si tratta di proclamare l’unità europea, ma di renderla necessaria, concreta, quasi inevitabile, ancorandola a interessi materiali condivisi.

È qui, credo, che risiede il vero genio di Jean Monnet. La noia europea non è frutto del caso, ma di un progetto politico preciso — e illuminato. All’indomani della Seconda guerra mondiale, Monnet comprende che l’unione è al tempo stesso indispensabile e impossibile. Indispensabile per impedire che la storia dei conflitti fratricidi si ripeta all’infinito. E impossibile perché le popolazioni, nonostante tutto, non la vogliono. Del resto, anche negli anni successivi, gli aderenti al Movimento federalista europeo non superarono mai le 250.000 unità.

Ecco perché Monnet decide di percorrere un’altra strada: quella degli accordi tecnici. Prima sul carbone e sull’acciaio, poi su una gamma sempre più ampia di settori, fino a creare una rete inestricabile di relazioni e interessi comuni, che trasforma l’Unione europea in un fatto compiuto, una costruzione tecnocratica dotata di una propria logica implacabile.

In politica, la noia è un’arma temibile. Se si riesce a rendere un argomento così noioso che tutti se ne disinteressano, si può allora fare ciò che si vuole. Lo scrittore americano David Foster Wallace racconta ne Il re pallido come i repubblicani abbiano costruito negli Stati Uniti una società a due velocità, favorendo l’arricchimento senza limiti di alcuni e scavando le disuguaglianze attraverso la politica fiscale. E scrive: “La vera ragione per cui i cittadini americani non avevano — e tuttora non hanno — coscienza di questi conflitti, di queste trasformazioni e di ciò che vi è in gioco, è che l’intera questione della politica e dell’amministrazione fiscale è noiosa. Massicciamente, spettacolarmente noiosa…”

È così che la noia e l’apatia diventano una sorta di strumento politico.

È stato così per l’Europa dei funzionari, almeno fino a Maastricht e, in parte, fino ai giorni nostri. Bisogna togliersi il cappello davanti a loro: sono riusciti a nascondere una delle epopee politiche più esaltanti della storia dietro una serie infinita di regole sul colore dei giubbotti di salvataggio e sul diametro delle pizze.

Di fronte ai predatori

L’Unione europea è senza dubbio il più bel progetto politico dell’ultimo secolo: il primo tentativo, nella storia, di costituire un insieme sovranazionale in tempo di pace, senza armi né minacce, sulla base dell’adesione libera dei popoli. Nessun altro progetto politico è più esaltante; eppure, nel corso degli ultimi settant’anni, l’Europa non si è costruita con grandi discorsi. Si è costruita tessendo una rete sempre più fitta di regole, che hanno portato a un’integrazione sempre più forte del nostro continente.

Questa strategia ha conosciuto un successo che ha superato tutte le aspettative più ottimistiche.

Il problema, oggi, è che il mancato rispetto delle regole è diventato, un po’ ovunque, il mezzo più rapido per conquistare il potere e il più sicuro per conservarlo. “La prima cosa da fare è uccidere tutti gli avvocati”, dice Shakespeare. O meglio, Dick il Macellaio in Enrico VI, quando si pone la domanda su quale sia la prima iniziativa da prendere al momento della rivolta. Oggi, tale è il programma di tutti i predatori che vogliono liberarsi di ogni freno al proprio potere: i leader nazional-populisti, gli autocrati sfrontati, i nuovi oligarchi della tecnologia.

Di fronte a questa situazione, gli europei che si indignano, che alzano grandi grida trattando i propri nemici da ignoranti e barbari, fanno pensare a quell’imperatore persiano che, secondo Erodoto, ordinò ai suoi soldati di frustare il mare per punirlo di aver ostacolato i suoi progetti.

Non serve a nulla limitarsi a denunciare i predatori che ci circondano e che fondano il proprio successo sul mancato rispetto delle regole. Bisogna comprendere la forza di questo modello.

In società come le nostre, una parte crescente dei cittadini ha, a torto o a ragione, la sensazione che il sistema sia bloccato, che i problemi restino sempre gli stessi e che votare per questo o quel politico non cambi assolutamente nulla. In un simile contesto, i predatori irrompono proponendo una vera e propria forma di miracolo.

