Si vedono spesso nei supermercati: arance, pompelmi, datteri, vino e prodotti SodaStream provenienti dagli insediamenti israeliani illegali nei territori palestinesi occupati. Almeno dall’inizio degli anni Novanta, l’Unione europea ha consentito l’accesso di queste merci sul proprio mercato senza alcuna restrizione – anche a fronte di ripetute pronunce da parte delle corti internazionali che ne attestavano l’illegalità.
Ora, su istanza di paesi quali Irlanda, Spagna, Belgio, Paesi Bassi e Slovenia, una proposta per bandire i prodotti delle colonie dal mercato europeo è al vaglio dietro le quinte del Berlaymont e potrebbe presto giungere sul tavolo dei ministri degli Esteri dell’Ue. La sua eventuale adozione dipenderà in larga misura dalla modalità di voto applicata: la regola dell’unanimità – richiesta qualora la misura venga considerata espressione della Politica estera e di sicurezza comune (Pesc) dell’Ue – oppure il voto a maggioranza qualificata, previsto laddove essa rientri nell’alveo della politica commerciale dell’Unione.
L’unanimità ha già paralizzato l’azione dell’Ue troppe volte. In questa circostanza è possibile evitarla.
L’iter di approvazione delle misure nel quadro della politica estera è stato deliberatamente concepito per essere complesso. Esso è riservato alle decisioni geopolitiche di massimo livello, destinate a incidere sulla sicurezza e sulla posizione strategica dell’Unione nel suo complesso. Le sanzioni di vasta portata imposte dall’Ue contro la Russia a seguito dell’invasione dell’Ucraina ne sono l’esempio, così come il congelamento dei beni applicato ai funzionari bielorussi dopo le frodi elettorali e la violenta repressione del 2020. Ciascuno di questi interventi sollevava autentiche questioni di guerra, aggressione autoritaria e sicurezza europea.
La proposta di vietare le merci provenienti dagli insediamenti israeliani è qualitativamente diversa. Essa non mira a sanzionare uno stato né ad alterare un rapporto geopolitico. Il suo unico scopo è garantire che il commercio dell’Ue non si ponga in contrasto con il diritto internazionale, un obbligo giuridico che la Corte internazionale di giustizia (Cig) ha esplicitato con inconsueta chiarezza nel proprio parere del 2024. Le misure commerciali che perseguono obiettivi quali il rispetto dei diritti dei lavoratori o dei diritti umani rientrano pienamente nel diritto commerciale dell’Ue, come ha ribadito la Corte di giustizia dell’Unione europea.
La base giuridica di questo approccio non è inedita. Un corpus crescente di legislazione dell’Ue già integra il rispetto dei diritti umani e del diritto internazionale all’interno della politica commerciale. Il precedente più recente è istruttivo: l’Ue ha limitato le importazioni di energia russa a maggioranza qualificata, adottando come base giuridica il mercato interno e il commercio, nonostante l’esplicita opposizione di Ungheria e Slovacchia. Se Budapest e Bratislava non hanno potuto porre il veto alla politica energetica invocando ragioni di politica estera, altri governi – come quello tedesco o quello italiano – non possono farlo nemmeno per il commercio con la Cisgiordania.
L’argomento a favore dell’unanimità non è privo di logica: qualsiasi restrizione commerciale con ripercussioni geopolitiche potrebbe, in linea teorica, innescare questa modalità di voto. Tuttavia, tale principio finirebbe per fagocitare la politica commerciale nella sua interezza e, con essa, la capacità dell’Ue di agire quale potenza globale guidata dai propri valori. Un divieto di importazione sui beni degli insediamenti – il cui valore è stimato dallo stesso governo israeliano in circa 230 milioni di euro all’anno, meno dello 0,002 per cento del pil dell’Ue – non sfiora minimamente la soglia riservata alle deliberazioni che toccano la sovranità nazionale, gli impegni militari o la sicurezza. L’applicazione selettiva delle regole di voto rende la matrice politica ancor più difficile da ignorare. L’Ue ha già imposto restrizioni commerciali su merci provenienti da altri territori contesi – si pensi ai fosfati marocchini del Sahara occidentale o ai prodotti di Cipro del Nord – ricorrendo alla maggioranza qualificata. Se per i beni degli insediamenti si esige l’unanimità, mentre per i fosfati del Sahara occidentale e per Cipro del nord no, è evidente che le procedure vengono selezionate in modo arbitrario.
La responsabile della politica estera europea, Kaja Kallas, ha già segnalato che il divieto dovrebbe richiedere soltanto la maggioranza qualificata. La pressione per incanalare la misura verso il voto all’unanimità proviene, paradossalmente, proprio da alcuni degli stati che dichiarano di sostenere il provvedimento. Paesi come la Germania e l’Italia invocano l’unanimità non per riserve di ordine giuridico, bensì per convenienza politica. Poiché il consenso è pressoché impossibile da raggiungere, essi possono manifestare il proprio favore al divieto senza assumersi alcuna responsabilità in caso di naufragio della proposta. L’unanimità offre la facciata ideale per un sostegno puramente simbolico e retorico, a fronte di una totale assenza di responsabilità.
L’appello all’unanimità non costituisce un requisito legale, bensì un alibi politico.
Quando si arriverà al voto, la posizione di ciascun governo resterà agli atti. Coloro che invocano l’unanimità pur professando sostegno al divieto dovrebbero essere qualificati per ciò che sono: stati che preferiscono il comfort di una solidarietà simbolica allo scomodo dovere di agire con responsabilità. L’Europa si trova a un solo voto a maggioranza qualificata dal porre fine a trent’anni di complicità di mercato. L’unica domanda è se i suoi governi abbiano l’onestà di esprimerlo.
Alberto Alemanno è accademico, autore e una delle voci più autorevoli nel dibattito sulla democratizzazione dell’Unione europea. È Democracy Fellow presso l’Università di Harvard, Professore Jean Monnet presso HEC Paris e fondatore di The Good Lobby.