L’Hotel Lutetia non è mai stato un semplice albergo. Non solo perché è l’unico grand hotel della riva sinistra della Senna che incarna lo spirito della Parigi bohémienne: nelle sue sale in stile liberty passarono i più grandi scrittori, artisti e intellettuali del Novecento, da Guillaume Apollinaire a James Joyce, da Matisse a André Gide, rendendolo un osservatorio privilegiato della vita culturale europea. L’Hotel Lutetia racchiude tra le sue mura la storia del Ventesimo secolo nella sua interezza, con le sue contraddizioni, le sue ferite, i suoi traumi, le sue rinascite. Progettato nel 1910 su iniziativa della famiglia Boucicaut come alloggio di lusso per i clienti dei grandi magazzini Le Bon Marché provenienti dalla provincia e da oltreoceano, il Lutetia negli anni Trenta è un avamposto di resistenza e di fermento intellettuale che accoglie gli esuli tedeschi antinazisti, tra cui Heinrich Mann e un giovane Willy Brandt, futuro cancelliere della Germania ovest. Ma nell’estate del ’40, con l’occupazione, viene requisito dai nazisti e trasformato nella sede dell’Abwehr, l’intelligence militare tedesca: da rifugio e oasi di libertà diventa il quartier generale del Terzo Reich a Parigi. Il capo della Geheime Feldpolizei, la polizia segreta della Wermacht, vi installa il suo ufficio e organizza le operazioni assieme al collaborazionista Henri Lafont, ex gangster diventato capo della Gestapo francese. Ma nell’agosto del 1944, con la Liberazione, il Lutetia torna a essere un simbolo di speranza, di resurrezione. Per volontà del generale de Gaulle, viene utilizzato come centro di rimpatrio per prigionieri, sfollati e sopravvissuti ai campi di concentramento, diventando un luogo cruciale per il ricongiungimento delle famiglie dopo gli anni bui della guerra.
E’ l’incredibile storia del Lutetia che la scrittrice britannica Jane Rogoyska ha appena raccontato in un libro, “Hotel Exile. Paris in the Shadow of War” (Penguin). “Ho scoperto l’Hotel Lutetia mentre facevo delle ricerche sul destino di un gruppo di antifascisti tedeschi fuggiti dalla Germania nazista negli anni Trenta e finiti a vivere in esilio a Parigi. Mi sono imbattuta in un riferimento al ‘Comitato Lutetia’ su un sito web francese. Continuando a leggere, ho capito che la storia di questi intellettuali dell’èra di Weimar era solo la prima parte di una storia molto più ampia sull’Hotel Lutetia, che comprendeva l’occupazione di Parigi e l’immediato dopoguerra”, racconta al Foglio Jane Rogoyska: “Ero riluttante a scrivere sui nazisti o l’Olocausto: sono argomenti trattati da tanti altri scrittori e storici. Ma c’era una fotografia di un gruppo di ex deportati seduti nella sala da pranzo dell’Hotel Lutetia, che indossavano ancora le loro uniformi a strisce del campo di concentramento. E’ un’immagine inquietante. Mi ha turbato e mi ha spinto a volerne sapere di più. E’ così che è nato questo libro”. Pochi altri luoghi in Europa raccontano il Novecento come il Lutetia. “Il mio background non è quello di storica, ma di una studiosa di letteratura e di cinema. Per me, la cosa più importante è concentrarmi sul destino di esseri umani comuni che si trovano al centro di eventi sconvolgenti. Voglio che i miei lettori entrino in contatto diretto con i personaggi di cui scrivo e considerino i dilemmi che affrontano come se fossero i propri. Scegliere un singolo edificio come lente attraverso cui osservare le loro vite mi ha permesso di scrivere di questi eventi complessi e terribili a livello microcosmico”, spiega Rogoyska, che nel 2013 ha dedicato un libro alla fotografa tedesca Gerda Taro, compagna di Robert Capa.
“Hotel Exile” parla di tre comunità: gli esiliati, gli occupanti e i sopravvissuti. “Il tema dell’esilio è stato il mio punto di partenza e fa da filo conduttore. Il primo gruppo vive l’esilio fisico: gli esiliati sono costretti a fuggire non una, ma più volte; per loro, non scappare significa finire in prigione o morire. Nella seconda parte l’esilio assume una forma bizzarra: abbiamo dei turisti-conquistatori che vivono nel lusso in una città che hanno occupato con la forza; hanno il potere assoluto, eppure sono anche stranamente vulnerabili, isolati dai loro ‘padroni di casa’ dal sospetto e dalla paura”, dice la scrittrice. Nella parte finale del libro l’esilio vissuto è diverso. “Incontriamo individui che hanno sopportato cose tanto lontane dalla nostra realtà da essere isolati dal resto della società, messi a tacere dall’incapacità degli altri di immaginare anche solo lontanamente ciò di cui sono stati testimoni”.
Una delle storie più appassionanti è quella di Anna Seghers, pseudonimo di Netty Reiling, una delle pochissime donne tra gli esiliati tedeschi: “Come madre di bambini piccoli e scrittrice di successo, era una figura unica. Sono rimasta colpita dalla sua determinazione nel creare un senso di stabilità per i suoi figli ovunque andassero: dopo la fuga dalla Germania, scelse un appartamento lontano dal centro di Parigi affinché i bambini potessero stare a contatto con la natura e frequentare una buona scuola; preparava piatti gustosi con le scarse provviste a disposizione, raccontava loro storie, leggeva libri e, insieme al marito Laszlo, riusciva sempre a creare un’atmosfera di calma e normalità ovunque andassero. E ovunque si assicurava che andassero a scuola, anche quando fuggirono nuovamente dai nazisti durante la guerra”, racconta Rogoyska. “Allo stesso tempo, continuò a scrivere durante il loro esilio, producendo le sue due opere più famose, ‘La settima croce’ e ‘Transito’”, aggiunge la scrittrice britannica che cita anche Walter Benjamin e Paul Leon tra le storie che l’hanno maggiormente colpita durante le sue ricerche. “Erano studiosi poco pratici che trascorrevano la loro vita nelle biblioteche, tra i libri, talmente ossessionati dal loro lavoro che non riuscirono a vedere il disastro imminente. Erano invero vulnerabili: uomini meravigliosi e colti che non avevano alcuna possibilità contro la brutalità del nazismo”.
Il Lutetia è stato sia un luogo di persecuzione sia un luogo di ritorno e speranza. Cosa rivela questa ambivalenza sulla memoria europea? “I parigini spesso dicono che il Lutetia è unico tra i grand hotel di Parigi perché ha ricevuto la ‘redenzione’ accogliendo i deportati dopo l’occupazione. Ma non sono gli edifici ad aver bisogno di redenzione, ma gli esseri umani. I ricordi sono conservati nella mente degli esseri umani e dobbiamo trovare il modo di mantenere vivi e rilevanti per la nostra vita attuale i ricordi di eventi terribili. Poiché sono sempre meno le persone che possono parlare direttamente dei terribili eventi che hanno caratterizzato il Ventesimo secolo, questi diventano meno reali per le generazioni che li hanno visti solo nei film o letti nei romanzi. Diventano racconti popolari, storie, miti che possono essere distorti o messi in dubbio. E’ a questo punto che corriamo il rischio di ripetere i nostri errori”.