In teologia, il miracolo corrisponde all’intervento diretto di Dio, che aggira le regole normali dell’esistenza terrena per produrre un fatto straordinario; la logica di Trump e degli altri leader nazional-populisti è la stessa. Infrangere le regole — e molto spesso le leggi — pretendendo di produrre un impatto sui problemi che affliggono i loro elettori.

Il momento richiede agli europei la capacità di reinventarsi, e non soltanto quella di difendersi. Ecco perché abbiamo di nuovo bisogno di Jean Monnet. Cosa avrebbe fatto, al nostro posto?

Di fronte a questo tipo di offensiva, la risposta di chi si limita a invocare il rispetto delle regole e delle procedure rischia di apparire debole. Non perché non sia giusta. È evidente che senza il rispetto delle regole e delle procedure non può esserci né democrazia, né Stato di diritto, e tanto meno la costruzione europea così come è stata concepita finora. Tutti coloro che si sforzano di proteggere la democrazia o di difendere l’Europa hanno dunque ragione.

Ma il loro sforzo non può limitarsi a questo. Perché rischiamo di dare una risposta formale a una sfida di fondo. I cittadini chiedono che i loro problemi vengano risolti, non che le forme vengano rispettate.

I leader populisti si concentrano sulla sostanza, o almeno fingono di farlo. Promettono di risolvere i veri problemi della gente: la criminalità, l’immigrazione, il costo della vita. Se i liberali, i progressisti, i buoni democratici e i pro-europei si trincerano unicamente dietro la difesa di forme e istituzioni giudicate inefficaci da una parte sempre più ampia degli elettori, sono destinati a essere spazzati via.

Il momento richiede agli europei la capacità di reinventarsi, e non soltanto quella di difendersi.

Ecco perché abbiamo di nuovo bisogno di Jean Monnet. Cosa avrebbe fatto, al nostro posto?

Non si tratta di una domanda retorica. Credo che lui stesso l’avrebbe apprezzata, perché era un essere interamente proiettato in avanti: solo il futuro lo interessava. È anche per questo motivo che non voleva nemmeno pubblicare le sue Memorie (il che sarebbe stata una perdita terribile…). “Si potrebbero concepire delle Memorie che evocassero il futuro?”, avrebbe chiesto al suo amico, lo storico Jean-Baptiste Duroselle.

Ma, se non si tratta di una domanda retorica, bisogna evitare di rispondervi con un cliché: “Se dovessi ricominciare, comincerei dalla cultura”. Innanzitutto perché Monnet non ha mai pronunciato questa frase in questa forma. E poi è errata: la strategia di Monnet era quella giusta; se avesse cominciato dalla cultura, non sarebbe mai arrivato dove è arrivato.

La vera lezione di Jean Monnet è più complessa. Il metodo Monnet si basa su tre elementi principali. Innanzitutto, una visione molto chiara e straordinariamente ambiziosa, che guida costantemente ogni sua azione. André Bazin avrebbe detto che i cattivi registi non hanno alcuna idea, i bravi ne hanno tante, ma i grandi ne hanno una sola. Jean Monnet ha una grande idea: l’unione tra i popoli e, in particolare, l’unione tra i popoli europei.

Monnet è l’uomo più pragmatico del mondo, ma ciò che alimenta il suo pragmatismo è un ideale tra i più nobili: gli Stati Uniti d’Europa.

Il secondo aspetto dell’azione di Monnet risiede in una capacità quasi divinatoria di trovare, in ogni situazione, anche la più disperata, il punto preciso su cui far leva per innescare una dinamica virtuosa.

Per riuscirci occorre una competenza tecnica, che Monnet coltivava soprattutto grazie allo straordinario circolo di collaboratori di cui si è circondato per tutta la vita. I suoi subordinati lo adoravano. Procurava loro l’ebbrezza di sentirsi al centro dell’azione e di segnare la storia.

Negli ultimi decenni, il pro-europeo è diventato un essere di prudenza e non di conquista, il che ha permesso ai suoi avversari di usurpare il cambiamento, mentre in realtà propongono solo un pernicioso ritorno al passato.

Monnet non è un tecnocrate, ma parte sempre da una leva tecnica, concreta, sapendo che se riesce ad azionarla, tutto il resto può derivarne. All’inizio degli anni Cinquanta, il carbone e l’acciaio sono stati chiaramente quella leva, la scintilla che ha innescato una reazione a catena proseguita fino ai giorni nostri.

Terzo punto: Jean Monnet si sporca le mani. Non si accontenta di coltivare una visione ampia e di individuare la soluzione tecnica precisa. Si mobilita, con tutta la forza della sua energia e della sua intelligenza tattica, appoggiandosi alla sua immensa rete di relazioni in tutto il mondo, per far avanzare le cose. E non si ferma finché non vi è riuscito, o almeno finché non ha esaurito tutte le strade per riuscirci.

La storia dei due anni che separano la presentazione del piano Schuman dalla ratifica del trattato istitutivo della Comunità europea del carbone e dell’acciaio dovrebbe far parte delle materie obbligatorie per ogni studente di scienze politiche. Ne emerge un Jean Monnet che, come si dice in Italia, sarebbe capace di mettere d’accordo due sedie vuote, tanto sono notevoli i suoi talenti diplomatici e la sua capacità di adattarsi costantemente alle circostanze per raggiungere il proprio obiettivo. Per restare nella metafora del grande regista, un po’ come Fellini quando riscriveva la sceneggiatura dei suoi film più grandi durante le riprese.

È questa incredibile combinazione di visione, competenza tecnica e capacità di esecuzione che fa di Jean Monnet una personalità del tutto eccezionale.

Come avrebbe detto Alexandre Kojève, gli unici pensatori che contano da un punto di vista storico sono quelli il cui pensiero si è incarnato in istituzioni. Jean Monnet è uno di loro. Era solito dire di non aver mai esercitato una funzione che non avesse lui stesso creato.

Se decidessimo di applicare la lezione di Jean Monnet alla nostra epoca, dovremmo dunque affrontare questi tre fronti contemporaneamente: la visione, la leva e l’esecuzione.

Innanzitutto, dal punto di vista della visione, la sfida posta dai predatori — se accettiamo di considerarla da un’angolazione positiva, il che è certamente difficile, ma necessario se si vuole davvero combatterli invece di limitarsi a fingere di farlo — consiste, dicevo, nell’allargare il campo del possibile. In fondo, è qui che risiede tutto il fascino di Trump.

“Dite che è impossibile? Ebbene, vi dimostrerò che non lo è, al punto da farlo davvero.” Ora, è chiaro che molti dei loro miracoli falliscono, ed è chiaro che, dal nostro punto di vista, i Putin, i Trump eccetera allargano soprattutto il campo del peggio.

Ma resta il fatto che questa dilatazione della sfera del possibile va presa sul serio. Se tutte le trasgressioni che commettono sono possibili, deve certamente essere possibile anche per gli europei essere più ambiziosi.

Sta solo a noi riscoprire il lato epico della costruzione europea.

Non credo sia un caso che, oggi, europei noti per il loro realismo invochino sempre più spesso, e con determinazione, gli Stati Uniti d’Europa. Arrivati a questo punto del nostro percorso, è chiaro che abbiamo la scelta tra fare marcia indietro o varcare una soglia, impegnandoci risolutamente sulla via del federalismo ideale e pragmatico che Mario Draghi ci indica ormai da tempo.

Negli ultimi decenni, il pro-europeo è diventato un essere di prudenza e non di conquista, il che ha permesso ai suoi avversari di usurpare il cambiamento, mentre in realtà propongono solo un pernicioso ritorno al passato. Gli Stati Uniti d’Europa restano, a mio avviso, l’unica risposta all’altezza delle sfide attuali, l’unica rivoluzione che — come scriveva Jean Monnet — “vuole permettere una nuova fioritura della nostra civiltà, e un nuovo rinascimento”.

Oggi, ciascuno di noi può mettersi al volante e percorrere tremila chilometri fino a Tallinn senza attraversare una sola frontiera e senza cambiare moneta. Un miracolo inimmaginabile se si pensa alla storia che ci ha preceduto. Oggi sta solo a noi riscoprire il lato epico della costruzione europea.

Si tratta, certo, di una posizione minoritaria. Ma nel nuovo ecosistema dell’informazione, sono gli estremi a generare energia. Lo si è visto con l’estrema destra, che, partendo da una base molto minoritaria, è riuscita a far pendere la situazione a proprio favore. Anche i pro-europei devono essere capaci di muoversi in questo contesto. Ecco perché abbiamo bisogno di una minoranza di attivisti che tenga vivo il sogno degli Stati Uniti d’Europa.

Ci vorrà tempo, ci arriveremo poco a poco, per coalizioni di volenterosi, come è stato finora, ma è un orizzonte che non dobbiamo perdere di vista.

Il carbone e l’acciaio di oggi sono il digitale e l’intelligenza artificiale: si tratta di trovare il modo di collocarli al centro della reinvenzione dell’Europa.

Secondo punto. Mirare bene, trovare il punto cruciale da cui discendono tutti gli altri. All’inizio degli anni Cinquanta, Monnet parte dal carbone e dall’acciaio perché sono il nerbo della guerra. Oggi l’equivalente è evidente: si tratta del digitale e, ancor più, dell’intelligenza artificiale.

Uno dei sociopatici più potenti e inquietanti della Silicon Valley, Marc Andreessen, ha pubblicato quindici anni fa il suo manifesto intitolato “Software Is Eating the World”, “il software divora il mondo”. La sua tesi era che, a poco a poco, l’avanzata del digitale avrebbe conquistato tutte le sfere dell’attività economica e dell’attività umana tout court. Quindici anni dopo, tutti possono constatare che questo processo si avvicina al suo compimento e che i software hanno cominciato a divorare gli ultimi bastioni della sovranità degli Stati: l’azione militare, il controllo del territorio, il monopolio della violenza.

Il carbone e l’acciaio di oggi sono il digitale e l’intelligenza artificiale: si tratta di trovare il modo di collocarli al centro della reinvenzione dell’Europa. Se Monnet fosse tra noi, probabilmente non cercherebbe di competere frontalmente con le grandi potenze su ogni fronte; individuerebbe una leva strutturante, e si sforzerebbe di crearvi interdipendenze organizzate.

Non abbiamo qui il tempo di entrare nei dettagli, ma le iniziative e le proposte attualmente sul tavolo non mancano. Tra tutte quelle a nostra disposizione, si tratta di individuare quella che potrà innescare una nuova reazione a catena, sul modello di quella innescata dal piano Schuman all’inizio degli anni Cinquanta.

Ma una volta trovato il filo, bisogna poi tirarlo. È la terza parte del metodo Monnet: l’esecuzione, la messa in atto del meccanismo, la costruzione paziente del consenso politico che permetterà di concretizzare la propria visione. È su questo piano che, rispetto all’epoca di Jean Monnet, ci scontriamo con l’elefante nella stanza.

Ai tempi di Jean Monnet, l’America è stata il più potente promotore e catalizzatore dell’integrazione europea. Se oggi celebriamo la festa dell’Europa il 9 maggio, data della presentazione del piano Schuman, elaborato da Monnet, è perché due giorni dopo, l’11, lo stesso Schuman doveva recarsi a Londra alla riunione dei ministri degli Esteri alleati, per la quale Dean Acheson, il segretario di Stato americano, gli aveva chiesto di presentare un piano sulle relazioni della Francia con la Germania.

La festa dell’Europa stessa nasce da una scadenza americana!

Oggi, non solo questa risorsa è scomparsa, ma i nostri vecchi alleati si sono ormai rivoltati contro di noi, rifiutando ogni forma di integrazione europea — un tratto che condividono con gli altri predatori geopolitici.

In compenso, si è imposto un dato nuovo, che Monnet non aveva a disposizione: un’opinione europea in germe, frutto essa stessa della sua strategia, che ha finito per unire il continente. Là dove, dopo la guerra, Monnet dovette adottare una strategia quasi furtiva — in mancanza di una qualsiasi adesione popolare, e di fronte a popoli esausti e profondamente divisi — noi disponiamo oggi di una base di attese. Nonostante i suoi limiti e le sue frammentazioni, si delinea un’opinione europea, che le indagini Eurobazooka del Grand Continent confermano in modo spettacolare. Mostrano un attaccamento all’Unione in forte crescita nel corso delle crisi che attraversiamo, quasi ovunque, e, ancor di più, un’attesa di azione molto forte in ambiti chiave, a partire dalla difesa e dalla tecnologia.

C’è dunque una domanda di Europa che supera l’offerta politica attuale. Là dove Monnet doveva precedere le opinioni, oggi è possibile, almeno in parte, appoggiarsi su di esse. Ci servono imprenditori politici capaci di trarne vantaggio.

Oggi non abbiamo il lusso di aspettare che appaia un nuovo Jean Monnet per trarci d’impaccio. Il minimo che si possa dire è che non se ne vede spuntare uno all’orizzonte. In compenso, possiamo forse darci come orizzonte quello di far emergere una forma di “Monnet collettivo”.

I nemici dell’Europa vogliono vivere in eterno, ma ci si chiede bene perché, dato che non danno, nemmeno per un istante, l’impressione di saper godere della vita.

Questo è il voto, e l’invito, che vorrei rivolgervi: proviamo a diventare, insieme, un Jean Monnet collettivo.

Il compito può sembrare gravoso. Ma c’è anche, nella storia di Jean Monnet, qualcos’altro oltre al coraggio, qualcos’altro oltre alla visione e alla perseveranza.

C’è una parte più discreta, più dolce, a cui vorrei fare riferimento per concludere.

Jean Monnet era anche qualcuno che sapeva vivere. Vi ho parlato del suo grande amore. Avrei potuto descrivervi il suo senso dell’amicizia e la sua gentilezza: Chiang Kai-shek diceva di lui che avrebbe potuto essere un grande generale, se non fosse stato così gentile con i suoi subordinati.

Nelle sue memorie, Paul-Henri Spaak evoca la qualità delle pietanze servite alla tavola di Jean Monnet. Nel 1942, ad Algeri, dove svolge un ruolo decisivo, Monnet risiede fuori città, in una cornice magnifica di rovine romane, profumata di timo selvatico, immersa in una limpida luce mediterranea, con una profusione di fiori e uccelli.

Tornato in Francia, si stabilisce nella incantevole casa dal tetto di paglia di Houjarray, nel cuore della foresta di Rambouillet, dove trascorrerà il resto della sua vita. Oggi i suoi archivi sono conservati alla Ferme de Dorigny, a Losanna, in un altro luogo delizioso.

Può sembrare aneddotico, ma non lo è.

I nemici dell’Europa non sono fatti così. Non cercano la bellezza, perché non sanno cosa sia. Spendono risorse immense per circondarsi di bruttezza. Basta guardare le scelte immobiliari di Trump, i palazzi che si fa costruire Putin, i bunker degli oligarchi della tecnologia. Vogliono vivere in eterno, ma ci si chiede bene perché, dato che non danno, nemmeno per un istante, l’impressione di saper godere della vita.

La nostra missione, oggi, è reinventare un’arte di vivere europea, che sia all’altezza delle sfide della nostra epoca. Il compito può sembrare modesto; è invece il più decisivo.

Se, oggi, l’Europa ha perso un certo numero di posizioni, resta il luogo in cui tutti hanno voglia di vivere. Anche coloro che la detestano. Un recente sondaggio condotto tra i giovani con un’istruzione superiore colloca sei paesi europei tra i primi dieci. Gli Stati Uniti, che un tempo erano al primo posto, oggi non figurano più tra i primi dieci.

Nel corso della storia, l’arte di vivere è sempre stata l’antidoto a tutti i totalitarismi. Perché l’aspirazione totalitaria — sia essa religiosa o tecnologica — è controllare il tempo, standardizzare i comportamenti. Il suo sogno è che l’uomo venga ridotto a essere una macchina, prevedibile, uniforme, trasparente. La qualità della vita è tutto il contrario. Libertà, piacere, capriccio e perdita di tempo. Tutto ciò che rende l’individuo unico, e che dovremo essere in grado di proteggere e far prosperare nella nuova dimensione del digitale e dell’intelligenza artificiale.

La nostra missione, oggi, è reinventare un’arte di vivere europea, che sia all’altezza delle sfide della nostra epoca. Il compito può sembrare modesto; è invece il più decisivo.

Non ci riusciremo senza ispirarci alle qualità più nobili di Jean Monnet: il suo coraggio, la sua apertura mentale, la sua intelligenza strategica e la sua perseveranza. Ma per riuscirci, avremo bisogno anche, e forse innanzitutto, della sua gioia, del suo senso dell’amicizia, e del suo gusto per la vita.

Giuliano da Empoli, scrittore e saggista, ha tenuto questo discorso il primo luglio al Pantheon, a Parigi, nel ciclo delle “Leçons exceptionnelles” organizzato dal centro studi Grand Continent.